Forums Ubisoft  Hop To Forum Categories  Brothers in Arms Hell's Highway    OT/Racconti (ovvero le improbabili avventure matematiche di una divinità egiziana)
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Precisazione a mo' di proemio: No, non esiste un premio per chi dovesse riuscire a decifrare il senso dell'oggetto del topic uiui

Ad ogni modo, finalmente ecco un topic nel quale qualsiasi utente avrà la possibilità di postare il proprio romanzo, racconto, racconto breve o qualsivoglia produzione letteraria.
Personalmente, per il momento, contribuisco con un paio di racconti di natura Lovecraftiana e con un terzo ancora incompleto:

La Volpe

Non saprei ben definire cosa mi abbia spinto a commettere una simile follia, e mi risulta ancora più difficile capire perchè sto scrivendo tutto ciò. Mi sono trovato di fronte a cose inspiegabili e inquietanti, e cosa ancora peggiore, la mia curiosità mi ha portato ad approfondire tali fenomeni, spalancando davanti ai miei occhi uno scenario così terribile e assurdo nella sua innegabile logica, che la mia sanità mentale è irrimediabilmente compromessa. Io, ora, sono solamente una versione orribilmente distorta, un'ombra di quello che ero prima di cimentarmi in questa malsana ricerca. Continuare a vivere tranquillamente, dopo aver scoperto certe terribili verità, che farebbero impallidire anche gli adepti della filosofia eterea, mi risulta semplicemente impossibile. L'opprimente fardello della consapevolezza mi prosciuga completamente di ogni forza. anche la volontà mi abbandona. O, non ho mai desiderato come adesso di poter perdere la mia brutalmente violentata coscienza, di perdere le mie capacità che mi hanno consentito di giungere a conclusioni così devastanti per la mia psiche. Alle volte, devo ammetterlo, il suicidio mi sembra una valida soluzione, una rapida via per raggiungere per sempre la tranquillità, tranquillità che ormai mi è stata completamente negata. Ma non riesco a trovare la forza interiore nemmeno per porre fine a tutto ciò. No, non è il coraggio a mancarmi, è che sono così debole che anche una soluzione così semplice mi sembra comporti uno sforzo mostruoso. Ho una pistola, una Glock 17...è qui, qui sul tavolo, a pochi centimetri da me, e sembra allettante, adesso...molto allettante, desiderabile, in un certo qual modo, come la liberatoria fine che essa permette. E' così semplice, dovrei semplicemente sollevarla dal tavolo, impugnarla, introdurre il primo proitettile nella camera di scoppio arretrando il carrello, poi dovrei puntarmela alla tempia, ed esercitare la giusta pressione sul grilletto, per poi concludere definitivamente questa vicenda. Ma non ho la forza di eseguire tali operazioni, no, è impossibile. La Glock 17...ottima arma, certo, con i suoi sistemi di sicurezza, praticamente impossibile che parta un colpo senza l'utilizzo del grilletto...ma quanto vorrei che partisse un colpo, invece, per mettere la parola fine davanti a questa storia. Prima di perdere del tutto la mia volontà, ho avuto l'accortezza di inserire il caricatore nella pistola. Probabilmente, ora, non sarei nemmeno in grado di compiere una operazione così semplice. Ma sembra incollata sul tavolo, impossibile ormai sollevarla. Una beffa, una beffa crudele, ecco cos'è. Ma ci sono riuscito, sì, qualche giorno fa, ci sono riuscito, l'ho fatto, ho provato a sollevare la tanto anelata pistola, e ci sono riuscito. Ho radunato quel poco che restava della mia volontà e ho proteso le mani verso quella dispensatrice di morte. Solo questo sforzo sembrava in grado di annientarmi, ma nonostante le mie braccia non chiedessero altro che essere nuovamente appoggiate sul tavolo, ho afferrato quella dannata pistola. L'ho anche sollevata, e incredibilmente è stato più facile del previsto, tanto che per un attimo ho creduto che sarei finalmente riuscito a radunare le forze per compiere le altre semplici operazioni che mi avrebbero permesso di liberarmi per sempre dal peso della mia coscienza. Ma è stato solo per un attimo, un attimo solamente. Dopo averla impugnata con la mano destra, dopo averla fissata per qualche istante, contemplando tutto il suo potenziale potere distruttivo, ma in qualche modo anche liberatorio...ma prima che potessi decidere di tentare di armare il cane, mi sono reso conto della sua presenza. Mi stava osservando, nascosta da qualche parte nella mia stanza, e assisteva divertita ai miei patetici tentativi di liberarmi per sempre dalla consapevolezza della sua esistenza, e di tutto ciò che essa implica. Non sono riuscito a vederla, ma ho potuto immaginarla, immaginare i suoi assurdi lineamenti, la sua risata beffarda, la sua espressione sardonica, la sua superiorità, che in un qualche modo sembra divertirla. In quel preciso momento, anche se la mia valutazione potrebbe rivelarsi errata, visto che la concezione di simultaneità è strettamente correlata con la nostra percezione del tempo, quando nella mia mente sì è costruita nuovamente la diabolica immagine della volpe, ho sentito le forze abbandonarmi completamente. ho aperto la mano, e la pistola è caduta nuovamente sul tavolo, emettendo un rumore che a me in quel momento ha ricordato, in qualche modo, quell'orribile risata.
Da quel momento, non nutro nemmeno più la speranza di riuscire a sollevare di nuovo quella pistola. E se anche ci riuscissi, non potrei comunque fare a meno di percepire la presenza di quella creatura maligna, e le mie forze verrebbero meno. Per qualche tempo ho osservato anche la finestra, ma è impossibile per me raggiungerla, visto che dista almeno 4 metri dal tavolo, che da una settimana non ho mai abbandonato. Credo che sia lei a volere così, non mi permette di salvarmi così facilmente. Probabilmente io vivrò ancora, non lo so per quanto. Non so nemmeno che succederà, quale sarà il mio destino, ed è anche per questo che sto scrivendo tutto ciò. Sono conscio della pericolosità del contenuto di quanto sto per dire, ed evidentemente ne è conscia anche lei, perchè adesso riesco a scrivere abbastanza agevolmente, anzi, in questo momento mi sento quasi normale. Ciò con ogni probabilità significa che lei vuole che io diffonda quanto ho scoperto.
Quello che sto scrivendo è quindi pericoloso, molto pericoloso, e un tempo probabilmente mi sarei imposto di morire portando con me i miei segreti, ma ora non ne sono più in grado, nè lo voglio. Devo dire, egoisticamente, che non mi interessa più delle conseguenze di questo mio gesto. Fintanto che scrivo il peso della mia consapevolezza si fa meno opprimente, e quindi io continuerò a scrivere. Su quello che mi succederà quando avrò finito, non oso fare nessuna congettura.
Ma non posso indugiare oltre. Girare attorno al punto centrale della questione non servirà a niente, inoltre penso che lei stia perdendo la pazienza, e non voglio assolutamente contrariarla, ora. Comincerò senza altri indugi, quindi, il mio racconto. Vorrei chiedere scusa a tutti quelli che leggeranno quanto ho scritto, invitare i lettori più avveduti a non continuare nella lettura, ma sarebbe tutto inutile, e lei lo sa. Posso far risalire la vicenda all'incirca a un mese fa, una bella, se così si può definire, giornata di agosto.
In quel periodo, più o meno dall'inizio del mese di giugno, la mia vivace curiosità nei confronti di qualsiasi fenomeno all'infuori dell'ordinario era al culmine. Qualsiasi cosa che si potesse definire "misteriosa" o "insipegabile" esercitava per me un certo fascino. Adesso tutto ciò mi sembra divertente, mi rendo conto di quanto fosse stupido ogni approfondimento su ogni fenomeno paranormale o semplicemente curioso. Non so proprio cosa mi aspettassi di trovare, so solamente che se non fossi stato così assurdamente curioso, non mi troverei in questa situazione, prossimo alla morte, o forse a qualcosa di ben peggiore. Ovviamente, le mie numerose ricerche e\o semplici approfondimenti dettati dalla curiosità non produssero alcun risultato definitivo, anzi, contribuirono a sollevare in me nuovi interrogativi, ai quali non potevo in alcun modo dare una risposta. Mi trovavo così nell'impossibilità di produrre una vera spiegazione per ogni fenomeno, che successivamente abbandonavo alla ricerca di qualche altro mistero che potesse soddisfare la mia infantile curiosità. Viaggiai un po' ovunque, in Europa, avido di informazioni, ed ebbi l'occasione di leggere varie saggistiche e pubblicazioni sull'occulto, trai quali il famoso e terribile Necronomicon, l'inquietante Unaussprechlichen Kulten di Friedrich von Juntz, nonchè alcuni libri sul continente perduto di Mu. Tali letture, per quanto sconvolgenti nei contenuti, ebbero solo l'effetto di farmi sorridere, in quanto trovavo tali opere, per quanto indubbiamente interessanti, assolutamente inani, da un punto di vista scientifico. Nonostante fossi un individuo molto razionale, e riponessi la massima fiducia nella scienza (della quale in effetti mi ritenevo un esponente) e nelle sua capacità di descrivere con assoluta precisione un fenomeno o più precisamente, la realtà fattuale di esso, sembravo in costante ricerca di un fenomeno, una manifestazione, un comportamento, qualsiasi cosa che esulasse dal complesso insieme di conoscenze scientifiche e dalle loro assurde regole. Desideravo ardentemente un insieme di conoscenze, di fatti, di realtà che non potessero essere ritenute scientifiche, che non potessero in alcun modo essere riprodotte nè spiegate nè descritte mediante il metodo scientifico. Volevo qualcosa che trascendesse la comprensione umana. Volevo una prova della sua ignoranza, della sua insignificante importanza, inconsciamente desideravo un brusco ridimensionamento dell'uomo e delle sue capacità. Insomma desideravo lei, solo che ancora non lo sapevo. Non immaginavo che questo mio desiderio del quale non ero nemmeno del tutto consapevole sarebbe presto stato esaudito, e in che modo, anche!.
Lei, la terribile risposta al mio inconscio anelito, si manisfestò capziosamente in un contesto del tutto normale. Fu per questo, forse, che mi resi conto della sua vera natura molto tempo dopo...troppo tardi, in verità.
Come le più terribili tossine emotossiche, che agiscono con relativa lentezza dopo essere entrate in circolo, aggredendo l'apparato cardiovascolare e il sistema emocoagulativo, per poi distruggere i globuli rossi e provocare, in breve tempo, emorragie interne e la coagulazione del sangue, così lei entrò nella mia vita. Lo fece talmente discretamente che non me ne resi conto, in un primo momento...e probabilmente non
me ne sarei mai accorto, se una mia amica non mi avesse fatto notare un significativo dettaglio, che mi portò, lentamente ma inesorabilmente, ad addentrarmi sempre più nel malato mondo (e nelle assurde leggi che lo regolavano) dal quale la "volpe" proveniva. Come ho già detto, "incontrai", se così si può dire, quella malvagia entità durante una attività che consideravo assolutamente normale, un giorno come un altro, visto che l'onerosa routine delle mie giornate (che aveva fomentato la mia curiosità nei confronti del paranormale e dell'occulto e conseguentemente il mio desiderio di intraprendere ricerche in merito a numerosi eventi inspiegabili) le rendeva indistinguibili tra loro. Presumo, quindi, perchè non ricordo con esattezza, che dovesse essere un martedì, il primo martedì del mese di agosto, con ogni probabilità. Era sera e, dopo una giornata mediamente faticosa, ero seduto sul tavolo davanti al mio computer portatile. Stavo intrattenendo una conversazione infruttifera con un amico di vecchia data, mediante un software di messaggistica istantanea prodotto da Microsoft, tale MSN Messenger. L'utilità e soprattutto la comodità di tale applicazione erano e sono indubbie, ma è stato quel software a permettere una diffusione capillare della dannata creatura che mi ostino tutt'ora, quasi fosse un patetico tentativo di difesa dalla sua vera e più terribile natura, a definire "volpe". La diffusione di questa creatura aberrante è ormai impossibile da fermare, e di questo in parte devo incolpare proprio me. Ah, se avessi prestato più attenzione, se solo avessi intuito cosa si celava dietro quei lineamenti difficilmente definibili, dietro quell'espressione di beffarda superiorità...forse, anche se nemmeno adesso riesco a intuire come, avrei potuto arrestare la sua propagazione, o almeno avrei potuto ritardarla. Sono convinto che in qualche modo sarei riuscito a trovare una soluzione, se solo avessi capito in tempo cosa stava accadendo, quale occulta entità minacciava l'umanità e il mondo intero. Comunque, la nostra inutile discussione si protrasse per almeno una trentina di minuti, spaziando da argomenti inutili ad argomenti spaventosamente futili, quando decisi di impiegare il mio tempo in attività più cerebralmente stimolanti. Prima di congedarsi (con mia somma felicità), il mio amico decise di mostrarmi un nuovo e curioso "emoticon", sostanzialmente una delle "faccine" , evoluzione diretta di quella famosa utilizzata da Scott E. Fahlman il 19 settembre 1982, che si utilizzano in internet per aggirare i limiti emotivi della comunicazione tramite sistemi multimediali. L'emoticon in questione, associata alla sequenza alfanumerica "ghgh1", comparve sullo schermo del mio portatile verso le otto di sera. da quel momento, anche se non potevo esserne conscio, sarei progressivamente rimasto intrappolato in un oscuro labirinto di terrori e follie indicibili, un microcosmo empio e dannato, una sinistra realtà nella quale l'uomo è insignificante, assolutamente privo di potere e si trova in balia di forze cosmiche che trascendono le sue capacità di comprensione. A mia insaputa, mi stavo imbarcando in un irreale viaggio che mi avrebbe portato verso destinazioni maledette, le sue ubicazioni e il loro stesso ricordo celate all'interno della follia che da allora mi attanaglia. Ci sono molte altre cose che avrei voluto fare, ma sono rimasto prigioniero della mia stessa razionalità, sto vivendo all'interno di allucinate realtà, in attesa che tutta questa sofferenza giunga al termine. E' tutto quello che mi resta, una lunga dolorosa, estenuante attesa. L'emoticon catturò immediatamente la mia attenzione... ad una mia prima e molto sbrigativa analisi, essa mi sembrava in qualche modo "simpatica" e degna della mia considerazione. Si trattava della rappresentazione di un animale simile ad un felino (anche se al momento non prestai eccessiva attenzione ai suoi lineamenti), intento a sghignazzare o comunque a ridacchiare. Decisi pressochè immediatamente di aggiungere al mio elenco di emoticon quella apparentemente simpatica figura sghignazzante, anche se nemmeno adesso voglio ammettere che la scelta non sia stata del tutto mia, e che bensì sia stata pesantemente condizionata in qualche modo da quella diabolica creatura. In ogni caso, aggiunsi l'emoticon al mio elenco, mantenendo la sua sequenza alfanumerica, che dava, seppur vagamente, un'idea del suo significato. Una volta aggiunta la "faccina", salutai il mio amico per poi spegnere il computer e dedicarmi per qualche ora ad una approfondita lettura sullo studio di alcune cronache medievali riguardanti i mercenari brabanzoni al servizio di Salimbene di Parma, nello specifico si trattava di "Rotten und Brabanzonen. Söldner Heere im 12. Jahrhundert." "mercenari in Salimbene: Salimbene de Adam, Cronica." Nonostante l'argomento mi interessasse molto, perchè tali testi davano una vivida idea della violenza con la quale venivano eseguite razzie e prede in villaggi, monasteri e città, dipingendo cinicamente un affresco terribile e ripugnante (ma veritiero) dei primi mercenari antisegnani (nell'accezzione di precursori e non della figura militare romana) delle famose compagnie di ventura , mi accorsi di pensare intensamente, in alcune occasioni, alla enigmatica figura sogghignante che avevo aggiunto all'elenco del programma di messaggistica istantanea poco prima. Nonostante considerassi l'interesse che essa sembrava suscitare come un qualcosa di decisamente infantile, non potevo fare a meno di figurarmi nella mente i lineamenti appena abbozzati di quella specie di felino. Quell'inspiegabile interesse, più prossimo ad una strana forma di magnetismo, si manifestò spesso durante il resto della settimana, nonostante non avessi mai rivisto, dal primo "incontro", quella bizzarra emoticon. Cominciai a trovare singolarmente inquietante tale fenomeno, ma mi imposi di non preoccuparmi troppo e di continuare a considerarla per quello che era, una semplice e banale rappresentazione di uno stato emotivo, ad uso e consumo dei fruitori di internet. Ciononostante, la strana sensazione persistette accentuata anche per la settimana seguente, senza che riuscissi a trovare una possibile spiegazione dello strano fenomeno. Non potei non pensare a qualche forma di disturbo psichico, e devo ammettere che ebbi paura. Pensai a disturbi Schizotipici di Personalità, oppure alla schizofrenia paranoica e, in seguito, a quella catatonica e anche alla catalessia. Se prima queste ipotesi mi sembravano agghiaccianti, ora mi sembrano preferibili alla terribile realtà che mi si è palesata davanti. Comunque, con il passare dei giorni, il magnetismo esercitato dall'emoticon divenne sempre più intenso. Sebbene io non avessi ancora avuto occasione di osservare nuovamente, anche solo per un secondo, la bizzarra figura che avevo visto quasi 2 settimane prima, la sua immagine era costantemente figurata nella mia mente, ed era assurdamente definita, nella sua immagine, nonostante io l'avessi osservata solo per pochi secondi. La situazione, già di per se piuttosto grave, peggiorò ulteriormente quella domenica. La barriera della mia razionalità, già indebolita e piuttosto fragile, sarebbe rovinata su se stessa, la mia mente, priva di difese, avrebbe dovuto subire insostenibili torture. sarei stato sottoposta a terribili sevizie psicologiche che avrebbero compromesso irrimediabilmente la mia vita, e tutto questo senza considerare la mia iniziativa che in seguito si rivelò assolutamente funesta. Quella domenica, come stavo dicendo, ebbi per la prima volta modo di prendere in considerazione, come colpevole dei miei disturbi che mi perseguitavano praticamente da 2 lunghe settimane, quella enigmatica figura, lei. La giornata era ormai giunta al termine, monotona come sempre, mentre io avevo, come del resto gli altri giorni, sopportato quella malsana attrazione che mi spingeva a osservare intensamente (spesso anche per diversi minuti) il portatile e a figurarmi nuovamente quegli oscuri lineamenti. Dopo aver consumato una cena frugale, accesi il computer portatile con un misto di esitazione e una sorta di inquietante timore reverenziale, anche se era una morbosa attrazione ad avere sempre la meglio e a spingermi ad accendere comunque il pc, nonostante temessi ciò che si annidava al suo interno. Da quel fatidico martedì, ogni volta che utilizzavo MSN mi guardavo bene dall'osservare quella famosa emoticon, temendo che diversamente sarei completamente impazzito. Quella sera, però, la situazione si sarebbe evoluta, portandomi alla creazione di congetture piuttosto bizzarre e rese ancora più terribili dalle sinistre correlazioni con le mie letture sull'occulto. Una volta acceso il portatile, persi un paio di minuti per controllare la posta elettronica, poi accedetti a MSN, con l'intento di intrattenere una conversazione (di importanza risibile) con un amico, senza dover utilizzare il telefono. Visto che il mio amico al momento non era presente, decisi di continuare la stesura di un dettagliato resoconto riguardante Benevento e il folclore locale, imperniato su rituali bizzarri, streghe et similia. L'origine delle leggende doveva probabilmente essere trovata durante l'occupazione Longobarda, con i loro riti che agli abitanti di Benevento evidentemente dovettero sembrare molto strani e blasfemi. Il risultato fu che i Longobardi decisero, non senza una certa lungimiranza, di accettare la religione dei beneventani. L'argomento suscitava la mia curiosità, e avevo deciso che presto o tardi mi sarei recato a Benevento. Comunque, mentre ero impegnato nella stesura di un riassunto delle mie scoperte, venni finalmente contattato dal mio amico che, almeno in linea teorica, avrebbe fatto parte dello "staff" che si sarebbe recato a Benevento, per la realizzazione di una ampia documentazione sulle leggende popolari e sulla storia del luogo. Parlammo del mio progetto per almeno una decina di minuti, poi passammo ad argomenti meno rilevanti, e fu a quel punto che, senza nemmeno rendermene conto (e questo mi fa pensare ancora adesso), digitai rapidamente, come guidato da un'entità sconosciuta, la breve sequenza alfanumerica "ghgh1" che identificava l'emoticon che da 2 settimane mi stava torturando psicologicamente. Quando vidi comparire per la seconda volta quella faccina sul monitor, trasalì e dovetti trattenere un grido di stupore...avevo inconsciamente utilizzato l'emoticon che da numerosi giorni mi prefiggevo di dimenticare. Forse temevo che la vista di quella faccina avrebbe peggiorato irrimediabilmente quelli che, in un primo momento, avevo catalogato come disturbi mentali. Le possibili conseguenze infatti mi terrorizzavano, ma ciò che provai dopo aver digitato la sequenza identificativa, fu qualcosa di completamente diverso. Per la prima volta, dopo quasi 14 giorni, mi sentii più leggero, rilassato, come se un peso opprimente che gravava sulla mia anima si fosse improvvisamente dissolto. Provai una sensazione di libertà, non ero più schiavo di una specie di orribile attrazione, finalmente potevo nuovamente vivere, sereno. Ero talmente felice per questo sviluppo imprevisto che bollai immediatamente il mio inconscio e rapido utilizzo della faccina come un semplice gesto impulsivo. Del resto era perfettamente normale utilizzare quella faccina per lo scopo che giustificava la sua esistenza. Anche questa volta, però, non degnai quasi di uno sguardo l'essere sghignazzante, altro comportamento che mi sembrava comunque normale e comprensibile. Questa nuova e piacevole sensazione di leggerezza perdurò anche il giorno successivo, almeno fino a sera, quando provai nuovamente uno stato di opprimente attrazione nei confronti del computer e della famigerata emoticon. Anche quella sera utilizzai quella faccina, in una occasione, e pressochè istantaneamente ottenni effetti benefici analoghi a quelli del giorno precedente. Dimostrando una ottusità non indifferente, non collegai l'utilizzo dell'emoticon alla sensazione positiva che derivava dal suo utilizzo, o forse semplicemente non volevo prendere in considerazione tale opportunità...del resto mi sentivo bene, il resto che importanza poteva avere?
Passarono altri 2 giorni senza eventi degni di nota, continuai ad utilizzare l'emoticon e di conseguenza a sentirmi relativamente bene, anche se l'entusiasmo per il ritrovato benessere psicofisico stava lentamente scemando, e non potevo più ignorare lo strano legame che mi consociava a lei. Ero ancora convinto di essere vittima di un qualche disturbo psichico, anche se dovevo ammettere che era qualcosa di bizzarro che esulava dalle mie conoscenze sull'argomento. Sembrava un qualche genere di comportamento ossessivo (piuttosto atipico) per il quale l'unico palliativo possibile sembrava essere costituito dall'utilizzo, o più precisamente dalla visione, di quella figura ghignante. Non riuscivo a spiegarmi da cosa si fosse originato quel mio problema, ma in qualche modo doveva coincidere temporalmente con la mia prima percezione oculare di quell'emoticon. Su come essa avesse influito all'insorgere del mio disturbo, non sapevo che pensare...probabilmente in qualche modo era successo, ed ora, almeno per il momento, l'unica soluzione a breve termine consisteva nella fruizione di tale emoticon durante le conversazioni che intrattenevo su MSN. In effetti, anche se non del tutto corretta, come definizione, il mio problema si era trasformato (almeno in parte) in un innaturale disturbo ossessivo-compulsivo, che mi portava a ripetere sempre determinate azioni. Nei giorni immediatamente successivi, ebbi meno tempo ed evitai di utilizzare il pc e di conseguenza MSN, potei constatare quasi immediatamente un nuovo peggioramento delle mie condizioni. Ciò sembrava confermare i miei timori, evidentemente ero veramente afflitto da un problema di quel genere. Dedicai parte del mio tempo ad approfondite ricerche sui disturbi ossessivi-compulsivi, e notai che problemi con qualche correlazione al mio erano praticamente assenti. O il mio era un fenomeno incredibilmente raro, oppure stavo sbagliando diagnosi. Poteva forse trattarsi di un caso di fobia specifica, ma anche il quel caso si doveva necessariamente trattare di un caso molto atipico e raro. Avrei probabilmente continuato a tormentarmi e a tentare invano di giungere da solo ad una diagnosi, se una mia amica non mi avesse fatto notare una qualità della strana figura che mi era sempre sfuggita, forse perchè stranamente non l'avevo mai realmente osservata con attenzione. Lunedì 21 agosto, verso le 22, avvenne la famosa conversazione che comportò una nuova e significativa alterazione della bizzarra vicenda. Anche quella sera ero collegato ad MSN, ma l'inquietudine per i miei recenti problemi mi rendevano estenuanti e inani i rapporti sociali durante l'arco della giornata, figuriamoci se ero in grado di sostenere con serenità interazioni tramite sistemi multimediali. In effetti, nonostante il portatile fosse acceso, mi trovavo ad almeno 5 metri da esso, e stavo leggendo il risultato delle mie ricerche su comportamenti psicotici di vario genere. Man mano che leggevo, mi convincevo sempre più di trovarmi di fronte a qualcosa di molto strano, un problema del quale non avrei trovato nessun precedente, indipendentemente dal tempo impiegato nelle mie infruttuose ricerche. Frustrato come poche volte nella mia vita, tornai a sedermi al tavolo, davanti al portatile, giusto in tempo per notare la comparsa su MSN, di una amica che non avevo modo di sentire da un bel po' di tempo. La contattai immediatamente, sperando di riuscire a dimenticare, almeno per un poco, l'onere del mio problema che stava diventando con il tempo sempre più sfumato, meno definito. Dopo qualche minuto di piacevole conversazione, non potei fare a meno di digitare per l'ennesima volta la sequenza "ghgh1", con conseguente apparizione della creatura sogghignante. Mi resi nuovamente conto di aver digitato la sequenza inconsciamente, senza nemmeno rendermene conto, ma ormai questo mio inesplicabile comportamento mancava di impensierirmi, ed era diventato parte integrante della mia vita. La mia amica mi fece notare pressochè immediatamente la presenza di una certa componente umoristica, insomma, la faccina le sembrava in un certo senso sottilmente divertente. Questa osservazione fu realmente determinante, in quanto mi portò ad osservare con attenzione per la prima volta quella emoticon, ed inoltre finalmente presi in considerazione anche la faccina, come causa scatenante dei miei problemi. Subito dopo aver letto l'osservazione della mia amica, cominciai ad esaminare con interesse quella che la prima volta mi era sembrata una specie di felino. Questa volta però l'opinione che ne ricavai fu decisamente diversa. Mi resi conto che era molto più somigliante ad un canide, per quanto i suoi lineamenti poco definiti non permettevano di ottenere una valutazione conclusiva. Dopo pochi secondi decisi che assomigliava proprio ad una vulpes vulpes, comunemente definita volpe. La somiglianza era davvero notevole...orecchie appuntite, la pelliccia di tonalità rossastre, una parte del volto e il petto bianchi. Sì, tutto mi faceva pensare di trovarmi di fronte ad una volpe, per quanto estremamente stilizzata.
Decisi di rimandare il resto delle considerazioni a domani, e continuai la conversazione, anche se non fu possibile evitare di parlare anche della presunta volpe, che definimmo "accattivante", benchè il termine fosse più che altro un eufemismo, viste le sue qualità. Perchè era indubbio, quella creatura poteva diventare addirittura esilarante. Dopo averla guardata attentamente, mi resi conto che la volpe era davvero in grado di suscitare ilarità, anche se sembrava sortire un effetto minore con me, ed al massimo riusciva a strapparmi un sorriso. Ma come faceva? quale sua peculiarità era in grado di alterare il nostro stato emotivo? e soprattutto, come mai mi ero reso conto di questa sua caratteristica solo dopo che la mia amica me l'aveva fatta notare? Certo, sapevo bene che possiamo essere facilmente influenzati anche a livello emotivo, e che non è nemmeno molto difficile, ma quello che provavo guardando quella emoticon era qualcosa di genuino quanto innaturale. Le implicazioni di tale "potere" della volpe erano per me frutto di profonda inquietudine...ora potevo essere ragionevolmente certo che la causa dei miei disagi non fosse frutto unicamente della mia mente, ma il risultato di chissà quale genere di processi indotti dalla risposta emotiva prodotta dai lineamenti di quella creatura così simile ad una volpe. Quella notte non riuscii a dormire, complice l'angoscia che si faceva sentire prepotentemente, in misura sempre maggiore. Per ore e ore rimasi in letto a languire, cercando senza successo di escludere momentaneamente la volpe dai miei pensieri. Valutai ciò che avevo scoperto, e riflettei attentamente sulle sue implicazioni. Ora sapevo che avrei dovuto concentrare i miei sforzi sulla figura di quell'emoticon, e adesso che sapevo che esercitava strane influenze anche su altre persone, mi sentivo leggermente più sereno. L'indomani mattina avrei cominciato le mie analisi, sperando di riuscire ad identificare nella volpe l'origine dei disturbi che mi aveva provocato in così breve tempo. E in effetti così feci. Passai tutta la mattinata a squadrare millimetro per millimetro quella creatura. Esaminai ogni tratto del suo caricaturiale volto, in cerca di un qualche elemento che potesse essere il responsabile di una risposta emotiva così significativa. Cercai anche di definire le esatte sensazioni che provavo osservando l'emoticon, ma non era affatto facile. Tradurre a parole l'intenso susseguirsi di emozioni contrastanti, nel mio caso una prima sensazione di vago divertimento, per poi passare al terrore e ad una più mite e vaga inquietudine, era tempo perso, e mi rendo conto di non esserci riuscito, in quanto ciò che provo quando guardo quella "cosa", è ben più intenso e complicato di quello che si evince dalla mia frettolosa "traduzione". Lasciai ben presto perdere, dunque, il mio tentativo di trasfigurare le mie sensazioni, mentre continuai la mia analisi relativa ai tratti distintivi della volpe. Dopo aver perso l'intera giornata davanti al portatile, ero semplicemente più confuso e inquieto, visto che nessuna delle numerose ipotesi che avevo formulato nel corso della mia disamina era valida. Ogni tentativo di trovare una spiegazione scientifica al fenomeno sembrava destinato a fallire, l'impressione era quella di avere a che fare con qualcosa non appartenente alla nostra realtà, qualcosa di troppo alieno per poter essere compreso dalla ristretta mentalità dell'uomo. Eppure si doveva trattare semplicemente di una creazione dell'uomo, non doveva forse essere così? Cosa aveva di "estraneo" quella comunissima rappresentazione di una volpe, allora? Chi aveva creato quella creatura sogghignante? e soprattutto, era conscio di queste sue strane peculiarità? Inizialmente ero convinto di trovarmi di fronte semplicemente ad una iperbolizzazione eccessiva, quasi caricaturiale, della volpe, oltre ad essere un fulgido esempio del raggruppamente percettivo, il che poteva anche spiegare l'assenza di alcuni tratti caratteristici delle volpi, come il muso particolarmente aguzzo. Una esagerata "volpizzazione" della volpe poteva forse essere la causa di queste strane risposte emotive? Era una teoria molto "comoda", ma in realtà non ero convinto nemmeno io della sua validità, anche se cercavo di convincermi del contrario, e probabilmente ci sarei anche riuscito, vista l'incapacità della nostra mente di distinguere situazioni realmente verificatesi e situazioni immaginate o comunque alterate. Come stavo dicendo, probabilmente mi sarei rifugiato dietro a tali teorie relativamente rassicuranti, se il fenomeno non avesse subito una nuova e più terrificante evoluzione. Quella sera mi addormentai sul tavolo, davanti al portatile e a fogli pieni di annotazioni che andavano gradualmente perdendo senso. Avevo dedicato l'intera giornata ad elucubrazioni e teorie che cercavano disperatamente di dare un senso agli avvenimenti dell'ultimo mese, forse un mio tentativo di convincermi che tutto quello a cui stavo assistendo fosse perfettamente spiegabile, perchè era questo che ormai desideravo, per quanto contraddittorio con il mio desiderio più profondo. Certo, volevo scoprire qualcosa che sfuggisse a ogni tentativo di spiegazione e qualificazione, ma adesso che dovevo realmente affrontare qualcosa che poteva possedere tali caratteristiche, il mio unico desiderio era di scoprire che in realtà non vi era nulla di anormale, scoprire di cosa si trattava e trovare eventualmente una soluzione. Questi pensieri sembravano riuscire a rassicurarmi almeno un po', e a darmi la speranza sufficiente per continuare il mio lavoro. Tuttavia, all'incirca verso le 22, mentre stavo esaminando alcuni articoli relativi ad alcuni comportamenti psicotici, crollai esausto e mi immersi in quello che si prospettava un rassicurante oblio. In realtà feci uno strano incubo, del quale al risveglio conservai solo brandelli, quasi delle istantanee, nelle quali era onnipresente una qualche entità dagli occhi scintillanti nell'oscurità. Mi svegliai dopo le 6, e mi sforzai inutilmente di focalizzare i miei vaghi ricordi e il caleidoscopio di emozioni di cui ero stato vittima. L'unica cosa che ottenei fu però un forte mal di testa, che perdurò per l'intera giornata. Quello che vidi quando osservai i fogli di carta che contenevano le mie congetture e le mie osservazioni, però, fu decisamente più sconvolgente. Su uno dei fogli, sotto a diverse righe redatte nella mia pessima e facilmente identificabile scrittura, vi era un disegno raffigurante la creatura che avevo imparato a temere, quasi fosse una entità malvagia e senziente. Qualcuno aveva disegnato con precisione i bizzarri lineamenti della volpe sghignazzante, e quel qualcuno non potevo che essere io. Ero così confuso che credetti di trovarmi ancora all'interno di un sogno, ma fu una impressione che durò per qualche secondo...era tutto estremamente reale, e negarlo non mi avrebbe aiutato in nessun modo. Decisi che si doveva trattare di una strana forma di sonnambulismo, del resto erano giorni che non pensavo ad altro che a quella volpe, quindi un comportamento seppur così insolito era comprensibile e seguiva una logica, per quanto estrosa. La figura era una replica esatta dell'emoticon, rappresentata con inquietante precisione e perizia, ma la cosa non mi preoccupava più di tanto, o comunque meno del fatto in sè. Quel giorno cercai di rilassarmi e di non pensare alla volpe, ed in effetti quella notte non accadde nulla. La mattina successiva constatai con sollievo che non si era verificato un altro caso di sonnambulismo, i fogli di carta non erano stati toccati, e lo stesso valeva per il portatile, che era spento, come lo avevo lasciato la sera prima. Tutto sembrava confermare la mia ipotesi formulata il giorno prima, mi sentivo meglio e non avevo fatto alcun incubo, o comunque non ne conservavo alcun ricordo. Cercai di escludere dai miei pensieri la volpe e tutto ciò che ne conseguiva anche per quel giorno, ottenendo risultati analoghi. Evitai nuovamente di utilizzare l'emoticon e abbandonai le mie analisi, notando, come del resto mi aspettavo, notevoli miglioramenti da un punto di vista psicofisico. Una nuova e gradita sensazione di benessere prese il posto della profonda e dolorosa inquietudine e malessere generale. Per qualche giorno dimenticai la volpe e il suo ghigno sarcastico, riguadagnai la serenità e constatai l'assenza di comportamenti ossessivi e\o irrazionali. Inoltre dormii serenamente, il terribile incubo non si verificò più e non si verificarono nemmeno fenomeni di sonnambulismo. Ero quasi deciso ad abbandonare del tutto la mia "indagine", viste le sue nefaste conseguenze, e di dimenticare l'intera vicenda. Cercare di eludere il problema non era una soluzione valida, questo lo sapevo bene, ma del resto quello che avevo visto era troppo assurdo per essere accettato, soprattutto alla luce degli ultimi positivi avvenimenti. Ma ovviamente mi sbagliavo, non sarei riuscito a scappare dal mio destino con tale facilità, non sarebbe bastato imporsi di dimenticare, per far scomparire tutto quanto...la negazione di un fatto o di una realtà non basta per renderla improvvisamente fittizia. Una settimana dopo la comparsa dell'isolato caso di sonnambulismo, infatti, la situazione virò nuovamente verso l'irrazionalità, e lo fece in un modo così repentino e crudele, che dovetti faticare molto per non esserne annientato. Era domenica, e mi ero nuovamente addormentato mentre ero intento a svolgere altre attività. in questo caso stavo leggendo comodamente sdraiato sul divano, essenzialmente una locazione piuttosto comoda, ma che quella notte fu culla di terrori inimmaginabili. Quella notte feci per la seconda volta lo stesso incubo, ma questa volta conservai ricordi più vividi e quindi doppiamente più sconvolgenti. Mi trovavo in un ambiente completamente immerso nella oscurità, tanto che era impossibile determinarne la grandezza, nè la tipologia di locazione. Il pavimento sembrava essere costituito da piastrelle, ma era impossibile esserne certi. In tutte le direzione non vedevo nulla che le tenebre, opprimenti come mai lo erano state. Improvvisamente, una fioca fonte di luce sembrava avvicinarsi, diretta verso di me. L'unica fonte di luce in una dimensione di tenebre si faceva sempre più vicina, e scoprivo di provare per l'ennesima volta un insieme di azioni e sensazioni contrastanti e contradittorie. Provavo una non del tutta giustificata sensazione di fastidio, inquietudine, ma allo stesso tempo l'impulso di avvicinarmi il più possibile alla luce, che di fatto rappresentava la salvezza e la mia unica speranza di abbandonare quel reame delle tenebre e di eliminare almeno in parte "l'ignoto" che mi circondava. Quello che era strano è che sembravo avere maggior paura della luce, che delle tenebre e di ciò che esse potevano celare. In breve tempo potevo rendermi conto che le fonti di luce erano in realtà 2, molto ravvicinate. Poco dopo, le 2 fonti di luce sembravano perdere di intensità, nonostante la loro distanza sempre minore, fino a ridursi a 2 punti scintillanti. In quel momento, cominciavo a provare terrore, un terrore atavico, che dovevo aver già provato molto tempo addietro, anche se il ricordo di esso era irrimediabilmente sbiadito, perso in un mare burrascoso che custodisce, come fossero relitti di navi, frammenti di ricordanze, brandelli di informazioni, che ogni tanto possono riaffiorare e venire fortuitamente ritrovati, ma che non torneranno mai più ad essere ciò che erano prima di inabissarsi nell'oblio del subconscio. Così il mio terrore rievocava in me frantumi di oscure rimembranze alle quali non sapevo dare una precisa collocazione temporale, ma dovevano risalire alla mia infanzia, o forse, e la cosa mi sembrava stranamente possibile, ancora prima...i ricordi parevano perdersi nel passato, un passato assurdamente remoto, per poi fondersi con altri ben più recenti ma ugualmente terrificanti. Confuso e spaventato, continuavo ad arretrare, mentre i 2 punti luminescenti si avvicinavano sempre più rapidamente. Rapidamente, la paura lasciava spazio al puro e cieco panico, perchè le 2 luminescenze erano ora a pochi metri di distanza, e io sapevo che presto avrei visto la creatura. Perchè erano occhi quelli che mi squadravano, scintillanti, occhi carichi di odio e di sadico divertimento, così io li vedevo...e continuavo ad indietreggiare, un passo dopo l'altro, cercando riparo all'intero delle tenebre. Mi rendevo conto che la creatura era in grado di vedermi con facilità, nonostante la totale assenza di luce, ed inoltre avanzava lentamente, sintomo della sua certezza dell'impossibilità della fuga. Forse vi erano delle pareti, che non potevo ancora vedere, oppure magari non vi era fine a questa dimensione d'ombra. La creatura aumentava l'andatura, e lo stesso facevo io, nel vano e risibile tentativo di aumentare la distanza che ci separava. All'improvviso il pavimento sembrava scomparire, dissolversi, e io cadevo, cadevo, cadevo. Questo è ciò che ricordavo, ed era sicuramente sufficiente per spaventarmi enormemente. Comunque, mi svegliai nel bel mezzo della notte, e ovviamente non riuscii più ad addormentarmi. Ciononostante, la mattina decisi di ignorare l'incubo e di continuare la mia vita come se nulla fosse successo, nella speranza che si fosse trattato di un caso isolato, e del resto avevo i miei buoni motivi per credere a questa dolce menzogna. Così feci, e quella notte non accadde nulla, rendendo la menzogna che mi stavo raccontando ancora più credibile e facilmente accettabile. Il lobo sinistro dell'ippocampo e la zona prefrontale della corteccia associativa, fecero il resto, rendendo completa la mia autoconvinzione, che però non mi fu di nessun aiuto, quando giunsi all'ultimo e più terribile stadio di quella oscura manifestazione. Mi fu concessa una tregua anche il giorno ancora successivo, e ciò rese ancora più devastante l'impatto di quella inintelligibile presenza. quel male primigenio, fautore e origine di ogni nequizia, araldo di orrori ben peggiori, in grado di annichilire la volontà, la sanità mentale e la stessa vita...abominevoli entità cosmiche, latori di morte, decomposizione e follia. Per tutto l'arco di quella giornata io mi lasciai trasportare dalla routine, ignaro di ciò che avrei dovuto affrontare quella notte. Verso sera, però, cominciai a provare un certo disagio, una vaga sensazione di pericolo, un oscuro presagio di un ineluttabile destino. Non ricavai alcun piacere, alcuna soddisfazione, da nessuna delle attività che secondo gli standard degli esseri umani dovrebbero risultare piacevoli. La cena mi parve quasi una tortura, tutti gli alimenti avevano un gusto insolitamente amaro, e in casa aleggiava una strana esalazione, dapprima quasi impercettibile, poi leggermente più intensa. L'odore ricordava orrendamente quello della muffa e della carne in decomposizione. Ad un certo punto dovetti lottare con la nausea, quando l'esalazione divenne più che palpabile, all'incirca verso le 21. Le lampade sembravano emanare una luce diversa, tendente al verde, mentre dalle finestre potevo vedere un cielo tremendamente plumbeo. Avevo la bizzarra impressione che l'edificio nel quale abitavo fosse lentamente avviluppato da nuvole nere come la pece. Ma mai, nemmeno per un momento, mi lascia trasportare dalla fantasia, ed in un certo senso ora mi pento di non averlo fatto. Ignorai quello che la strana atmosfera, intorno a me,mi stava suggerendo, e decisi di andare a dormire relativamente presto, sperando in un sonno tranquillo, privo di terribili incubi, proiezioni di un male empio e senza tempo. Così mi assopii, inquieto ma ciecamente ottimista...ma presto sopraggiunse la prima fase REM e con essa il terribile incubo. Fondamentalmente si trattava dello stesso che mi aveva spaventato oltremodo 2 giorni prima, anche se questa volta mi svegliai in preda al panico prima di sentire (nel sogno) il pavimento cedere o scomparire sotto i miei piedi. Mi trovai improvvisamente seduto sul letto, intento a urlare a squarciagola, come se avessi assistito ad uno spettacolo sconvolgente. Mi calmai e cercai di ricordare cosa avessi sognato. Inizialmente ottenni solamente immagini confuse, che se messe in relazione con le frammentarie immagini dell'incubo precedente, si scoprivano praticamente speculari. In breve tempo, pur non senza un certo sforzo, riuscii a rimembrare almeno una parte del terribile incubo. Ciò che fui in grado di mettere assieme, bastò per farmi provare una paura mai sperimentata prima, e inoltre, per la prima volta, non riuscii a sfuggire al contagio della rassegnazione. Nel sogno mi trovavo, per l'appunto, nuovamente in quella locazione invasa dalle tenebre, e come la volta precedente si avvicinavano sempre più i due punti scintillanti, minacciosi nella loro innaturale estraneità. Questa volta, però, non riuscivo a muovermi, come paralizzato...non dal terrore, l'impressione era quella di subire l'annientamento della propria volontà, di non essere in grado di controllare il proprio corpo, di eseguire nessuna azione, una sensazione di estrema debolezza e vulnerabilità. Gli arti rifiutavano di muoversi, mentre la creatura dagli occhi scintillanti continuava la sua lenta avanzata. Ad un certo punto, quando la creatura era ormai vicinissima, a meno di 3 metri di distanza, tutto si faceva indistinto, all'improvviso urlavo e poco dopo cominciavo a cadere. Mi resi conto che una parte dell'incubo era stata rimossa, e ciò che questa verità suggeriva non mi piaceva per niente. Avevo visto quella creatura? Erano le sue fattezze a farmi urlare? Si trattava di una visione talmente orribile da comportare l'eliminazione del ricordo ad essa associata?
Dopo quasi mezz'ora passata ad arrovellarmi, mi avvicinai al tavolo sul quale giacevano i miei appunti e il portatile, con un misto di timore e curiosità. Su uno dei fogli, in origine bianco ed intonso, due precise rappresentazioni della famosa volpe sembravano osservarmi divertite. Ricordo che indietreggiai, in preda ad un panico inconfessabile, per poi urtare la parete e improvvisamente perdere i sensi. Al mio risveglio, mi resi conto che qualcosa era irrimediabilmente mutato...non ero più lo stesso. Mi sentivo debole, esausto, sconfitto...ma non solo. Vi era qualcosa di molto peggiore, un disturbo spaventoso quanto preoccupante, inspiegabile quanto drammaticamente palpabile nel suo manifestarsi. L'impressione era di distacco, di una freddezza eccessiva e abnorme, che mai aveva fatto parte, così marcatamente, del mio carattere. L'altro problema era costituito dalle emozioni, che erano diventate flebili, impercettibili, tanto da diventare quasi trascurabili. Nei giorni seguenti, caratterizzati da una mia inspiegabile accidia (restai sempre in casa e non tentai nemmeno di proseguire con la mia indagine), la depersonalizzazione divenne sempre più accentuata, la mia sensazione di disagio sempre maggiore. Presto insorse una paura, vicina al panico, nei confronti della mia sensazione di estraneità, ma ben presto anche la paura divenne poco o nulla incisiva, segnando la totale vittoria della depersonalizzazione. Mi sembrava di non vivere le situazioni in prima persona, quanto piuttosto di assistere ad un film, perchè le risposte emotive erano pari, addirittura inferiori a quelle provate durante la visione di un film. Mi resi ben presto conto di essere prossimo alla sconfitta, ero completamente impazzito, ed ora avevo perso ogni possibilità di rinsavire...vittima di una maligna ignavia, passavo le mie giornate a languire a casa, trascinandomi senza scopo alcuno dal divano al letto, dal letto al divano. Quando finalmente mi addormentavo, la notte, mi trovavo puntualmente nell'oscura dimora della terribile volpe, che si avvicinava con i suoi occhi luminescenti, ostentando un sadico compiacimento.
Spesso, durante il corso delle giornate, ero vittima di curiose pulsioni. Certe volte sentivo l'impulso di abbandonare casa mia e il portone di ingresso diventava improvvisamente desiderabile, altre volte invece mi sentivo attratto dai fogli che presentavano l'orrendo disegno della famigerata volpe. Riuscivo però a resistere a tali impulsi, anche se il prezzo era piuttosto elevato, la mia poca forza di volontà si esauriva e mi sentivo esausto, sconfitto, stanco di lottare e di soffrire. Con il passare dei giorni la situazione degenerò ulteriormente, togliendomi del tutto la speranza di poter tornare ad essere quello che ero stato prima, pur con tutti i suoi limiti e difetti. La realtà era commista a un insieme promiscuo ed onirico di sogni, incubi, paure, terrori atavici, allucinazioni e pura follia. Tale conglomerato di realtà e alienazione mentale mi spalancava oscuri e terribili scenari su mondi alieni, luoghi infernali totalmente estranei dalla nostra realtà. Sembrava il prodotto della fusione di 2 dimensioni diverse, come sei confini tra realtà e fantasia fossero diventati enormemente flebili, tanto da essere del tutto indistinti, provocando il contatto tra gli elementi di entrambe le realtà. Dopo 2 settimane dall'insorgere del problema della depersonalizzazione, esso raggiunse un livello di degenerazione tale che, sommato alla crescente accidia, inibì progressivamente gran parte delle mie funzioni motorie e i miei tentativi di resistere alle demoniache pulsioni prosciugarono del tutto la mia volontà. L'insostenibile sofferenza mi trasformò in breve tempo in una debole proiezione funerea e spettrale di me stesso. Soffrivo immensamente, disperso in un caleidoscopico insieme di indistinti universi, popolati da creature terribili, esseri dannati e rappresentazioni stesse del male. Smarrito nei meandri della mia follia, non nutrivo più alcuna speranza di riuscire a sfuggire all'oscura ombra che mi sovrastava, ma potevo ancora aspettare passivo la mia morte, che avrebbe portato via l'oscurità che mi attanagliava con tutti i suoi orrori. Così, un giorno, mi trascinai penosamente fino al soggiorno, il più lontano possibile dalla mia scrivania, dagli infernali disegni che avevo inconsciamente realizzato e dal mio portatile. Raggiunsi il muro e mi apoggiai con la schiena ad esso. Sarei rimasto lì per tutto il tempo necessario, attendendo con impazienza l'inevitabile e preferibile fine.
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Il tempo passava lento, o almeno così mi sembrava, mentre gradualmente la mia follia raggiungeva il suo apice. Presto non fui più solo, nella mia lunga ed estenuante attesa, no, decisamente non fui solo. In un arco di tempo piuttosto breve, anche se non sono attendibile, visto che ho completamente perso la cognizione del tempo, fui circondato dai terribili abitanti di ogni incubo, frutti di fantasie malate, trasposizioni inconscie di malvagità e malizia. Così potevo vedere materializzarsi davanti a me, perfetto nei suoi nitidi lineamenti, uno strano esempare di mirmicoleone, intendo a divorare un mostruoso Unktehila, mentre alla mia destra demoni perversi, thamiel, seguaci di Moloch, si massacravano tra loro, grugnendo quando le loro carni venivano lacerate. Alla mia sinistra, invece, mi pareva di scorgere una figura oscura che altri non poteva essere se non Baphomet, mentre più indietro, parzialmente celato dalle tenebre, stava orgoglioso e terribile Baal-Ammon. Davanti a me, dietro la porta che dava sul corridoio, nere figure apparentemente senza testa, innaturali Blemmi, danzavano ed emettendo suoni gutturali attorno ad un'altra inquietante presenza. Era caratterizzata da occhi rossi e sinistramente luccicanti. Fissava me, intensamente, e io riuscivo, senza difficoltà alcuna, ad immaginare, dietro quella sagoma nera, la terribile volpe ghignante. E allora urlavo, urlavo, con tutto il fiato che mi restava nei polmoni...tutto ciò che ottenevo, però, era di far ridere la nera sagoma. La sua risata, o il suono che sembrava corrispondere ad essa era decisamente innaturale, simile ad uno stridio, ma decisamente più intenso e sembrava esprimere una dolorosissima sofferenza, un lamento osceno, che però io sapevo rappresentare invece un sadico compiacimento. In questo pandemonio di distorte presenze, quella che osservavo con terrore pari quasi a quello che poteva suscitare la volpe, era il mirmicoleone e il suo disgustoso banchetto. Essendo una creatura dannata e composita, era impossibilitata a nutrirsi, e continuava a tenere stretto nelle fauci l'Unktehila, che si dimenava emettendo grida disumane. La creatura continuava a ghermirlo, ma inutilmente. La creatura, incapace di finire l'orribile rettile, sarebbe morta insieme a lui, presto o tardi. Io ero come l'Unktehila, oppresso e ferito da una acutissima follia che però non era in grado di porre fine alla mia esistenza. Prima o poi però sarei morto, portando con me il mio mirmicoleone, i miei sogni e le mie irrealizzabili aspirazioni.
Ero sempre stato disilluso, mai avevo confidato nelle mie capacità, e mai lo avrei fatto, consapevole com'ero dei miei limiti. Perennemente insoddisfatto, avevo sempre affrontato le situazioni con disfattismo, conscio dell'inevitabilità della sofferenza e della morte. Non avevo provato appagamento e soddisfazione in nessuna delle attività nelle quali mi ero cimentato. Ero oppresso da una emotività troppo pressante che andava inevitabilmente in conflitto con una mia comunque marcata componenente cinica e opportunista. Deciso a perseverare in un comportamento dominato dalla rettitudine, mi scontravo con una realtà che in verità conoscevo piuttosto bene, ma soprattutto dovevo fronteggiare la triste e dolorosa impossibilità di rispondere ad una precisa domanda: "perchè?". Una visione meccanicista non era sufficiente, per me...sembrava la risposta all'impossibilità di raggiungere una visione finalista efficace. Mi torturavo con queste elucubrazioni, nonostante la coscienza dell'inutilità delle stesse. La sensazione di essere "incompleto", di essere privo di una qualche cosa che invece caratterizzava la maggior parte degli altri, era tremendamente vivida e destabilizzante, oltre che deprimente. Non mi ero mai sentito uguale ad un'altra persona, nemmeno simile, anzi, provavo e provo tutt'ora una sensazione di estraneità, acuita dalla mia condizione di persona di natura leggermente ansiosa. In ogni caso, niente di tutto ciò aveva più senso...la follia che mi stava consumando aveva eliminato la forte emotività che mi apparteneva, e progressivamente aveva eliminato la mia stessa individualità. Se la vita non aveva senso prima, ora era diventata semplicemente una tortura, dalla quale potevo sottrarmi in un solo modo. Certo, in quel momento la mia vita, pur con tutte le sue sofferenze, era decisamente anelabile, ora, ma ero sicuro che non sarei mai sfuggito alla follia che mi attanagliava, quindi non trovavo nessun motivo per protrarre ulteriormente la mia esistenza. Mentre attorno a me quelle diaboliche presenze continuavano le loro nefande attività, e mentre la realtà sembrava sgretolarsi davanti a me, chiusi gli occhi, sperando di essere prossimo alla fine. La volpe, o di qualunque essere si trattasse, stava ancora ridendo, quando io mi assopii.
Dopo le mie recenti esperienze ritenevo di essere pronto a tutto, che niente mi avrebbe più potuto turbare, ma probabilmente mi sbagliavo, perchè il mio risveglio fu dei più sconvolgenti.
Quando aprii gli occhi, potei constatare che i frutti dei miei incubi erano scomparsi. Mi guardai attorno e notai che tutto sembrava in ordine. Mi rialzai in piedi, non senza una certa fatica, e poi, improvvisamente, mi resi conto che qualcosa in me era cambiato. La portata dell'improvvisa mutazione, quanto fui in grado di coglierla nella sua interezza, mi sconvolse profondamente. Tutto era cambiato, la depersonalizzazione, le strane pulsioni, la sensazione di debolezza, l'accidia, tutto era commutato, senza preavviso. Le manifestazioni della follia erano scomparse praticamente del tutto, anche se lo stesso non si poteva dire per la volpe e la memoria di essa. Lottai contro un timore quasi reverenziale e attraversai lentamente il corridoio, diretto verso la cucina, ove avevo insediato il mio studio. Come del resto temevo, portatile e fogli pieni di appunti erano presenti, segno inequivocabile che avevo vissuto realmente le sconvolgenti esperienze dalle quali cercavo costantemente di fuggire. Esaminai gli appunti e in breve tempo trovai i fogli che presentavano i terribili disegni. Lo sconforto mi assalì nuovamente...per qualche minuto avevo sperato che tutto ciò che avevo affrontato fosse in realtà solo un brutto incubo, dal quale mi ero finalmente svegliato, ma la realtà era evidentemente un'altra. Nonostante l'impossibilità di spiegare quanto era successo, mi sforzai di restare lucido e razionale, ma ad ogni analisi la situazione sembrava avere meno senso. Tutto ciò che mi stava succedendo mi sembrava vagamente familiare, ero sicuro di aver letto qualcosa che aveva una qualche correlazione con i fenomeni che avevo attribuito ad una mia follia. Non potei fare a meno di pensare alle letture sull'occulto che avevo esaminato non troppo tempo fa, ma mi scontrai nuovamente con l'impossibilità di focalizzare i miei ricordi, che sembravano essere flebili ed evanescenti. In qualche modo ero forse stato vittima di una obliterazione? Che avessi dimenticato solo certi eventi, che potevano essere correlati in qualche modo a ciò che mi stava succedendo? Cominciai ben presto a ritenere insoddisfacente la mia follia, come spiegazione per gli eventi che si erano verificati nelle ultime settimane. Ero ancora spossato, provato sia nel fisico che nella mente, quindi per il resto della giornata cercai di riposare e guadagnare le forze, in vista di una alacre nuova attività investigativa che si profilava all'orizzonte. Solo vero sera mi sentii sufficientemente in forze per agire. Per prima cosa decisi di sentire tutti i miei conoscenti che potevano essere entrati in contatto con la famigerata volpe e di scoprire se era accaduto qualcosa di degno di nota nell'ultima settimana. Mi accorsi inoltre che negli ultimi 7 giorni avevo ricevuto diverse chiamate, una decina abbondante. Durante quel periodo, però, la mia assurda percezione della realtà mi doveva aver completamente estraneato da quella nella quale tutti vivevano. In ogni caso, con mio sommo stupore, appresi quasi immediatamente che avevo addirittura risposto alle chiamate...amici e parenti poterono confermarlo. La cosa strana era che tutti avevano trovato molto strano il mio modo di parlare, sembrava che il mio timbro fosse chiaramente cambiato, durante l'ultima settimana, più metallico e raschiante, oltre che più flebile. Inoltre avevo risposto sempre elusivamente alle domande che mi erano state poste, e in generale l'impressione era stata quella di trovarsi di fronte ad una persona completamente diversa e, in un certo senso, inquietante. Confermai la scusa che dovevo aver usato la settimana precedente, ovvero che ero vittima di una pesante influenza, ma che ora stavo decisamente meglio. Inutile dire che la scoperta di aver parlato con altri esseri umani mi inquietò oltremodo. Come mai non ricordavo di averlo fatto? Inoltre le osservazioni sulla mia voce e il mio strano comportamento, insieme al fenomeno di depersonalizzazione, alle strane pulsioni e al sonnambulismo, sembravano suggerire ipotesi assurde quanto spaventose. Mi ero però prefisso di non prendere in considerazione ipotesi non suffragate da prove certe ed inconfutabili, e quindi cercai di non giungere a conclusioni assurde e affrettate.
Poche ore dopo, però, avrei dovuto faticare molto per non lasciarmi trasportare dalla fantasia. Ebbi modo di scoprire che alcuni conoscenti che erano entrati in contatto con l'emoticon avevano accusato sintomi sinistramente simili ai miei, chi in misura maggiore, chi in misura leggermente minore. I casi peggiori erano appena entrati nello stadio di depersonalizzazione, quindi nessuno, almeno per il momento, si trovava nelle mie condizioni. Una rapida ricerca su internet mi portò a scoprire l'esistenza di un paio di community incentrate su problemi psicologici e disturbi comportamentali. Trovai diverse segnalazioni di sintomi analoghi a quelli che ormai conoscevo fin troppo bene. Cominciai a frequentare questi forum, descrivendo nel dettaglio quanto mi era successo, e facendo dei raffronti con le esperienze degli altri. Il quadro che cominciava lentamente a delinearsi non era dei più rassicuranti. Anche in questo caso, non trovai nessuno che avesse superato la fase di depersonalizzazione...la maggior parte delle "vittime" si trovava al primo stadio di quella che sembrava essere diventata una sorta di terribile malattia infettiva. Resi pubblico il mio indirizzo e-mail ed esortai chiunque avesse scoperto qualcosa di potenzialmente significativo o avesse superato la fase di depersonalizzazione, a contattarmi. Nel frattempo, ero deciso a procurarmi nuovamente certe letture sull'occulto, visto che sembravano essere correlate con quanto stava succedendo. Non sarei però mai riuscito a realizzare i miei propositi, in quanto ero vittima di una nuova e più terribile manipolazione, di una mistificazione in corso da troppo tempo, operata da un'entità il cui potere è tutt'ora al di sopra delle mie capacità di comprensione, e penso che sia così per qualsiasi essere umano. Quella sera, infatti, ricevetti una e-mail molto interessante, quella che sembrava essere la tanto anelata risposta ai miei molti interrogativi, ciò che stavo cercando di ottenere da diverso tempo, mi veniva finalmente offerto. Il mittente era un certo "vixen", che asseriva di chiamarsi Giacomo e di lavorare come ricercatore al centro di ricerca in neuroscienze e neuroingegneria "Massimo Grattarola". Dichiarava di essere giunto in possesso di informazioni importantissime sulla volpe e su quella strana patologia che stava colpendo un numero preoccupante di persone. Non specificava come fosse giunto in possesso di tali informazioni, ma mi esortava a riaggiungerlo nella sua abitazione a Genova, dove avrei potuto vedere con i miei occhi e valutare di persona l'entità delle sue scoperte. A quel punto, nonostante l'ambiguità e la scarsità di informazioni presentate nella mail (praticamente solo il suo indirizzo, con qualche indicazione piuttosto vaga, e il suo invito a raggiungerlo il prima possibile), provavo una curiosità troppo intensa, che soppiantava ogni prudenza e mia paranoia...del resto, ero succube di quella terribile da tanto tempo, troppo, e non mi sarei potuto opporre nemmeno se mi fossi reso conto del pericolo rappresentato da il viaggio che ormai mi stavo accingendo ad intraprendere. Contro ogni prudenza e razionalità, dunque, avevo deciso di recarmi a Genova, verso quella che credevo essere la verità.
Seguendo una delle molteplici strade che escono da Genova a nord-ovest, precisamente la Via Antica Strada della Guardia, dopo circa 800 metri, si può scorgere una strada sterrata secondaria, che punta tortuosa verso sud, sud-est, fino ad insinuarsi in un fitto bosco di querce e castagni, per poi raggiungere località sconosciute, sottilmente inquietanti.
Fu quella stradina, che incominciai a percorrere, la mattina del 5 settembre, giorno di nascita, tra i tanti degni di nota, di Luigi XIV. La mia convinzione era quella di essere stato semplicemente impulsivo, di essermi lasciato dominare da una curiosità più che legittima, di aver sì preso una decisione avventata, contro ogni cautela, contro la mia razionalità, ma, del resto, che rischi potevo correre? Ero condizionato, certo, e in che modo, anche...ma, in fondo, non ero in grado di rendermente conto. Obbedivo a delle precise direttive, scambiando la mia ottemperanza per la massima espressione della mia libertà. E mentre un passo dopo l'altro la distanza dalla verità diminuiva, il mio reale "essere" diventava sempre più indistinto, perso oltre l'orizzonte. Continuai il mio incedere, mentre la strada cominciava a guadagnare pendenza e si assottigliava ulteriormente. Doveva aver piovuto, di recente, perchè fango e pozzanghere erano onnipresenti. Dopo circa 300 metri, la strada raggiungeva finalmente il bosco, per poi continuare in linea retta attraverso di esso per almeno 100 metri. La stradina, oasi di fango in mezzo ad un esteso mare verde, diventava improvvisamente un agglomerato di foglie e brago, passando dalla preponderanza del marrone a varie tonalità che spaziavano dal giallo al verde. A questa repentina variazione di colore si aggiungeva anche una innaturale assenza di luce all'interno del bosco, peraltro non molto fitto, come se vi fosse una qualche barriera invisivibile in grado di impedire alla luce di filtrare all'interno dello strano agglomerato di alberi. Queste due improvvise variazioni dell'ambiente, tagliato in due dalla comparsa degli alberi, generavano uno "stacco" così netto che la mia impressione fu quella di abbandonare una realtà per entrare in una alternativa, dominata da leggi proprie, quasi in accordanza con la teoria del multiverso, anche se in misura infinitamente minore. Una volta entrato nel bosco, mi accorsi di un altro fattore piuttosto innaturale e inquietante, il silenzio. Un silenzio totale, rotto solamente dai mie passi e dal mio respiro stranamente affannato. L'inquietudine ricominciò a manifestarsi, mentre proseguivo il mio cammino lungo quello che oramai era diventato uno stretto sentiero, che proseguiva ancora dritto attraverso gli alberi. Quanto poteva ancora distare la casa? I dubbi cominciarono a torturarmi, la mia determinazione si incrinò, e comincia a pensare alla mail ricevuta come a delle informazioni "ad usum delphini", frutto di chissà quali manipolazioni. Cercai comunque di dominare la mia paura, e continuai a camminare, aumentando inconsciamente progressivamente la velocità. Dopo un paio di minuti, la strada svoltava finalmente a sinistra, e, dopo altri 200 metri, si palesava la famigerata abitazione che stavo cercando. Si trattava di un solido edificio a 2 piani, che presentava un numero insolitamente basso di finestre. Era circondata da un basso muretto di pietra, con un modesto cancello in legno. Dietro di esso potevo intravvedere un giardino poco curato, e poi il portone d'ingresso, anch'esso in legno di castagno massello. Cancello e portone erano stranamente entrambi completamente spalancati. In circostanze normali, la cosa mi avrebbe preoccupato oltremodo, ma in quel momento ero semplicemente troppo condizionato per rendermi conto della stranezza di quanto avevo davanti agli occhi. Che follia credere di essere liberi, quando si è sottoposti a tali manipolazioni...manipolazione che nulla di diverso hanno, sostanzialmente, dalla nostra cultura, frutto di una infinità di anni di manipolazioni, del nostro carattere, delle nostre esperienze, del nostro tenore di vita, dell'educazione. Accettiamo tutto quello che ci viene posto davanti televisione, libri, pubblicazioni scientifiche, libri di scuola.
In ogni caso, superai il cancello e raggiunsi la porta senza troppe preoccupazioni, per poi varcarla e trovarmi all'interno dell'edificio. Dalla porta d'ingresso si giungeva in un corridoio che si sviluppava in avanti per circa 9 metri, per poi aprirsi in una grande stanza principale che doveva probabilmente essere il soggiorno. Su entrambi i lati dello stretto corridoio vi erano 2 porte. Le scale dovevano trovarsi a destra del soggiorno. La prima porta a destra era aperta, e, senza nemmeno rendermene conto, la varcai. mi trovai improvvisamente in una angusta stanza, che doveva essere lo studio del ricercatore. Notai una scrivania in legno di medie dimensioni, con un computer desktop e alcuni libri sulla sommità. Nella stanza regnava il disordine più completo. Vi erano fogli sulla scrivania, in terra, e alcuni addirittura sul muro, appesi con poca cura mediante lo scotch. La mia attenzione fu immediatamente attirata dal computer, anche se non potei fare a meno di notare che su uno dei fogli in terra vi era un disegno speculare del famoso emoticon, la volpe sogghignante. Il computer era acceso, e una applicazione era ancora in corso. Un file rtf era aperto mediante Wordpad, e sembrava essere il resoconto di alcuni esperimenti attuati dal ricercatore che mi aveva contattato. Dal testo dedussi che gli esperimenti erano stati effettuati in segreto e senza autorizzazione. Il resoconto era piuttosto freddo, asettico, ma le conclusioni che si potevano trarre da esso decisamente inquietanti. Sembrava che il ricercatore avesse, per interesse personale, dopo averne subito gli effetti, sottoposto determinati soggetti alla visione del famoso emoticon. Gli effetti erano stati più o meno gli stessi riscontrati anche da me, anche se in alcuni soggetti essi si sviluppavano più rapidamente o si manifestavano con maggiore evidenza. Ciò che era inquietante è che era stato sottoposto all'emoticon anche un affetto dalla sindrome di Cotard. Gli affetti da tale sindrome, sono contraddistinti dalla totale interruzione del centro delle emozioni dagli altri sistemi sensoriali. Il soggetto però aveva riso. Trovatosi davanti al famoso emoticon, dopo pochi istanti, era scoppiato in una risata isterica. Tutto ciò era semplicemente assurdo, impossibile. Quasi appellandoci ad una specie di "ipse dixit aristotelico", sia io che il ricercatore avevamo negato una tale possibilità. Ma il ricercatore aveva fatto di più, aveva scoperto che la sua risposta emotiva non era legata ai sistemi sensoriali, e neppure all'amigdala. Cosa avesse provocato una simile reazione al soggetto, e come essa fosse avvenuta, poteva essere solo fonte di speculazioni. Distolsi per un attimo lo sguardo dallo schermo del monitor, e improvvisamente la mia attenzione fu catturata dai fogli appesi alla parete. Erano disegni, tanti disegni. Cominciai ad osservarli da sinistra verso destra, e notai che sembravano presentare tutti, più o meno, lo stesso soggetto, la volpe. Ma cominciai a notare delle differenze, tra un disegno e quello successivo. I primi erano pressochè identici all'emoticon, rappresentazioni molto approssimative di una volpe, nell'innaturale gesto di ridacchiare. Ma sembravano progressivamente diventare rappresentazioni maggiormente fedeli alla realtà. Man mano che spostavo lo sguardo da un disegno all'altro, verso la mia destra, la volpe diventava più reale e definita. Sembrava che fosse stata realizzata, con molti passaggi intermedi, la stilizzazione di una volpe. Ma presto cominciai a sentirmi disgustato: oltre a diventare più reale, la volpe stava diventando sempre più strana, dapprima troppo "umana", poi decisamente deforme. Ogni disegno aggiungeva un qualche dettaglio totalmente innaturale alla creatura. Era orribilmente asimmetrica, e il suo sguardo non era quello di un animale comune. Sembrava comunicare odio e divertimento allo stesso tempo. Continuai ad osservare i disegni successivi, e ad un certo punto mi resi conto che forse era meglio lasciare perdere. La volpe stava diventando, disegno dopo disegno, sempre più terrificante, e non ero certo di voler vedere il disegno "base", quello che aveva dato origine al processo di stilizzazione. Ma purtroppo non fui in grado di resistere alla curiosità, e di ciò ancora adesso mi dispero, non l'avessi mai fatto. Impaziente, puntai direttamente all'ultimo disegno a destra. Grave errore. Mi trovai immediatamente davanti ad una creatura che non poteva esistere. Non poteva che essere il frutto di una immaginazione malata, un abominio innominabile, oscenamente deforme. Le sue zampe, la sua coda. Tutto totalmente sproporzionato...e poi una volpe dovrebbe averne quattro, di zampe. E il volto, che dire del volto. Nemmeno una volpe colpita in pieno volto da una scarica di pallettoni poteva essere così abnorme. I suoi occhi, i suoi terribili occhi, riflettevano una intelligenza vivace e maligna, una superiorità opprimente, che unita alle fattezze della creatura, mi spaventò a tal punto che mi precipitai fuori dalla stanza in preda al panico, e mancò poco che non urlai. Senza nemmeno rendermene conto, mi trovavo ora in soggiorno. Il ricercatore che mi aveva inviato la mail era lì, sul divano. Ma era morto. Sul divano, alla sua destra, una pistola. Sul tavolino, davanti al divano, due caricatori pieni. A destra del divano, in terra, un bossolo. Il ricercatore, un tipo non troppo alto che doveva essere piuttosto giovane, giaceva sul divano. Presentava un modesto foro d'uscita sullo zigomo destro, ma lo stesso non si poteva dire del foro d'uscita, largo almeno il doppio, poco sopra lo zigomo sinistro. Il secondo foro, di forma irregolare e contornato da frammenti d'osso e da materia cerebrale, era orribile a vedersi, almeno quanto l'espressione della vittima, che appariva stranamente priva di emotività. Sul muro a sinistra del divano, potevo invece osservare gli schizzi di sangue, che parevano ora assumere forme terribilmente familiari, orribili rosse rappresentazioni di un canide. Ma non fu questo a farmi totalmente perdere il controllo, no, non fu questo. Fu qualcosa di molto più "normale", se mi è concesso l'uso di tale termine, in queste circostanze. Dietro il divano, pochi metri più in là, potevo scorgere un'altra porta, praticamente identica a quella che avevo varcato per entrare all'interno della villa. Fuori dalla porta, un giardino parzialmente incolto, un muretto con un cancello in legno e una strada appena accennata che si faceva strada in linea retta all'interno del bosco. Uno scenario prefettamente identico a quello che avevo osservato mentre raggiungevo la villa...ero forse impazzito? Mi mossi per raggiungere la porta, quando le vidi. Delle impronte di fango, che provenivano dall'esterno e che proseguivano fino al divano. Ma non erano le impronte lasciate da una scarpa, o comunque da un umano. Erano le impronte che poteva aver lasciato un cane, oppure una volpe. Questo per me fu troppo. Guidato da chissà quale forza, raccolsi pistola e uno dei 2 caricatori e mi precipitai fuori dalla casa, urlando in preda al panico e alla follia. Molto più tardi, tornai a Trieste, a casa mia, per restarci. Non volevo fare supposizioni su quanto avevo visto, non era necessario. I ricordi inerenti alle letture sull'occulto erano riaffiorati, tutto era ormai terribilmente chiaro, ma era una verità che non potevo accettare. Da quel momento sono rimasto qui, in casa mia, a languire, come un vegetale. Le mie forze si sono rapidamente esaurite. Bevo poco e mangio ancor meno, ma purtroppo le mie scorte alimentari sono sufficienti per sostenermi per ancora diverse settimane, e io non ho il coraggio di morire di fame o di sete. A ben pensarci, però, ormai è inevitabile, con ogni probabilità è questa la sorte che mi aspetta, visto che è da un buon numero di giorni che non mi allontano più dal tavolo, e la bottiglia di acqua è ormai finita. Poco male. tanto devo comunque morire, io lo voglio. Quella specie di patologia non era sparita, in me. Per un poco ci avevo creduto, ma non è stata altro che la beffa finale. Ora sono totalmente privo di forze e di volontà, in balia di lei e del suo oscuro disegno.
Adesso attendo la morte, e con essa la libertà dalla consapevolezza di questa terribile verità.
Voi non mi crederete, questo lo so. Chiunque di voi leggerà quanto ho scritto non potrà fare a meno di ridere, pensando alla mia follia, ed in un certo senso avrà anche ragione. Alcuni forse saranno invece incuriositi da quanto ho detto fino ad ora, con conseguenze ancora peggiori. Ma a voi, voglio dire una cosa. Voi, che riderete di me, voi che speculerete per divertimento sulla natura della follia che deve avermi colpito, voi tutti, sono io, che adesso rido di voi. Rido della vostra ignoranza, della vostra incapacità di rendervi conto di esserlo. Tutto quello su cui voi basate la vostra esistenza non esiste e non ha nessun significato, uccidete, vivete, morite, soffrite, esultate, tutto per niente. Non conoscete nulla, ma proprio nulla, però vi nascondete dietro la vostra nuova religione, la scienza. In origine non lo era, certo, ma ora, ora è questo che voi vedete in essa. La risposta ultima alle vostre domande. Nulla in realtà è cambiato, dagli albori della civiltà. Quello che sappiamo meglio è la grandezza della nostra ignoranza, nulla più. Non conosciamo nulla, voi non conscete nulla, eppure vi nascondete dietro alle parole, dietro a termini scientifici. Uccidete anche, per parole. Peccato che esse non abbiano alcun significato, come la stessa vostra esistenza. Osservatemi pure superbi dalle vostre alte e complesse costruzioni di carte, costruite su fondamenta di eguale fattura. Esse crolleranno, però, ve lo posso garantire. E un giorno vi renderete conto della vostra infinita stupidità, ma ciò non porterà a nulla, a nulla di fatto.
Oggi è il 28 dicembre. Oggi, esattamente 1205 anni fa, Ludovico il Pio, che sta assediando Barcellona, si rende conto che presto dovrà ritirarsi: l'inverno ormai è giunto e i soldati sono già molto provati. E' necessario interrompere l'assedio. Ma Ludovico decide di provare una ultima tattica, disperata. Decide di ordinare la l'allestimento di baracche per superare l'inverno. Spera così di indurre gli assediati alla resa. Essi, infatti, provati almeno quanto gli assedianti e ormai privi anche di generi alimentari, stanno proprio sperando nella ritirata di Ludovico e delle sue truppe. Come tutti sappiamo, il piano di Ludovico funzionerà. Gli assediati si arrenderanno, e Ludovico conquisterà Barcellona.
Ora, perchè non posso fare lo stesso io? ho pure io il diritto di fare ancora un tentativo, un gesto disperato.
Sono 2 giorni, ormai, che qualcuno bussa alla porta, alle 16 precise. Continua a bussare per almeno mezz'ora, ed io ho paura, perchè posso immaginare l'identità di chiunque si trovi dietro la porta. Ma oggi voglio provare ad alzarmi. Alzarmi, sì, e raggiungere la porta, aprirla, se mi è possibile...affrontare chiunque si trovi dietro di essa. Affrontare lei, se necessario. Sento che devo farlo, devo almeno provarci. Ormai ho deciso, lo farò.


Devo essere completamente impazzito. L'ho fatto...sono riuscito ad alzarmi...ho raggiunto anche la porta, anche se con grande fatica. Qualcuno bussava alla porta, ed io l'ho aperta. Ancora adesso non so come io sia riuscito poi a richiuderla, Perchè dietro di essa vi è lei. proprio lei. Il disegno che ho visto nulla è se paragonato alla realtà. Mio buon Dio, come può esistere un simile orrore? come può essergli permesso di esistere, sempre se esiste. ormai non sono più sicuro di nulla. Ma so che tornerà, verrà di nuovo qui, per me, per prendermi. La posso sentire, è là fuori, da qualche parte, e sta ridendo, come sempre. Ecco che nuovamente bussa alla porta, no...non sta bussando, sta colpendo la porta. Ma così potrebbe cedere...no, cosa sta facendo... la sta buttando giù...mi raggiungerà...mi prenderà, mi porterà con se...ecco che la porta cede, ecco...eccola. La prole informe di Tsathoggua, Ya Ya Shub Nigghurat ! ! !
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Pan

[Di seguito la trasposizione del materiale rinvenuto in casa della vittima, Marco Colussi, consistente in una lettera scritta poco prima della morte e mai spedita, e alcune pagine di una specie di diario che sembra aver tenuto all'incirca dal 18 settembre fino al 30 ottobre 2006]



[Su quella che si presume essere una lettera, non è però presente l'indirizzo di un ipotetico destinatario, ed è stata vergata apparentemente con grande fretta, vista la calligrafia disuguale e frettolosa]

31 ottobre 2006

"Il gatto ha un'opinione ben precisa sugli esseri umani. Non dice molto, ma quello che dice è sufficiente a non farvi venire voglia di ascoltare altro." (Jerome Klapka Jerome)

Felis sylvestris catus. Il gatto domestico, un animale misterioso e affascinante come pochi altri, in grado di atterrire grazie alla sua inesplicabile ambiguità. Ambiguità che gli ha permesso di suscitare reverenza e adorazione, ma anche timore e inquietudine innaturale, fino ad arrivare all'incomprensione e all'odio.
Introdotto presumibilmente dall'antico Egitto, sembra aver fatto la sua prima comparsa all'interno della società umana addirittura 10mila anni fa, ed ora come ora è diventato prevalentemente un animale che vive in ambiente domestico, nonostante esistano ancora diverse specie che continuano a vivere allo stato selvatico.
Si tratta di un animale decisamente agile e flessibile, in grado di muoversi silenziosamente e di spiccare notevoli salti. È dotato di una vista notevole ed è capace di vedere anche in condizioni di scarsa luminosità, e anzi, la sua vista perde del potenziale durante il giorno. Udito e olfatto sono entrambi molto sviluppati, come anche il senso del gusto. È insomma, prima di tutto, un predatore efficiente.
Ed è forse questo che, fino a poco tempo fa, continuava a spaventarmi. Non voglio essere frainteso, io adoro e ho sempre adorato i gatti, e non nutro alcun timore, soprattutto di natura superstiziosa, verso quei deliziosi felini.
Anzi, mi hanno sempre affascinato molto, e adoro tuttora la loro indipendenza, alla quale non rinunciano mai del tutto, e la loro diffidenza, contrapposta alla stupida ingenuità tipicamente canina. È naturale, di conseguenza, che anche io abbia un gatto, un bellissimo gatto, ma meno naturale è che io inizialmente mi sia pentito di averlo accolto in casa. Ora, ovviamente, mi sembra di essere stato davvero uno stupido, di essere stato vittima (in parte consapevole, il che accresce la mia responsabilità all'interno della vicenda, e ovviamente di conseguenza la mia vergogna) di puerili e illogici timori, che peraltro non avevo mai manifestato prima, ma mi risulta piuttosto difficile spiegare cosa mi ha portato a comportarmi in un modo così infantile e vergognoso. Credo di doverci provare, comunque, se non altro per farmi io stesso quattro risate, ripensando all'inconsistenza delle mie paure.
Come ho detto, ho un gatto, e tutto inizia e finisce con lui.
Ho un gatto, ma non un gatto qualsiasi. Si tratta di un magnifico (per quanto leggermente atipico, ma di questo parlerò in seguito) esemplare di gatto persiano. Presumibilmente si tratta di un "persiano solido", contraddistinto dalla presenza del gene inibitore delle tigrature. Ad ogni modo, il colore del suo mantello è un nero particolare, tendente al grigio, che talvolta lo fa assomigliare ad un grosso certosino.
In effetti, i persiani hanno sempre esercitato un fascino particolare su di me, in parte a causa della loro regalità, del loro pelo lungo e fluente, e anche del loro musetto schiacciato unito ai loro grandi occhi rotondi ed espressivi, e ciò mi ha sicuramente influenzato, portandomi a fare una scelta della quale mi sarei pentito poco tempo dopo.
Di lui, il mio gatto, so davvero poco, principalmente a causa del suo poco felice destino, che l'ha visto essere abbandonato dai precedenti proprietari, per poi finire all'ENPA, ed in seguito a casa mia. Ignoro la sua età, anche se potrebbe essere attorno ai sette anni, e ignoro cosa gli sia successo esattamente prima di finire da me, ma in realtà non credo che mi interessi scoprirlo. Fino a poco tempo fa, devo ammetterlo, questi interrogativi erano diventati, a mio avviso, molto vicini all'essere considerati vitali, ma quello è un passato che preferirei dimenticare, anche se non credo che lo farò, altrimenti, con ogni probabilità, non starei scrivendo queste righe.
E la domanda principale, probabilmente, è proprio questa. Perchè sto scrivendo queste righe? Ma, ancora più importante, per chi le sto scrivendo? Per me...beh, ne dubito, ho le idee chiare, ora, e non vedo come questi miei vaneggiamenti possano contribuire a chiarirle ulteriormente. Ma allora, per chi? Difficile dirlo, ma probabilmente non ha molta importanza, se paragonato con la domanda che invece mi tormenta da quando ho preso in mano la penna. Quello che davvero vorrei sapere, è perchè sto scrivendo tutto ciò, perchè sto rielaborando vicende di un passato fin troppo vicino, che dopotutto non vorrei far altro che dimenticare?
Ed ecco, questa è la chiave. Il mio desiderio di dimenticare.
Potreste dire che invece è comprensibile, soprattutto se è un passato del quale mi vergogno, ma io credo di non essere di questo avviso.
In primo luogo, si tratta di una vicenda che, per quanto contraddistinta da un mio comportamento inspiegabile e decisamente vergognoso, ha coinvolto solo la mia persona, senza interventi o interazioni con elementi esterni, ed in secondo luogo, io non sono il tipo da rimuovere una vicenda, ma bensì sono solito analizzarla a oltranza, con lo scopo, forse, di capire i miei errori, per evitare il loro ripetersi (oppure per sbagliare con maggiore perizia ed efficienza)
Capirete, dunque, quanto sia invece più naturale dubitare di questo mio inesplicabile desiderio di dimenticare completamente questa precisa vicenda, desiderio che non si manifesta e non si è mai manifestato per nessun altro mio errore passato.
E sono convinto che sia questo il motivo che mi ha spinto a scrivere questa specie di lettera.
Quindi può essere che io la stia scrivendo proprio per me, ma questo in realtà non ha molto importanza.
In verità, non voglio perdere tempo prezioso, perchè ho la brutta sensazione di aver già incominciato a dimenticare gli elementi che contraddistinguono quella vicenda. Si tratta di piccoli dettagli, dell'insorgere di nuovi ed inaspettati dubbi circa il susseguirsi cronologico delle vicende, alcune delle mie azioni, convinzioni, pensieri.
Per mia fortuna, durante quei giorni, quelli in cui posso circoscrivere temporalmente inizio, svolgersi e conclusione della vicenda, ho tenuto un diario, per quanto l'abbia fatto con poca cura e notevole negligenza, scrivendo per lo più il minimo indispensabile, e cioè una serie di confuse e criptiche annotazioni, credo che siano indispensabili per fare luce su quella vicenda, che sta cominciando a sbiadire nella mia mente.
Per non inficiare la validità di quanto sto scrivendo, e per non condizionarmi prima dell'inizio della stesura, non ho ancora riletto le poche pagine del mio diario, ma conto di farlo adesso, di ricostruire gli avvenimenti tramite i miei ricordi e la loro trasposizione sul mio diario, per poi trascrivere il tutto in questa lettera. Sono convito che, una volta finito, tutto diventerà più chiaro.
O almeno lo spero.
Per la verità, quello di cui sono certo senza sforzare eccessivamente la mia memoria, è che questa vicenda si è svolta temporalmente attorno alla metà settembre (quindi poco più di un mese fa, ed è davvero singolare, e forse inquietante, che quando ne parlo, sembra che invece si sia svolta quantomeno diversi anni fa, ed è la prova che questi avvenimenti in qualche modo vogliono essere rimossi dalla mia memoria), sono sicuro che riguarda il mio gatto e che, con ogni probabilità, il mio comportamento è stato talmente bizzarro da spaventarmi.
È un po' poco, ma pur sempre un inizio. Ora non resta altro che incominciare a leggere le mie annotazioni, e vedere cosa ne viene fuori.
Prendo ora la prima pagina che ho strappato dalla mia agenda, quella con cui si apre il mio pseudo-diario.
Come pensavo, la prima annotazione è datata 18 settembre 2006 e, considerato che oggi siamo il 31 ottobre, di tempo non ne è passato molto. Come è possibile che io abbia ricordi così vaghi?
Beh, non mi resta che cominciare a leggere...
È peggio di quanto pensassi...molto peggio. A quanto pare è proprio vero, che il mio comportamento è stato fin da subito molto strano, lo si può evincere con chiarezza già dalle prime righe del mio diario, ma non riesco proprio a capire cosa possa avermi stressato a tal punto da provocare un comportamento così irrazionale e confuso.
La nota successiva è del 20 settembre, e questo "nuovo" stato di confusione, quasi di schizofrenia, sembra acuirsi ancora di più. Probabilmente in altre circostanze avrei riso di un comportamento così palesemente infantile ed assurdo ma, e non so perchè, sta cominciando a spaventarmi.
Forse non avrei dovuto rileggere questo cumulo di sciocchezze, forse avrei dovuto limitarmi a dimenticare. Ora mi sembra davvero liberatorio, poter rimuovere tutto ciò, un miasma di irrazionalità, un insieme di elementi che non posso o non riesco a capire, e che per questo dovrebbero essere obliati il prima possibile. Ma ritengo che ormai sia troppo tardi, mi sono imbarcato in questo assurdo viaggio, e ora desidero raggiungere la meta, qualunque essa sia.
Continuiamo la lettura...
Ora, il mio gatto, a proposito, non vi ho detto che si chiama Pan, mi ha raggiunto sul tavolo davanti al quale sono seduto io, e vi è appena salito. Ho sempre cercato di insegnargli a non farlo, ma è davvero incorreggibile, e dopotutto non credo ci sia nulla di male se staziona sul tavolo, almeno quando non vi è nulla che possa mangiare o far cadere in terra.
Comunque, ora è qui davanti a me, e mi osserva con quella che potrebbe sembrare una vivace curiosità. A dire il vero è quasi la sua espressione standard, quella in cui manifesta un'inusitata curiosità. Mentre sto scrivendo, segue con i suoi due occhioni luccicanti (è sera e non ho ancora acceso la luce, perchè la luminosità, per quanto scarsa, è ancora sufficiente per permettermi di leggere e scrivere senza difficoltà) il movimento della penna, quasi volesse cogliere ogni singola parola di quello che sto scrivendo. L'intelligenza che pare trasparire dai suoi occhi mi ha sempre impressionato, quasi inquietato, forse, ma è anche una delle cose che più mi affascina.
Pan sembra comprendere tutto quello che gli viene detto, e nonostante spesso e volentieri preferisca passare la maggior parte del suo tempo da solo (a riposare, per lo più), sembra non sfuggirgli nulla di quello che faccio. Non posso certo negare che mi faccia piacere, constatare che bene o male, quando sono in casa, lui sia sempre nei paraggi, anche se comunque si fa notare solamente quando vuole essere coccolato. Comportamento del tutto legittimo, oserei dire.
Ma questa digressione non è di alcuna utilità, quindi è meglio che io continui la mia lettura, sotto la severa supervisione del mio amico peloso, che si è seduto sul tavolo e sembra essere deciso a restarvi, almeno fintanto che io starò qui a scrivere.
Mio Dio! Avrei dovuto leggere le annotazioni giorno per giorno, scrivendo per ciascuno le conclusioni alle quali sarei giunto, in modo da ricostruire la vicenda in modo graduale, ma mi è stato impossibile smettere di leggere prima di essere arrivato alla conclusione.
Il contenuto del mio diario...no, è inconcepibile, e non posso nemmeno pensare che possa essere davvero successo, eppure...
Non posso parlarvi di quello che ho scoperto, non posso nemmeno accennarvi, non di mia volontà, almeno, quello che è successo, beh, non ha nulla a che vedere con questo mondo e le norme che lo regolano. Penso anche che abbia ben pochi legami con la realtà, e tuttora faccio fatica ad accettare una simile verità. E non posso che essere sconvolto e terrorizzato, non solo dal contenuto delle mie annotazioni, e soprattutto dall'ultima di esse, ma dalla data che essa riporta...solo quella, da sola, è in grado di far vacillare la mia volontà, solo quella, è in grado di distruggermi. Per quanto riguarda il resto, il contenuto del diario, non voglio e non posso farvi riferimento. E, credetemi, è meglio così.
Mio Dio, quella data! La mia ultima annotazione è piuttosto corta, invero, ma quella data...non posso pensare di avere scritto quelle cose, quel promiscuo insieme di deliranti affermazioni, meno di 24 ore fa! Proprio così, la mia ultima scellerata annotazione, riporta quella data, 30 ottobre 2006.
In quel breve lasso di tempo in cui ho vergato quel patetico diario, ho sempre usato scrivere le mie annotazioni durante la sera, solitamente sul tardi, attorno alle 21, quasi mai prima.
Ora saranno le 19, forse le 20, ma sono assolutamente certo che non sia passato nemmeno un giorno intero, da quando ho scritto quelle poche ma assurde parole.
Come posso avere dimenticato? Come posso aver rimosso gli avvenimenti verificatosi il giorno precedente?
Ora so che la mia parte, in tutto questo, non è stata niente di più di un cameo, e temo che non potrò nemmeno assistere al grande spettacolo, perchè lui non me lo permetterà.
Vorrei avvisarvi del pericolo, lo vorrei tanto, ma so bene che questa lettera probabilmente non verrà mai letta, e se anche io invece riuscissi a raggiungere il telefono, non saprei comunque chi chiamare.
Nessuno mi crederebbe, e non posso pretendere che le cose vadano diversamente, dato che nemmeno io riesco ancora a crederci.
E lui? Che fine ha fatto? Dannazione, non è più sul tavolo. Sembra scomparso, ma so che non è così...è troppo maledettamente silenzioso...potrebbe arrivarmi alle spalle...lui sa, sa quello che stavo facendo, e adesso...rumori dalla cucina, forse è lì...forse, forse ho ancora una possibilità, magari la forza della disperazione sarà sufficiente. Altri rumori dalla cucina...è il mio momento...devo...io devo tentare...la porta è a solo cinque, forse sei metri dal tavolo del soggiorno...posso farcela...io posso...ma li vedo, vedo i suoi occhi scintillanti...li vedo...

[La lettera si conclude così. Le ultime righe rivelano una scrittura molto più rapida ed incerta, e sembra palese uno stato di ansia e stress, oltre ovviamente ad una evidente instabilità mentale, forse schizofrenia]

[di seguito riportati gli estratti più significativi dal diario della vittima, in ordine cronologico]

18 settembre 2006
Non sono tuttora del tutto convinto di quello che sto facendo, ma ormai ho preso la mia decisione.
Terrò un diario. L'idea non mi è mai piaciuta particolarmente, ma in questo caso, alla luce dei recenti avvenimenti, non posso che considerare necessario riportare i miei pensieri, e una descrizione degli eventi ai quali sto assistendo. Tutto ciò potrà essermi utile, ma soprattutto potrebbe in seguito rivelarsi utile a qualcun altro. Non so se, in verità, avrò mai il coraggio di far leggere a qualcuno queste mie riflessioni, ma nel dubbio, è sicuramente meglio che io metta il tutto per iscritto.
Per prima cosa, è meglio specificare il motivo che mi ha spinto a cominciare la stesura di un diario.
In verità, la causa di tutto ciò va ricercata in un essere vivente...dunque più propriamente potrei dire che il colpevole, senza dubbio alcuno, è un gatto. Si chiama Pan, e già da diversi mesi ha avuto la fortuna (almeno rispetto alla sua situazione precedente) di essere stato adottato da me.
La sua storia è un po' travagliata, in quanto è stato abbandonato dai precedenti proprietari, che se ne sono sbarazzati in un modo rapido e crudele. L'hanno gettato in un bidone della spazzatura, dentro un sacchetto di nylon. Di lui avevo sentito parlare, per la prima volta, da un amico che si era recato all'ENPA per la vaccinazione del suo gatto contro la Rinotracheite, e che in quell'occasione aveva fatto la conoscenza di quel gatto sfortunato. Mi aveva riferito che si trattava, almeno apparentemente, di un bellissimo gatto molto affettuoso, e che, ovviamente, soffriva e aveva bisogno al più presto di una famiglia. Incuriosito, ma in parte già deciso ad adottarlo, dato che da tempo avevo il desiderio di prendere un gatto (desiderio mai realizzato più per pigrizia, che per un'effettiva impossibilità), mi ero poi recato a mia volta alla sede dell'ENPA, per poi prendere quasi immediatamente la decisione di adottare quel bellissimo persiano nero, che nel frattempo era stato chiamato Pan, nome a mio parere azzeccato e che non gli ho mai cambiato.
E devo dire che mi ero, pressoché immediatamente, reso conto che si trattava effettivamente di un gatto squisitamente affettuoso. Faceva le fusa in continuazione, e cercava quell'attenzione e quell'affetto che con i precedenti proprietari gli erano mancati.
Cosa ancora più particolare, Pan non faceva altro che miagolare. Che lo si coccolasse, che lo si guardasse soltanto, lui miagolava. Era un poco buffo, e sembrava quasi che cercasse di parlare, di esprimersi in qualche modo, con delle modalità che mai avevo riscontrato in altri gatti.
Era davvero adorabile, ed io ero contento di averlo preso con me.
E c'è poco da dire, è tuttora un bellissimo gatto, anche se ora che ha una casa, il suo entusiasmo è scemato ed è diventato un po' più schizzinoso. Insomma, il periodo delle fusa perpetue è decisamente passato. Ho inoltre scoperto un'altra sua caratteristica peculiare e alquanto bizzarra...che si manifesta quando è rilassato, per lo più. La maggior parte delle volte, Pan usa sedersi (soprattutto sul divano) appoggiando la schiena contro qualsiasi superficie, e mettendosi di fatto in una posizione "spaparanzata" tipicamente umana, che ho sempre trovato buffa e divertente.
In alcuni casi sembra solo che gli manchi una lattina di birra a fianco, per completare la scena.
Altra sua peculiarità è la conformazione del muso, che è lievemente atipica e fuori dallo standard di razza. È abbastanza difficile, in verità, stabilire cosa ci sia di strano, ma non si riesce a fare a meno di notare, nei suoi tratti, qualcosa di (molto) vagamente umanoide. In realtà, questa impressione è probabilmente dovuta al fatto che il suo muso, semplicemente, è un poco più prominente di quanto dovrebbe essere. Ad ogni modo, questo contribuisce ad accrescere il suo lato enigmatico, che, devo dire la verità, ho avvertito fin dal primo giorno.
E qui ci ricolleghiamo ai motivi che mi hanno spinto a tenere un diario.
Il suo comportamento, al di là di quelle poche stravaganze, che peraltro sono piuttosto divertenti, sembra apparentemente normale, o comunque consono allo standard di un gatto.
Sta per le sue per poi comparire silenziosamente quasi all'improvviso, in genere per ricevere la sua dose di carezze, è vorace e mangia anche troppo, perchè è difficile resistere ai suoi miagolii, ed infatti, a prescindere dal suo pelo, decisamente lungo, è diventato un poco grassottello.
La stranezza nei suoi comportamenti, in effetti, è quasi inavvertibile, ed in un primo momento ho pensato che fossero attribuibili più alla mia fantasia, che a qualcosa di davvero concreto.
Ora però, sono ragionevolmente certo che qualcosa di strano ci deve essere.
Oltre al suo volto bizzarro, che ora trovo sinistramente inquietante, mi ha sempre sorpreso la sua intelligenza fuori dal comune, e la strana espressività dei suoi occhi. In genere, sarebbero tutte cose normali, in un gatto, ma in questo caso non riesco a crederci fino in fondo.
Il suo costante miagolio, per esempio, l'ho sempre ritenuto inesplicabile e comunque non me ne sono preoccupato eccessivamente, ma ora penso che sia invece significativo.
Si aggira spesso furtivo per la casa, in special modo durante la notte, e in quelle occasioni alle volte lo sento miagolare. Spesso in un modo ancora diverso da quello riscontrabile durante il giorno. Si tratta di miagolii che non saprei come definire se non "quasi isterici", che non sembrano essere quelli che potrebbe emettere un gatto. Un paio di volte, mi è sembrato quasi di cogliere qualcosa di troppo simile a delle parole, all'interno dei suoi bizzarri (e apparentemente privi di senso) versi.
Ma sono cose che si sono verificate di notte, e non gli ho dato troppo peso, perchè non potevo che dubitare delle mie capacità cognitive, a quelle ore della notte.
Quando faccio qualcosa, qualsiasi cosa, poi, Pan mi raggiunge sempre, anche se un attimo prima stava dormendo, e sembra quasi che sia interessato alle mie attività, ma interessato in un modo eccessivo anche per il più curioso dei gatti. Quello che è strano, è che sembra che le sue azioni siano caratterizzate da una cognizione di causa che mai avrei pensato di constatare in un animale.
Anche quando ci sono ospiti in casa, lui sembra sempre pronto a captare le conversazioni altrui, e anche quando sembra stia dormendo, riesce difficile togliersi dalla mente l'impressione che in realtà lui sia reattivo e stia solamente dissimulando il suo interesse. Sono conscio di quanto assurde possano sembrare queste illazioni, è in verità non so bene come spiegare l'insorgere di simili assurdi dubbi circa il comportamento di Pan, che immagino possa sembrare ancora un comportamento perfettamente normale, per un gatto.
La verità è che sono tutti questi vari elementi, nel loro insieme, ad essere indicativi, e per quanto essi possano continuare a essere apparentemente privi di una qualsiasi componente illogica e anomala, le modalità con le quali essi si manifestano sono decisamente estranee a quelle dei gatti.
Mi rendo conto di aver speso tante parole per dire ben poco, ma temo di non essere perfettamente in grado di esprimere i miei timori affinché essi possano avere anche la minima consistenza, e stando così le cose, possono essere tranquillamente confutati senza alcun impegno. In realtà, per poterci credere, bisognerebbe vedere con i propri occhi, ed in effetti, tutti quelli che l'hanno visto mi hanno confessato, seppur scherzando, che Pan pare un delizioso demonietto.
Anche io ho scherzato per lungo tempo, senza però mai parlare sul serio, sulla presunta natura demoniaca di quel povero gatto, ma ora non sono più così sicuro che sia il caso di scherzarci su.
E peraltro, ora che sto scrivendo la prima di quelle che penso saranno numerose annotazioni, Pan è qui con me, sul divano, e sembra decisamente interessato alla mia (per lui bizzarra, presumo) attività. Se non stessi cercando disperatamente di aggrapparmi alla mia razionalità, probabilmente penserei che il gatto stia cercando di leggere quello che sto scrivendo.

20 settembre 2006
Questa è già la seconda annotazione che scrivo, ieri non ve n'è alcuna perchè sono stato fuori casa tutta la giornata, e per fortuna ho potuto evitare di pensare eccessivamente a Pan, e ai miei timori che poi, per tutta la giornata odierna, mi sono sembrati nuovamente abbastanza assurdi.
La verità, e sono restio ad ammetterlo, è che non sono ancora del tutto certo della validità delle mie audaci supposizioni, e in effetti mi vergogno un po' della mia solerzia nel cercare di attribuire qualsiasi comportamento del mio gatto, ad un qualcosa di orribilmente estraneo e innaturale.
Anche oggi Pan mi fa compagnia durante la stesura del mio diario, ma questa volta sembra meno interessato ai dettagli della mia attività, dato che per lo più si limita a stare ben spaparanzato sul divano, e ad osservare lo schermo nero della televisione, nonostante sia spenta. Non riesco a fare a meno di pensare che questo possa essere l'ennesimo suo tentativo di dissimulazione, ma mi sento un vero imbecille, del resto non ho alcuna prova a sostegno di quello che voglio dimostrare, e mi stupirebbe il contrario, devo ammettere.
Ieri, attorno alle 23, Pan è pure salito sul mio letto, e i suoi occhi scintillanti mi sono comparsi improvvisamente davanti. Non riuscivo a dormire, e in effetti la mia mente si stava intrattenendo con le possibili implicazioni di ciò che avevo visto (o che credevo di aver visto), concludendo, per il momento, che probabilmente ero semplicemente impazzito. Ad ogni modo, la sua comparsa mi ha fatto sobbalzare, e invece di un grosso gatto persiano mi sono visto davanti una nera e informe creatura che non troverebbe spazio nemmeno nei miei incubi peggiori. Che stupido che sono!
Pan invece si è limitato a miagolare, ha fatto le fusa nonostante non l'avessi toccato, è rimasto sul letto per un paio di minuti, poi è saltato giù ed ha cominciato la sua solita ronda in giro per la casa.
Mi sono reso conto di non essermi spiegato esaurientemente, due giorni fa, e credo di avere omesso alcuni dettagli potenzialmente interessanti, che penso sia il caso di riportare.
Innanzitutto, a preoccuparmi non sono stati solamente i comportamenti sottilmente anomali di Pan, ma anche alcuni eventi che, per quanto non presentino nessuna correlazione evidente, non posso che cercare di collegare al mio gatto.
È da quando ho preso Pan, per esempio, che il sonno è diventato improvvisamente tutt'altro che ristoratore. Certo, ho sempre avuto un po' di difficoltà a prendere sonno, e anche riuscendo ad addormentarmi, mi capitava spesso di svegliarmi diverse volte e di dormire, complessivamente, un numero di ore insufficiente, ma non mi era mai capitato qualcosa di analogo a quello che invece mi sta succedendo in questi tempi.
La mattina non mi sento semplicemente insolitamente stanco, ma, in un certo senso, mi sento come "svuotato", una debolezza che ha poco a che vedere con la sonnolenza e con le poche ore di sonno. È come se parte della mia energia venisse "assorbita" durante la notte. Lo so che sembra una stupidaggine a dir poco demenziale, ma è quello che sento. Inoltre ora, ogni volta che mi sveglio durante la notte, lui è sempre nei paraggi, spesso e volentieri sopra il letto, e al mio risveglio vengo sempre accolto dai suoi occhi, che sembrano esprimere un'intelligenza vivace e crudele.
In un primo momento ho apprezzato il risveglio accompagnato dai suoi miagolii e le sue fusa, ma ora penso di aver sempre frainteso il significato del suo gesto. E ora, la prima cosa che faccio appena sveglio, è scacciarlo con veemenza, inorridito dalla sua presenza e dal suo significato.
Tutto ciò sembra supportare la tesi relativa alla mia follia, ne sono più che conscio, e io stesso vorrei poterlo credere, ma non avendo mai avuto alcun odio, ma soprattutto non avendo mai avuto nessun genere di timore nei confronti dei gatti, che ho sempre considerato, forse erroneamente, una spanna sopra gli altri animali, non posso credere che questa mia paura nei confronti di Pan trovi la sua origine in una mia improvvisa follia. Inoltre, come ho detto, il suo comportamento pare strano anche agli estranei, nonostante nessuno abbia mai colto pienamente il significato dell'atteggiamento di quell'animale.
Questa mia nuova debolezza al risveglio, sembra aumentare esponenzialmente ogni giorno che passa, e in effetti mi sono reso conto di quanto stava lentamente succedendo solamente diverso tempo dopo il manifestarsi del problema.
Vi sono ancora ulteriori dettagli da analizzare, e intendo farlo quanto prima, ma ora sono troppo stanco, e penso proprio che non ci sia nulla di male se continuerò il mio lavoro domani.
Pan è sceso dal divano, e ora sta galoppando verso il corridoio. Sembra quasi che abbia capito che mi accingevo a smettere di scrivere. Bah, mi sto lasciando suggestionare fin troppo.

21 settembre 2006
Un'altra giornata abbastanza seccante. È più tardi del solito, e sono anche più stanco di quanto mi sarei aspettato. Non so bene perchè, ma continuo a pensare al fastidioso fenomeno di prosciugamento delle forze, qualcosa di così assurdo e puerile che faccio ancora fatica a prendermi sul serio, quando mi capita di pensarci. Eppure, e non ho molti dubbi in merito, è una realtà. Come è possibile, altrimenti, che io mi senta ogni giorno più debole, e che la sera sia talmente stanco, da non poter dedicare il tempo che vorrei alla stesura di questo diario?
Mah, non so ancora cosa pensare, di preciso. Voglio però precisare che sono diversi mesi che valuto l'opportunità di mettere per iscritto le mie congetture su una specie di diario, dunque ho riflettuto a lungo prima di cimentarmi in questa attività, e di conseguenza ho anche valutato attentamente la validità delle mie paure, e se ne parlo è perchè sono ormai certo che sta avvenendo qualcosa di strano. Cosa, di preciso, ancora non lo so.
Comunque, questo diario nasce con il preciso intento di documentare le mie eventuali scoperte, e gli eventi ai quali eventualmente dovessi assistere, per aiutarmi ad analizzare razionalmente quanto sta accadendo, dunque eviterò di parlare della mia vita, che è comunque decisamente noiosa, e mi limiterò a citare ciò che può essere di qualche utilità al conseguimento del mio scopo.
Del resto, non credo che qualcun altro oltre a me leggerà questo diario, ed io credo di conoscere fin troppo bene la mia vita, dunque non vedo il motivo di parlarne anche nelle mie annotazioni.
Un altro evento indiscutibilmente bizzarro, manifestatosi anch'esso solamente dopo la comparsa di Pan, è quello relativo alle rondini e agli onnipresenti piccioni. Ho preso Pan attorno a ottobre dello scorso anno, e da allora, non ho più visto un solo volatile nello spazio aereo attorno al condominio nel quale abito. Nemmeno uno, non si sono viste neanche le immancabili rondini (in realtà, per essere più precisi, si tratta di rondoni, che peraltro fanno parte di una famiglia differente, quella delle Apodidae). In un primo momento non ho collegato questo evento particolarmente bizzarro, con la presenza di Pan, ed effettivamente anche in questo caso non sembra esserci alcuna correlazione, ma quando un giorno l'ho visto aggirarsi furtivo nel terrazzo, non ho potuto evitare di pensare a lui, come il diretto responsabile. Si tratta di una conclusione tendenziosa, e sicuramente non si basa su prove oggettive, ma ormai non credo che possa fare qualche differenza, perchè ne sono fermamente convinto.
Quello che mi preoccupa davvero, è come dovrei agire. Fintanto che non sono sicuro di quale possa essere la vera natura del problema, ammesso che esista e che non sia frutto della mia fantasia, non posso nemmeno decidere la mia linea d'azione. Credo che la prima cosa che farò, domani, sarà documentarmi ulteriormente sui gatti ed il loro comportamento, ma soprattutto sul loro ruolo nella superstizione nel corso dei secoli. Credo di avere sufficienti nozioni su di loro, ma sicuramente non ho mai manifestato grande interesse per le credenze popolari che li riguardano. Devo assolutamente porre rimedio a queste mie lacune, per quanto io non sia del tutto certo che potranno aiutarmi a capire cosa sto fronteggiando.
A proposito, credevo che questa volta Pan non si sarebbe fatto vivo, e per un poco ho creduto che fosse proprio così, adesso invece mi sono accorto che in realtà è sempre stato sotto il divano, fuori dal mio campo visivo. Sta miagolando, come il solito. Sembra così adorabile, eppure...

24 settembre 2006
Per vari motivi, non ho ancora avuto tempo e modo di documentarmi, come avrei voluto, ed in generale non è successo nulla di nuovo, salvo la mia continua debolezza, che sembra acuirsi sempre più. Pan non ha mutato il suo comportamento, che sembra ancora conforme allo standard, il che continua a farmi dubitare delle mie conclusioni, ma credo che questa sia proprio la sua intenzione. Per il momento, nonostante non abbia potuto fare a meno di tormentarmi sulla questione, non ho scoperto nulla di nuovo, è mi duole ammettere che non vi è stata alcuna intuizione. Continuo a comportarmi normalmente con Pan, come se fosse un semplice, innocuo e splendido esemplare di gatto persiano, e forse le cose stanno proprio così. Ad ogni modo, domani comincerò a raccogliere materiale sulle varie interpretazioni dell'uomo per quanto concerne il comportamento enigmatico dei gatti. Spero ancora di trovare una qualche risposta, o almeno qualche elemento che mi guidi nel mio risibile tentativo di fare luce sulla vicenda. Non ci spero molto, ma è l'unica strada da seguire, almeno per il momento.
Come sempre, Pan è nel soggiorno, anche se adesso è disteso sul tavolino davanti al divano, e sembra che stia dormendo. Chissà se è vero.

25 settembre 2006
Finalmente sono riuscito a trovare del materiale, che ho trovato abbastanza interessante, per quanto ovviamente non conclusivo.
Certo è che, come pensavo, il gatto, complice anche il suo essere così enigmatico, è stato soggetto delle più disparate interpretazioni.
Oltre ad essere adorato come una divinità nell'antico Egitto, come tutti sappiamo, il gatto è stato anche associato alla magia nell'antica Roma, ed inoltre è stato utilizzato dai Celti come simbolo dei poteri malefici.
Ma soprattutto, durante il Medioevo venne considerato come un animale demoniaco.
In seguito all'istituzione del Tribunale della Santa Inquisizione, e soprattutto dopo la promulgazione della bolla "Summis desiderantes affectibus" e la stesura del "Malleus Maleficarum", il gatto cominciò a rappresentare il seguace quasi indivisibile delle streghe, a causa del suo comportamento bizzarro e schivo, ed in parte grazie alla sua capacità di vedere al buio.
Si cominciò quindi a vedere il gatto come un inequivocabile simbolo del male, arrivando a credere che le streghe usassero assumere le sembianze dei gatti per potersi nascondere con facilità. Inoltre, e questo valeva soprattutto per i gatti neri, venivano anche ritenuti la personificazione di Satana.
Alle volte i gatti venivano messi al rogo insieme al presunto padrone accusato di stregoneria, altre volte a loro erano riservate sorti ancora peggiori.
I gatti vennero chiamati in causa anche con il manifestarsi della malattia del sistema nervoso nota come "Ballo di San Vito". In quell'occasione la causa dell'epidemia venne attribuita ai gatti.
In verità, queste credenze erano più radicate in città, perchè nelle campagne i gatti godevano di una diversa considerazione a causa della loro abilità nel cacciare topi e altri parassiti, contribuendo indirettamente a proteggere i raccolti.
Una rivalutazione del gatto e del suo ruolo si ebbe solamente dal '700, grazie, in particolare, alla diffusione del sapere e del metodo scientifico, che contribuì a dissipare e inficiare il ruolo della credenze popolari, prima di allora imperanti.
Queste informazioni, oltre a fare luce sulla stupidità e sulla follia di determinati comportamenti umani, non dicono molto altro che io possa considerare utile.
Questa sera non ho ancora visto Pan, ma sono certo che è nei paraggi, nascosto da qualche parte. Oppure, e forse è più probabile, sta dormendo da qualche parte, e io sono soltanto un pazzoide che autoalimenta le sue fantasie.
Mah, forse la notte porterà consiglio, sempre che io riesca a dormire.


26 settembre 2006
Ancora una volta, nulla di nuovo. Ho impiegato tutto il mio tempo libero in altre assurde riflessioni, e ho continuato a documentarmi, ma senza approdare a nulla di nuovo. Più il tempo passa, e più mi convinto dell'inconsistenza delle mie deduzioni. Oramai vedo le mie convinzioni come qualcosa di tanto, troppo simile alle credenze popolari durante il medioevo. Se non conservassi ancora un po' della mia volontà, e della fiducia nelle mie capacità, mi sarei già arreso. Del resto, continuo a sentirmi debole, e questa è una realtà, a prescindere dai miei legittimi dubbi.
Ieri sera, alla fine, ho cercato Pan, forse perchè volevo convincermi della stupidità dei miei timori, ma le cose non sono andate proprio come previsto. Mentre mi apprestavo a scrivere le ultime righe dell'annotazione precedente, mi è parso di sentire un rumore (la televisione era accesa, dunque non ho potuto distinguerne con precisione la natura e l'intensità), che però proveniva quasi sicuramente dalla sala da pranzo, alla mia sinistra. Mi sono recato lì, ed effettivamente Pan probabilmente doveva aver ribaltato un bicchiere, dopo essere stato sul tavolo. Fortunatamente il bicchiere non era caduto giù dal tavolo, ma era pieno per metà d'acqua, che per lo più, invece, era finita in terra. Ho inoltre potuto notare una serie di piccole orme (sull'identità del responsabile non potevano sussistere dubbi) che andavano fino in camera. Recatomi lì, ho trovato Pan che dormiva sul mio letto. Peccato che, per quanto non potessi essere certo al 100% che il bicchiere fosse realmente stato ribaltato poco prima, e che il rumore che avevo sentito avesse a che fare con ciò, quelle impronte provavano indiscutibilmente che Pan era stato nei pressi del soggiorno, e che poi era fuggito di gran carriera in camera. Ora, anche questo era un comportamento legittimo e assolutamente normale, se isolato dal contesto, ma ormai non posso che trarre una conclusione, e cioè che Pan sembra (e io stesso ritengo tutto ciò piuttosto assurdo) essere interessato a quello che sto scrivendo. Chissà dove si è nascosto questa sera.


1 ottobre 2006
Per qualche giorno ho abbandonato le mie ricerche, e ho cercato di vedere Pan per quello che è, e cioè un grazioso gatto. Del resto, eccezion fatta per la solita questione della debolezza, non è successo nient'altro che sia degno di nota, o che contribuisca ad accrescere i miei timori. Ancora una volta, devo dubitare delle mie conclusioni, e forse devo cominciare a preoccuparmi per la mia sanità mentale. Non ho nemmeno voglia di scrivere, e del resto non credo che vi sia molto da riportare, se non il ritorno del mio consueto scetticismo...per una volta, del tutto legittimo.
Ancora una cosa, non vedo Pan, e credo proprio che sia da qualche parte a farsi gli affari suoi. È solo un gatto, dannazione, e io sono solamente un cretino.

5 ottobre 2006
Ancora nulla di nuovo da riferire. Il mio scetticismo di pochi giorni fa ha lasciato lo spazio ad una nuova ondata di ingiustificata inquietudine, ma questa volta non credo che persisterà a lungo, perchè non ha alcuna base che la sorregga, e nessun avvenimento apparentemente bizzarro col quale alimentarsi. Sono abbastanza confuso, ma immagino che sia normale. Sto considerando l'idea di parlare con qualcuno del mio comportamento illogico e bizzarro.

9 ottobre 2006
La situazione è diventata quantomeno ingestibile. Non posso parlare con nessuno di quello che mi sta succedendo, in primo luogo perchè nessuno mi crederebbe, in secondo luogo perchè gran parte di quello che potrei dire, non proverebbe assolutamente nulla, se non che lascio correre la fantasia.
Eppure, chiunque provasse quello che ho passato io, non potrebbe fare a meno di essere d'accordo con me. Per qualche giorno avevo sperato che i problemi fossero finalmente cessati, e che il mio scetticismo e la mia imprescindibile razionalità avessero prevalso, ma ora sono incominciati anche i sogni.
Quel poco che riesco a dormire, ora è diventato una vera è propria tortura, che si conclude in modo ancora peggiore. Si tratta sempre di quei sogni, tutti diversi, ma contraddistinti dallo stesso registro.
Possono essere situazioni logiche oppure illogiche, non ha alcuna importanza quale sia il contesto del sogno, e se sia contraddistinto da una successione logica degli avvenimenti, ciò che conta è che il sogno si conclude sempre con la comparsa di quegli occhi, quegli occhi gialli e scintillanti, che sembrano due porte verso un baratro senza fondo, pronto a condurmi verso la follia, oppure qualche sorte ancora peggiore. Quando finalmente mi sveglio, in preda al panico, Pan è lì ad attendermi, e i suoi occhi diventano l'elemento che mi ossessiona poi per l'intera giornata. Il che, unito alla crescente debolezza, mi sta facendo impazzire, sempre che non sia già successo molto tempo fa.
Ma non voglio restare passivo, non posso permettermi questo lusso. Sto pensando di valutare altre letture, qualcosa di più consono alla situazione, anche se si tratta di cose alle quali non ho mai attribuito alcun significato. Dovrei riuscire ad ottenere qualche vecchio volume sull'occulto, chissà che lì io non sia in grado di trovare maggiore ispirazione? Se mi sono abbassato a questi livelli, significa che la situazione è davvero disperata. Ed è proprio così. Ormai è chiaro che Pan esercita una qualche influenza su di me, e in minima parte su chiunque entri in contatto con lui, anche se per poco. I suoi comportamenti, per quanto non sembrino essere dissimili da quelli degli altri gatti, sono in grado di disturbare, seppure in modo quasi inavvertibile, tutti coloro che l'hanno visto, e sebbene io non sappia cosa questo possa significare di preciso, so che devo tenerne conto.
Non posso affrontare l'argomento con nessuno che non abbia visto Pan e che abbia trascorso un po' di tempo con lui, perchè senza aver provato la bizzarra influenza che esercita sugli esseri umani, nessuno mi potrebbe credere. E anche così, sarebbe davvero un'impresa ardua.
Come immaginavo...eccolo. Non mi lascia mai un attimo solo. Miagola, ma non fa più le fusa...già da diversi giorni.

11 ottobre 2006
Ho cominciato la lettura di quelle pubblicazioni esoteriche, e devo dire che in quanto a contenuti, per quanto assurdi, non scherzano affatto. Per il momento non ho trovato granché che possa interessarmi, ma credo proprio che troverò qualcosa. Quanto questo qualcosa potrà poi effettivamente essere utile, proprio non lo so.

12 ottobre 2006
Oggi ho avuto più tempo da dedicare alla lettura dei testi sull'occulto, e ho trovato qualche elemento che promette bene, o almeno credo. Il fulcro di ciò che ho trovato si ricollega alle credenze popolari, in una certa misura, ed è rappresentato dallo Samhain, che secondo il neopaganesimo costituisce uno degli otto sabbat, e che si celebra il 31 ottobre, la vigilia di Ognissanti.
A quanto ho potuto apprendere, era anche più semplicemente una delle occasioni dei tipici sabba delle streghe, durante i quali potevano adorare ed incontrare il diavolo. A questo punto risulta evidente il legame con il gatto, che era spesso considerato un famiglio delle streghe, oppure proprio la forma che alle volte assumevano.
A questo punto, però, una parte delle mie letture si discosta da questa visione molto diffusa. Non si parla necessariamente di streghe, e trovo vagamente inquietanti i riferimenti alle forme che possono assumere i "cuccioli". Questi "cuccioli" vengono citati in numerose occasioni, ma non ho ancora capito cosa siano esattamente, e quale possa essere il loro ruolo all'interno dei sabba. Domani continuerò la lettura, e per la prima volta mi sembra, seppur lentamente, di essere in procinto di avvicinarmi a qualcosa di più definito, anche se continua a sembrarmi assurdo.

13 ottobre 2006
Ho commesso un gravissimo errore, a lasciare quei vecchi libri sul tavolo in soggiorno.
Questa mattina, alcune pagine erano state lacerate in tanti pezzi e rese del tutto illeggibili. Presumibilmente durante la notte Pan non è riuscito ad esimersi dal recarsi sul tavolo e a distruggere metodicamente le pagine sulle quali avevo lasciato aperto i libri.
Fortunatamente il libro che stavo leggendo attualmente, e che avevo invece lasciato sulla scrivania del mio studio, non è stato toccato, e se non altro Pan si è limitato a distruggere le pagine sulle quali avevo lasciato aperto gli altri libri, lasciando perdere le successive. Mi ha fatto perdere un po' di tempo, ma poteva andare anche peggio. Mi è difficile fare a meno di credere che si sia trattato di un gesto intenzionale. Il solo pensiero, comunque, mi fa rabbrividire.

Questa sera continuerò le mie letture, però dovrò necessariamente stare attento a come lasciare i libri, perchè qualcosa mi dice che questa notte Pan farà un altro tentativo.
Ma forse è meglio smettere di scrivere...ecco che sta arrivando.

14 ottobre 2006
È proprio come pensavo. Ho lasciato nuovamente sulla scrivania, nel mio studio, il libro che sto leggendo attualmente, mentre ho lasciato nuovamente gli altri libri sul tavolo in soggiorno, aperti su qualche pagina a caso e, come avevo previsto, questa mattina si è ripresentata la situazione del giorno precedente. Pan ha ripetuto la sua incursione, anche se probabilmente non sa che non ha avuto successo. La cosa, però, è davvero preoccupante, e se davvero quello che credo è vero, non so a che altre misure potrebbe ricorrere per fermarmi.
Devo assolutamente continuare le mie ricerche. Ora sono certo che i "cuccioli", qualsiasi cosa siano, sono la chiave.

16 ottobre 2006
Pan ha ripetuto il suo blitz contro i libri il giorno successivo, ma dopo aver constatato che le mie ricerche sono proseguite, sembra aver momentaneamente desistito. Meglio così, ma ho la brutta impressione che stia tramando qualcosa.
La situazione è così assurda che, se non fossi così disperato, non potrei fare a meno di ridere.

20 ottobre 2006
Pan non ha più rinnovato i suoi tentativi di boicottare le mie ricerche, e la cosa comincia a preoccuparmi.
E non è il solo problema. Ho continuato la lettura, ed ho trovato qualche criptico brandello di informazioni su questi "cuccioli", ma nulla che mi faccia anche solo intuire la loro natura ed il loro ruolo. Vengono menzionati con una certa frequenza, ma non vengono forniti dettagli. Il loro ruolo in questa nuova concezione del sabbat, però, sembra essere fondamentale.
Devo riuscire ad ottenere qualche altro libro, forse conosco la persona che potrebbe fare al caso mio.

22 ottobre 2006
La debolezza si sta facendo sempre più difficile da sopportare, e sembra avere intaccato anche la mia forza di volontà, anche se per il momento resisto.
Incredibile a dirsi, sono riuscito a procurarmi un frammento di una versione del celeberrimo Necronomicon, tradotto in tedesco. Non sono sicuro che troverò quello che cerco, ma è sicuramente un passo in avanti nella mia ricerca della verità. Da parte di Pan, nessuna reazione. Non posso fargli niente, perchè temo che l'effetto potrebbe essere contrario alle mie aspettative, e forse è proprio quello che vuole che accada.
Comincio a vedere con una nuova luce la sua sorte, ed il comportamento dei suoi precedenti padroni, e mi chiedo con crescente inquietudine che fine abbiano fatto.
Questa sera incomincerò la lettura del Necronomicon. Questa volta, però, credo che farò meglio a metterle il libro in un luogo sicuro, dove Pan non possa raggiungerlo. Non so quale potrebbe essere la sua reazione. Anche questa volta non lo vedo, e non riesco a capire dove possa essersi nascosto. Poco male, tanto so che ormai non mi perderebbe di vista per nulla al mondo.

23 ottobre 2006
Questa nuova lettura, come previsto, si è rivelata molto più interessante. Effettivamente anche qui si fa menzione dei famigerati "cuccioli", e finalmente ho trovato qualche informazione in più.
Effettivamente, quel poco che ho scoperto non mi tranquillizza affatto. Nel Necronomicon, questi vengono menzionati insieme ad un'altra figura, se possibile ancora più inquietante, e cioè "il Capro Nero dei Boschi dai Mille Cuccioli". In alcuni casi viene accostato a quello che sembra essere un nome quantomeno bizzarro, "Shub-Niggurat".
Non sono cosa significhi, ma oramai sono molto vicino alla conclusione della mia ricerca.
A proposito, ho nascosto opportunamente il Necronomicon, e sembra che Pan non abbia fatto altri tentativi per fermarmi, nonostante temo che sia stato presente mentre nascondevo il libro.
Comincia a ronzarmi nella mente un'idea malsana, e cioè che ora Pan voglia che io scopra la sua reale natura.

24 ottobre 2006
Non ce la faccio più. La mia debolezza ora sta incominciando a compromettere la mia efficienza, e non so se durerò ancora a lungo, in queste condizioni. Ora capisco perchè Pan non mi considera affatto una minaccia.
Ho scoperto altri elmenti sui cuccioli di Shub-Niggurat, e sembra proprio che in qualche modo sia possibile intrappolarli in un'altra forma. Nel frammento del Necronomicon non è specificato come sia possibile intrappolarli in una determinata forma, ma a quanto pare è una conoscenza che è andata persa prima ancora della comparsa dell'uomo, e non voglio neanche congetturare sull'identità di chiunque possa ipoteticamente averne intrappolato uno. Ci sarebbe dell'altro, soprattutto riguardo alla pericolosità di questi "cuccioli", alla loro vera forma, che per fortuna non è descritta nel libro, e soprattutto alla modalità della loro trasformazione, ma non voglio assolutamente parlarne, non prima di aver fatto un paio di verifiche, se non altro. Se io volessi dare ascolto (e faccio fatica a credere di poterlo fare) a quello che viene detto nel libro, Pan potrebbe non essere affatto un gatto, ma, e mi risulta difficile dirlo, uno di quei "cuccioli". Uno che vuole a tutti i costi tornare nelle sua forma originaria.
Devo trovare un modo per verificare la sua natura, e devo farlo in fretta. Manca poco alla vigilia di Ognissanti, e io sono sempre più debole.

26 ottobre 2006
Ho trovato! In fondo, non era particolarmente difficile. Mi sento decisamente stanco, quindi sarò molto breve. Ho scoperto un metodo, per quanto un po' macchinoso. Innanzitutto, però, ho scoperto che, ora che ha stabilito un legame così intenso con me, cercare di eliminare Pan potrebbe invece vincolarlo all'interno del mio corpo, cosa che vorrei decisamente evitare.
A quanto pare, nonostante abbia le sembianze e i comportamenti di un gatto, se si tratta di un "cucciolo", il suo metabolismo dovrebbe essere completamente diverso.
Non mi resta che verificarlo.
 
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27 ottobre 2006
Non posso crederci. Quello che ho potuto scoprire, con una a dir poco innaturale collaborazione di Pan, è che effettivamente il suo metabolismo è lontano anni luce da quello di un gatto.
In primis la sua temperatura corporea. Non so come sia stato possibile non accorgersene, ma invece dei canonici 38\38,5 gradi centigradi, la temperatura oscillava tra i 10 e i 60, senza che però fosse possibile accorgersene al tatto. La frequenza cardiaca, poi, è assolutamente assente. Proprio così.
Non so cosa pensare.
Ormai ne sono sicuro, qui davanti a me ho un "cucciolo", la mostruosa progenie di Shub-Niggurat, qualsiasi cosa sia quella empia creatura.
Non posso eliminarlo, ed ora so anche di non essere in grado di sbarazzarmene, tanto è forte il legame che ci lega. Ho paura di essere la sua vittima sacrificale per la notte di Ognissanti, e lui ha ricominciato a fare le fusa.

30 ottobre 2006
È tutto inutile. Mi è comparso in sogno, sapete? E mi ha parlato, mi ha voluto mostrare la sua vera forma, solo una porzione, a dire la verità. Ed è stato sufficiente. Oh, se lo è stato!
È la mia fine. Non è possibile fermarlo, e lui lo sa bene, e sembra essere davvero felice. Mi segue come un'ombra, ora, nonostante io mi muova molto poco, tale è diventata la mia debolezza. Durante il sogno, non ha esitato a confermare i miei timori, e l'ha fatto con sadico compiacimento.
È troppo tardi per qualsiasi contromisura. Domani io sarò la sua vittima sacrificale, questo è certo, e lui potrà finalmente assumere nuovamente la sua vera forma. Ma sono troppo debole, a causa del legame con il quale mi ha tenuto vincolato a lui, dice. E quindi sarà costretto a ricorrere ad un altro metodo, perchè mi vuole in forze per la notte di Ognissanti.
Dice anche che ha trovato una soluzione, e che non devo temere nulla, perchè dimenticherò ogni cosa, prima della fine. Non ho più la forza di oppormi, e oggi l'ho pure coccolato. Qualsiasi cosa, purché mi regali l'oblio ed una fine rapida. Se non altro, dopo diverso tempo, potrò passare almeno una giornata serena. L'ultima.

[quest'ultima annotazione sembra scritta da un altro autore. La calligrafia è quasi incomprensibile, è davvero grossolana e contiene diversi errori ortografici, che nella trasposizione sono stati corretti. Cosa ancora più bizzarra. La carta sembra presentare diverse lacerazioni, provocati presumibilmente dagli artigli di qualche animale]

2 novembre 2006
Si volta pagina. Mi dispiace di aver scritto un simile mucchio di scemenze, ma dalla mia ho una giustificazione, che spero risulterà valida. Non lo sapevo, certo, e l'ho appreso solo ora, ma la schizofrenia paranoica è una brutta malattia, e nel mio caso, fortunatamente, ha avuto un decorso molto breve. Purtroppo, durante quel periodo il mio comportamento è stato vergognoso e ben poco consono, e colgo l'occasione per scusarmi con amici e conoscenti per il mio comportamento scostante. Spero che mi perdonerete per i miei errori.
Mi dispiace anche, in modo particolare, per il mio bellissimo gatto Pan, che è stato ingiustamente l'oggetto di tutte le mie paranoie. Si tratta di un bravissimo animale, e non meritava un simile trattamento. Spero che potrà trovare una famiglia più consona e che sappia dargli l'affetto che io non sono stato in grado di dare. È anche per questo motivo, che me ne vado e cambierò vita.
Non posso essere certo che i miei disturbi del pensiero siano finiti del tutto, e temo che potrebbero manifestarsi di nuovo. Per questo preferisco andarmene, e spero che capirete...sarebbe per me troppo doloroso continuare a disturbare con il mio comportamento instabile persone magnifiche come voi. Meritate di meglio, e spero che anche Pan possa trovare conforto con qualcuno di voi.
Addio.

[riguardo all'autore dell'ultima annotazione, vi sono molti dubbi in merito, ma non si può escludere, nonostante lo scetticismo, che si sia trattato sempre delle vittima. Viene chiamata vittima impropriamente, perchè non è stato trovato alcun cadavere. A rinvenire lettera e diario è stato uno degli amici della vittima, che il 5 novembre, preoccupato per i frustrati tentativi di contattarla, si è recato nel suo appartamento, trovando la porta aperta. Oltre al diaro e alla lettera, è stata rinvenuta qualche minima traccia di sangue sul pavimento, che presumibilmente appartiene alla vittima, e un grazioso e grosso persiano nero, che ora ha trovato un'altra famiglia]
 
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baker ando in guerra e mori'
fine
 
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cos'hai bevuto,glue! biggrinsalt
capisco anche perchè sia caduto in stato di schizofrenia.questo stato è stato covato dal suo cervello mentre leggeva quel libro "i soldati brabantici e co."in tre lingue diverse! lol(ok,ora basta!)
no,comunque gran bel romanzo,di cui il mio è niente in confronto,anche se non è dello stesso genere.comunque,ve lo faccio vedere.

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scusate per il secondo post, ma deve entrare in scena:
BROTHERS IN ARMS : BAKER'S DOZEN
Capitolo 1:Un Buon Posto Per Morire
"ho passato 8 giorni qui,8 giorni a comandare i miei uomini,la mia famiglia,8 giorni, a sperare che finisse.mi chiedevo:ci sarà davvero qualcuno di noi che tornerà a casa?"

alberi.alberi di una mattina piovosa di giugno.
la pioggia cadeva dolcemente sul corpo di Matt Baker,mentre lui sembrava come addormentato,cullato dalla pioggia e dalle foglie che gli cadevano addosso. ma distante,il suono di una cosa impensabile in quel momento,risuonava forte e deciso.il suono della guerra.Baker venne scosso dal suo torpore da un grosso fragore. "Baker,stai bene?".un uomo occhialuto,con un'elmetto si accingeva a far alzare Baker dal suolo fangoso impregnato della pioggia di giugno."sta bene,fatelo alzare".un altra voce risuona decisa e impaziente.Baker si alza e raccoglie il suo M1.intorno a se c'è l'inferno.in 24 anni della sua vita non si aspettava una cosa simile, e mai se la sarebbe aspettata.l'inferno. "spara,ragazzo!",gli gridò Mac. "che diavolo sta succedendo!?!"chiese Baker."non ti ricordi?quel piccolo supporto che ci avevi promesso.".Baker intanto guardava intorno a se. era in una larga trincea fangosa,sul cui terreno erano sparsi equipaggiamenti vari. caricatori,zaini,elmetti,borracce e quant'altro. alla sua sinistra c'era una fitta siepe,alta quanto basta per non riuscire a scavalcarla. alla sua destra c'era una collina,con alla sommità delle mitragliatrici e con soldati tedeschi che scendevano dappertutto."kickoff fox tre,mi sentite?ci servono i carri ora,ho detto ora!".esplosioni riempivano l'aria di polvere e la terra schizzava ovunque.Baker vide due uomini,paracadutisti tedeschi, che si dirigevano cautamente verso una roccia per mettersi al riparo.uno aveva una mitragliatrice strana,con caricatore a tamburo,probabilmente un veterano della Russia,sergente e l'altro con un mitra tedesco e i gradi da caporale. sparò al caporale,ma beccò la sua mano,Baker non vide con precisione quale perchè la confusione regnava dappertutto.cadde a terra e lascio il mitra, il sangue sgorgava a fiotti e l'altro paracadutista lo mise al riparo dietro la roccia.Baker vedeva gli uomini che sparavano, che cadevano sotto il fuoco di copertura nemico.i "Ping" dei fucili scarichi risuonavano nell'aria."joe,joe!""è morto,ritorna alla mitragliatrice".Baker vide 3 tedeschi che scendevano giù per la collina. 5 colpi. a ogni colpo Baker sobbalzava per il rinculo. i tedeschi rotolarono giù per la collina,i corpi senza cenno di vita.Baker sparò ancora una volta ad alcuni paracadutisti tedeschi che scedevano dal pendio orientale.un Ping risuonò nell'aria.l'M1 aveva finito i colpi e Baker doveva trovare un altro caricatore.velocemente e frettolosamente cercò un caricatore sul fondo della giberna,ma era vuoto assoluto e si mise carponi a terra per raggiungere dei caricatori lasciati dentro uno zaino.aprì lo zaino,ma dentro trovò alcune fotografie di un soldato insieme ai suoi ragazzi e un diario,lo sfoglio velocemente.poi lo mise dentro la sua giberna e prese alcuni caricatori.dentro quelle pagine c'era la storia di un soldato che si era spenta accanto a questo libro,un aura di vita che si era lentamente spenta."ehi,amico mio,forza non mollare,resisti!""Legget,ritorna alla radio!""sta morendo,ha bisogno di aiuto!""MORIREMO TUTTI SE NON TI METTI ALLA RADIO!".l'uomo occhialuto stava accanto ad un ragazzo,era preoccupato,in preda al panico,tenendogli l'arteria carotide e tentando disperatamente di aiutarlo.il ragazzo era steso,tentava di arrestare l'uscita del sangue tenendosi le mani sul collo,con le gambe che scalciavano per la paura.in quel momento gli occhi del ragazzo esprimevano tutta la sua tristezza,la malinconia per la vita che stava lasciando.lentamente,il ragazzo cessò di colpo di tenersi il collo,le braccia che si stendevano come per un saluto verso un qualcuno o qualcosa che amava."ah,MERDA,MALEDETTI CRUCCHI BASTARDI!."Baker si voltò verso la collina,prese un caricatore,lo infilò decisamente nella camera di scoppio e chiuse l'otturatore.si mise l'M1 sulla spalla e iniziò a sparare contro i tedeschi,la furia che si scatenava dal suo fucile.
qualcuno urlò"ragazzi,arrivano i carri,VIA DA QUESTO MACELLO!".Baker guardò davanti a sè.la sagoma di un imponente panzer IV stava arrivando da destra,rutando la spaventosa torretta verso la trincea,e si accingeva a sparare una salva verso i malaugurati soldati."a terra,questa sarà dura!".esplosione.Baker venne scaraventato in terra,intontito dal botto. era fermo a terra,non sentiva più gli arti inferiori,ma si reggeva disperatamente alla siepe con le sole braccia.il soldato occhialuto,Leggett,non aveva più l'elmetto,fatto schizzare via dall'esplosione.prese la pistola che aveva nella fondina,una colt 1911 .45 placcata di argento,dove al posto del codice di matricola c'era scritto "Band of Brothers", la armò,tirando il carrello e rilasciandolo,producendo un suono di ossa rotte.lentamente,con tuta la forza della disperazione che aveva in corpo,salì sopra una cassa,salendo sulla sommità della trincea,e iniziò a sparare.il carrello andava avanti e indietro a ogni colpo,e il rinculo pareva far sobbalzare il braccio di Leggett."MI VOLETE?".Leggett era troppo giovane,troppo sensibile per vedere tutto questo,i suoi occhi,in preda al terrore,mostravano tutta la rabbia e la ste di vendetta che Leggett aveva in corpo,ma non poteva trattenerla.?""PRENDETEMI,CAZZO!""PRENDETEMIIIIII!!!!!".esplosione.Leggett venne scaraventato nella trincea,pochi metri da Baker,con il sangue che colava sugli occhiali,il torace squarciato da uno shrapnel.allora Baker capì tutto.no,nessuno di noi tornerà a casa.un colpo leggero,ma secco e uno shrapnel si conficcò sulla fronte.Mac lo scosse."Baker,BAKER!".poi l'oscurità.

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Eccomi qua.. Il racconto della volpe già lo conosco, Pan lo leggerò oggi o domani..uiui
Ragazzi non fatevi spaventare dalla prolissità del nostro scrittore in erba, ne vale veramente la pena! ^^

Letto "Un buon posto per morire", scorre, ma forse è un pò troppo affrettato..mumble
 
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infatti ho fatto un sacco di errori, e devo modificare o aggiungere diverse cose. comunque mi è venuto meglio di quanto mi aspettassi(perchè l'ho scritto sul post, e non l'ho p)reso da word
 
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bravo bel capitolo! Ho viaggiato per un istante^^
Glue??!
devo stamparmi il tuo racconto xke se lo leggo qui comincio a perdere la vista^^!
 
Posts: 853 | Registrato il: 29 August 2008Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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scorre scorre, veramente carino tanardo, aspetto il prossimo capitolo allora.

glue, lo leggo con calma, ma soprattutto non a video. nervoso
 
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Letto il capitolo. Non male, davvero non male. Le premesse sono senza dubbio buone, anche se (ma bisogna precisare che comunque io sono fissato con l'introspezione sisi2 ) forse andrebbe un pochino amplificato il discorso introspettivo. Per il resto, nulla da eccepire!
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Il racconto di Glue lo leggo appena lo stampo perchè leggerlo qui è un suicidio alla vista...
un buon posto per morire è davvero ben fatto complimenti a tanardo
 
Posts: 367 | Registrato il: 28 June 2006Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Finito di leggere Pan.. Non guarderò più un gatto nello stesso modo!look

Ma l'ultima pagina del diario la scrive il gatto giusto?mumble
 
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Sì, esatto sisi2
 
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sto lentamente meditando sul prossimo capitolo,entro il prossimo weekend dovrebbe essere pronto,ma intanto vi do il nome del prossimo capitolo
CAPITOLO 2:NOVE GIORNI PRIMA
"quella mattina era il paradiso.quella notte
era l'inferno..."
 
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Anche se sarebbe ancora da revisionare, e contiene probabilmente vari errori di battitura, riposto anche l'ultimo racconto che ho ultimato, che si basa (ma molto molto parzialmente) anche su fatti e personaggi reali.

Operazione Ryan

Parte I: Torpore

1
Le colpe dei padri

C'era poco da fare, Vikentij Pavlovic Sobolev non si era ancora abituato alle peculiari caratteristiche dell'autunno londinese.
Mentre attraversava la strada sulla quale si affacciava l'imponente struttura dell'ambasciata dell'Unione Sovietica a Londra, non poteva certo esimersi dal maledire mentalmente quella dannata umidità e quel perenne ed onnipresente grigiore che sembrava ammorbare tutta la città, in grado di penetrare le spesse vesti, la pelle e le carni, e ad arrivare fino al cuore.
L'umore di Sobolev era in linea con il grigiore di quella deprimente giornata. Perlomeno, non aveva piovuto. Non ancora.
"Kensington Palace Garden" era la strada che conteneva alcune dei più costosi e sfarzosi edifici del mondo. Per Sobolev, si trattava di un dettaglio del tutto trascurabile.
L'ambasciata si trovava ai numeri 6/7 della corta strada che costeggiava il "Kensington Palace" e i "Kensington Gardens". Almeno in linea teorica, quella di attraversare "Kensington Palace Garden" doveva essere un'esperienza difficilmente dimenticabile. Tutta l'area che andava da "Kensington Church Street" fino a "Park Lane" e "Hyde Park", era contraddistinta da una tonalità, quella del verde. Lo splendore dei "Kensington Gardens" (con i suoi giardini artificiali, l'aranceto fatto realizzare dalla regina Anna e Rotten Row, la passeggiata) si rifletteva di fatto anche sulle strade limitrofe, contribuendo a creare la sensazione (che corrispondeva a verità) di essere immersi in una delle aree più esclusive della city.
Sobolev era, suo malgrado, del tutto immune dal fascino esercitato da tutto quello splendore, e ad ogni modo la cosa non aveva particolare importanza, in quello specifico periodo dell'anno, perchè l'autunno londinese, a suo parere, aveva l'indiscutibile capacità di appianare le differenze tra i vari quartieri della città. Col sopraggiungere dei primi di settembre, la tonalità dominante, come del resto avveniva a Londra nella sua interezza, diventava una sola: il grigio.
Se, almeno potenzialmente, in altre circostanze quello spettacolo di flora e fauna avrebbe perlomeno potuto attenuare la deprimente atmosfera della city, con l'arrivo dell'autunno, i giardini erano solamente un elemento di contorno che si faceva fatica a notare. Tolti quelli, di quell'esclusiva strada londinese restavano solamente gli imponenti edifici, che per Sobolev erano ben poca cosa.
La giornata, come se il resto non fosse sufficientemente deprimente, era anche piuttosto nebbiosa. Quella sera, il "verde" era pressoché invisibile, a meno di non finire contro qualche quercia, ovviamente.
Ma il grigiore e l'umidità decisamente palpabile, quel giorno erano poco più che fastidiosi dettagli; se avesse avuto tempo da perdere in una rapida analisi introspettiva, Sobolev si sarebbe senz'altro reso conto che doveva essere la prima volta che attraversare quella strada non gli provocava il solito irrazionale, ma tutto sommato legittimo, moto di disgusto. La sua attenzione era decisamente rivolta altrove.
Gettò una distratta occhiata all'edificio del numero 8, una residenza privata che, durante la seconda guerra mondiale, era stata utilizzata come centro interrogatori per i prigionieri di guerra tedeschi. Ancora più avanti, lungo la strada, vi erano le residenze degli ambasciatori dell'Unione Sovietica, di Francia, Nepal, Finlandia, Giappone, Kuwait e Arabia Saudita. Oltre ad esse, sorgevano anche l'ambasciata Libanese e la residenza ufficiale dell'ambasciatore norvegese.
La vista dell'anonimo (almeno secondo i canoni di Sobolev) edificio al numero 8 di Kensington Palace Garden gli riportò alla mente alcuni frammentari ricordi degli anni della Grande Guerra Patriottica e di conseguenza della sua infanzia. Ma il suo rimpianto era sempre stato solamente quello di non aver potuto contribuire in alcun modo alla vittoria.
In seguito era sempre rimasto segnato da figure come quelle dei "Magnifici Cinque" di Cambridge, piuttosto che quelle del generale Rokossovskij (detto "l'invincibile") o del maresciallo ÄŒujkov. Questo perchè, con ogni probabilità, era rimasto profondamente influenzato dal padre, in tutti i suoi aspetti. Pavlov Ivanovic Sobolev, questo il suo nome, era stato un ufficiale dell'NKVD (Narodnyi Komissariat Vnutrennikh Del) durante la Grande Guerra Patriottica, ed era rimasto ucciso durante l'attacco della resistenza polacca al campo NKVD nei pressi di Rembertow, il 21 maggio 1945.
Sobolev non aveva mai avuto occasione di conoscerlo davvero, e del resto il padre non era mai stato una figura molto presente durante la sua infanzia, ma nonostante tutto, il carisma del padre l'aveva intaccato sensibilmente, anche a seguito di un'esposizione "relativamente" breve.
Il padre aveva partecipato alla "Guerra d'inverno" contro i finlandesi, nel 1940, ed in seguito alla sofferta vittoria sovietica, e all'inizio dell'Operazione Barbarossa, era stato integrato in una delle unità della "sigint" del secondo direttorato dell'NKVD (che si occupava delle "informazioni segrete"). Durante la difesa del saliente di Kursk, nell'aprile del 1943, la sezione delle informazioni segrete diede per la prima volta un concreto contributo alla vittoria dell'Unione Sovietica. Oltre alle informazioni ottenute dalla rete "Lucy" in Svizzera, l'unità della "sigint" diede il suo contributo grazie agli incessanti sforzi per aprirsi uno spiraglio nei cifrari meccanici Enigma. Grazie alle macchine Enigma raccolte durante la battaglia di Stalingrado, e alla defezione di alcuni degli addetti ai messaggi e ai cifrari tedeschi, fu possibile ottenere qualche modesto risultato nella decodifica dei messaggi Enigma. In verità, le capacità della "sigint", per quanto concerneva Enigma, erano perlomeno inficiate da una scarsa regolarità, dovuta ad una mai completa comprensione dei messaggi Geheimscheriber (segnali radio basati su impulsi di telescrivente codificati e decodificati automaticamente), e al notevole numero di "chiavi" utilizzate contemporaneamente dall'esercito tedesco che venivano cambiate o ricomposte ogni giorno, il cui numero era difficilmente inferiore alle 50.
I successi più significativi della "sigint" si ebbero invece con le operazioni di disturbo e intercettazioni radio. Furono infatti creati battaglioni radio speciali, che poi vennero impiegati a Stalingrado e soprattutto a Kursk, e a uno di questi era stato assegnato il padre di Sobolev dopo il 1942.
Il battaglione di Sobolev, che era stato integrato nell'unità con il grado di maggiore, dimostrò ben presto la sua efficienza con la localizzazione del quartier generale del II corpo d'armata Panzer della 6a Divisione Panzer, prima ancora dell'inizio dell'offensiva. Nelle fasi finali dell'operazione Zitadelle, a meno di un chilometro dal fiume Pena, durante un fallito contrattacco contro le posizioni del XLVIII Panzerkorps, Sobolev fu ferito da un colpo di mortaio.
Perse due dita della mano destra e, una volta guarito, fu assegnato alla direzione del campo di Mokotow ed in seguito a quello di Rembertow, sempre nei pressi di Varsavia. Entrambi i campi contenevano perlopiù prigionieri di guerra tedeschi e, sporadicamente, anche prigionieri russi liberati dai campi tedeschi e ritenuti traditori dall'NKVD.
La notte del 21 maggio 1945, quando il colonnello Edward Wasilewsky della resistenza polacca guidò l'assalto al campo, Sobolev fu una delle prime vittime. Fu colpito da un proiettile in volto poco sopra la mandibola. Fu ritrovato morente alla fine dello scontro e spirò almeno mezz'ora dopo la fine dell'attacco, che costò la vita di altri 14 uomini dell'NKVD e di almeno 63 soldati dell'esercito regolare sovietico.
Ma tutto questo apparteneva al passato.
Sobolev aveva ormai raggiunto l'ambasciata, ed era opportuno liberarsi di preoccupazioni e rimembranze inutili e superate.
Poteva spiegare il fascino che aveva sempre suscitato in lui il fondamentale contributo dei servizi segreti, senza scomodare ogni volta suo padre.
L'imponente struttura dell'ambasciata Sovietica era completamente recintata con muretto (invero troppo basso) e ringhiera. Allo stato attuale delle cose, il cancello di ingresso dell'ambasciata era sorvegliato da due militari del servizio di protezione del KGB. I due soldati, ciascuno con un AK-47 in spalla, erano disposti alle due estremità del cancelloe si limitarono a gettare un'occhiata distratta a Sobolev, che si era piazzato a una decina di metri dall'ingresso e ora osservava i piani superiori dell'edificio e probabilmente contemplava anche il solito grigiore del cielo perennemente plumbeo sopra la sua testa.
Sobolev rimase in contemplazione per diversi minuti, come se sperasse di poter rimandare il momento della decisione che lo attendeva, ma non riuscì ad ingannarsi molto a lungo.
Qualche minuto non faceva alcuna differenza e, alla fine, la sua inerzia avrebbe comunque significato una decisione precisa, che avrebbe avuto delle significative e gravi conseguenze.
Si guardò un attimo intorno, ma la strada sembrava essere del tutto deserta. Non vi erano disponibili altre distrazioni, dovette constatare, e dunque era giunto il momento di muoversi.
Si avvicinò con inusitata calma ad uno dei due militari, il quale lo degnò a malapena di uno sguardo, almeno fin quando Sobolev non giunse ad un paio di metri dal soldato, che gli si avvicinò immediatamente.
<<Colonnello Sobolev...ha con sé il documento di identificazione?>>
Sobolev sospirò, poi si sforzò di sorridere amichevolmente.
<<Compagno, vorrei farle notare che mi ha "identificato", dimostrando una indiscussa perspicacia, meno di cinque secondi fa. Non credo proprio che abbia bisogno di alcun documento di identificazione...in quanto poi alle nuove norme di sicurezza, penso che lei sappia quali sono le mie opinioni in merito, dico bene?>>
Il militare si sforzò di restare impassibile, nonostante il palese disagio che traspariva dalla sua espressione sofferente.
<<Lo capisco, ma le nuove circostanze purtroppo impongono nuove misure per salvaguardare la sicurezza delle attività della Residenza. Non posso farla entrare se lei non presenta il nuovo documento di identificazione.>>
Idiota.
Reprimendo le imprecazioni che avrebbe volentieri esternato, con sommo piacere del militare che persisteva con i suoi tentativi di mantenere una farsesca disciplina, Sobolev cercò nelle tasche della giacca quel dannatissimo documento, che in meno di due mesi era diventato improvvisamente indispensabile. No, Sobolev non si era ancora abituato nemmeno a quello.
Si riteneva comunque una persona eccezionalmente paziente e dotata di un certo autocontrollo, ma era sostanzialmente un abitudinario e mal sopportava i repentini cambiamenti e le perturbazioni che alteravano i rari periodi di quiete.
Temeva di averlo dimenticato a casa, nel qual caso proprio non sapeva dire come avrebbe potuto reagire, ma fortunatamente non era così. Dopo una breve ricerca, finalmente la mano destra stringeva il documento plastificato.
Con un sorriso sarcastico, Sobolev porse alla guardia il documento. Con un imbarazzo ancora più evidente, il soldato finse di analizzare il documento con una certa perizia, poi lo restituì al proprietario e si accinse ad aprire il cancello.
<<Mi dispiace davvero, colonnello, ma...>>
Sobolev tagliò corto, non aveva tempo da perdere in simili sciocchezze.
<<Va bene, va bene>>
Entrò nel cortile dell'ambasciata, e anche questa volta si accorse appena del curatissimo e incantevole giardino, e della pur notevole fontana che ornava il cortile della facciata est dell'edificio.
Davanti al portone principale, Sobolev dovette esibire nuovamente il ritrovato documento di identificazione all'ennesima sentinella che sorvegliava l'ingresso con rigida compostezza.
Finalmente, e nonostante non fosse di certo la cosa che più anelava al momento, riuscì a guadagnare l'accesso all'ambasciata.
Arrivato nella hall principale, contraddistinta dal soffitto esageratamente alto, Sobolev puntò immediatamente verso le rampe di scale che conducevano al primo piano.
Mentre saliva incontrò un uomo snello, quasi emaciato, dai contorni del volto eccezionalmente spigolosi. Indossava una giacca blu scuro, con una orribile cravatta rossa, il che non contribuiva certo a migliorare il suo aspetto. L'espressione sul volto era più o meno sempre la stessa, ed era qualcosa di vagamente definibile come "seccata", e che sembrava sottendere una arroganza fuori parametro.
Sobolev l'aveva visto solamente un paio di volte, da quando era a Londra, e ci aveva parlato in una sola occasione.
Si trattava del Tenente Petrenko della Linea N, ovvero del "Supporto illegali".
Il Tenente si accorse appena della presenza di Sobolev, e tanto per cambiare, rispose al suo saluto come se si trattasse di una seccante necessità da assecondare. La cosa non lo stupì affatto, era decisamente in linea con il carattere di Petrenko.
Sembrava spesso occupato nella gestione degli "illegali", ma Sobolev sospettava che, almeno sotto quel punto di vista, ci fosse in realtà ben poco da gestire. Sembrava che il Primo Direttorato Centrale (ma più probabilmente la cosa valeva anche per gli altri organi del KGB) nono potesse fare a meno di sovrastimare i propri successi, o di attribuirsi i meriti di quelli sui quali aveva avuto una minima e trascurabile influenza.
Sobolev, in genere, non commetteva quel genere di errori, e aveva una visione perlopiù realistica della situazione attuale e delle capacità del Centro. Quando era stato assegnato a Londra, aveva nutrito la speranza di incontrare, all'interno del suo staff, personalità simili o comunque parzialmente affini, ma alla fine aveva dovuto constatare che persone di questo tipo erano estremamente rare. Soprattutto all'interno della Residenza del KGB di Londra.
Il primo piano, oltre agli uffici di due diplomatici (uno dei quali era in realtà il supervisore della Linea PR quella delle informazioni politiche, economiche e di strategia militare), ospitava anche una stanza per le riunioni dello staff operativo della Residenza, e anche un modesto ufficio per l'ufficiale della Linea KR (controspionaggio e sicurezza).
Il corridoio era deserto, e Sobolev poteva udire l'ossessivo ed inconfondibile ticchettio di una macchina da scrivere, proveniente dalla porta dietro la quale si trovava l'ufficio del diplomatico.
Sobolev riprese a salire le scale, maledicendo il numero improbo di scalini che era costretto ad affrontare innumerevoli volte al giorno, e finalmente giunse al secondo piano.
Alla fine del largo corridoio, sulla destra, Sobolev aveva il suo ufficio personale, di modeste dimensioni. Prima del suo arrivo, in effetti, la stanza veniva utilizzata come una specie di ripostiglio, ma in seguito era stata opportunamente trasformata in un piccolo ma funzionale ufficio. Si trattava solamente di una sistemazione provvisoria, ovviamente, ma per quanto provvisoria, sempre di una seccatura si trattava.
Sobolev aprì la porta e si rese conto che qualcuno lo stava aspettando.
All'interno del suo ufficio, una figura piuttosto corpulenta era seduta davanti alla scrivania intenta a fumare la pipa, almeno apparentemente per nulla interessato ai numerosi fogli che ricoprivano gran parte della superficie della scrivania.
<<Compagno Zarubin...si può sapere cosa...>>
Il diplomatico sovietico alzò lo sguardo, e per un attimo un'espressione sorpresa si dipinse sul suo volto rubicondo, per poi lasciare spazio ad un sorriso condiscendente.
<<Colonnello Sobolev, la stavo aspettando. Avrei bisogno di parlare con lei, sempre se ha tempo. L'operazione richiede attualmente gran parte della sua attenzione, ovviamente, ma quello di cui le devo parlare è altrettanto importante, ritengo.>>
<<Posso immaginare l'argomento, a dire il vero. È successo di nuovo, dico bene?>>
Zarubin sospirò, mentre si alzava, non senza un certo sforzo, dalla sedia e si avvicinava al colonnello.
<<Proprio così. Sì, è capitato un'altra volta. Per il momento non si trattava di nulla di troppo rivelante, d'accordo, ma così rappresenta un concreto pericolo per le nostre attività>>
<<Non riesco proprio a capire come abbia potuto commettere una simile leggerezza. Proprio non ci riesco... penso di aver raggiunto ormai uno stato di assuefazione, ma a quanto pare è ancora in grado di stupirci. È una condotta davvero inammissibile e dannosa...>>
Zarubin ridacchiò.
<<Capisco le sue perplessità, dico sul serio. Ma, del resto...questo è Guk. Ieri sera a casa mia ha rivelato tutti i tuoi segreti a noi e agli inglesi!>>
<<Una magnifica notizia. Ed è solo di questo che mi voleva parlare?>>
Il diplomatico si avvicinò alla porta, e allungò una mano verso la maniglia. Si voltò e fissò Sobolev con uno sguardo enigmatico.
<<Ovviamente no.>> poi si esibì nuovamente in un sorriso, che sul suo volto risultava decisamente grottesco <<Ma non è certo argomento che possa essere trattato qui, nel suo ufficio, le pare?>>
<<Ma...>>
<<Ancora una volta, capisco le sue perplessità>> lo interruppe Zarubin, con tono indulgente <<Avremo modo di parlare in seguito con tutta tranquillità. Mi permetta almeno di metterla in guardia. Eviti le iniziative avventate; si trova, come tutti noi, in un campo minato...piuttosto che correre il rischio di finire su di una mina, resti fermo dove si trova. A presto, colonnello>>
Quando Zarubin richiuse la porta dietro di sé, Sobolev si avvicinò alla scrivania ed esaminò con preoccupazione i vari fogli che la ricoprivano. Almeno apparentemente, sembrava che non fossero stati spostati, ma in verità era molto difficile da stabilire, dato il disordine imperante nel suo ufficio.
Ad ogni modo, si disse, ormai aveva poca importanza.
Si sedette davanti alla scrivania, e per qualche minuto si adoperò per rimettere in ordine le carte più importanti. Per lo più riguardavano l'operazione in corso, ma si trattava, in ultima analisi, di informazioni quasi completamente insignificanti, se prese singolarmente. Nel quadro generale che potevano delineare, poi, risultavano addirittura assurde.
Non c'era nessun rischio concreto, insomma.
Buttò le carte che al momento non riguardavano l'operazione (e che dunque non avevano la priorità) nel primo cassetto della scrivania, poi si alzò nuovamente in piedi, e uscì controvoglia dal suo ufficio.
Era giunta l'ora del suo incontro "serale" con Guk.
Non vedeva l'ora.
Una volta che fu uscito nel corridoio, Sobolev non poté fare a meno di ripensare (seppur senza troppa concentrazione) agli avvenimenti di pochi minuti prima, e al suo incontro con Zarubin.
La parte di Guk, beh, quella era semplice routine. Ma quell'altra, invece, era una novità davvero poco gradita. Cosa intendeva Zarubin, con quell'avvertimento? Vi era qualche correlazione con l'operazione, oppure le motivazioni erano altre, magari concernenti dettagli che lui nemmeno conosceva? Quali contatti aveva Zarubin nel Primo Direttorato Centrale?
Sobolev non sapeva davvero come sarebbe stato opportuno gestire la situazione, perchè del resto non conosceva nemmeno l'entità e l'identità della minaccia, sempre se esisteva davvero una minaccia.
Per il momento era meglio non pensarci. Dato che doveva affrontare una conversazione con Guk, non sarebbe stato molto difficile. Non proprio un granché, come consolazione.

2
"Rezident"

L'ufficio di Guk si trovava al terzo piano. L'ultimo piano dell'ambasciata ospitava anche l'ufficio dell'ambasciatore, dell'ufficiale per la sicurezza dell'ambasciata, e ovviamente gli uffici della sezione "sigint" della Residenza.
Anche Sobolev si sarebbe dovuto trovare al terzo piano, ma le circostanze attuali lo avevano costretto ad accettare l'ufficio provvisorio al piano inferiore. La cosa, per la verità, non gli pesava poi molto, anche perchè significava che avrebbe dovuto salire solo due rampe di scale per arrivare a destinazione.
Sobolev si avvicinò alla porta della stanza di Guk con una certa calma. Poteva permettersi di ritardare di qualche minuto il solito "evento".
Passò oltre l'ufficio del maggiore Gromakov, oltre a quello dell'operatore radio e dell'addetto ai cifrari, ed infine giunse davanti all'ultima porta, in fondo al corridoio.
Come al solito, sapeva bene cosa aspettarsi, dunque si preparò al solito spettacolo degradante, e aprì delicatamente la porta di mogano.
Nonostante fosse in qualche modo preparato a quello che l'aspettava, lo spettacolo non mancò di sconvolgerlo e irritarlo sensibilmente.
L'ufficio di Guk era decisamente più spazioso di quello di Sobolev, ed inoltre le sue finestre si affacciavano sul delizioso spettacolo del cortile principale dell'ambasciata. Sobolev non riteneva molto importanti questi particolari ed opinabili privilegi, ma vederli in mano ad un simile individuo, questo invece non poteva che infastidirlo.
Qualcuno sembrava essersi addormentato sulla scrivania. La faccia era affondata in mezzo alle braccia inerti e sopra ad alcuni documenti, che tanto per cambiare dovevano essere alcuni rapporti sull'operazione in corso, e che dovevano anche essere incredibilmente datati, visto che i rapporti venivano ora consegnati direttamente all'ufficio di Sobolev.
A sinistra di quell'essere insignificante che doveva (e quali dubbi potevano sussistere?) essere Guk, Sobolev notò l'immancabile bottiglia di vodka.
Non riusciva proprio a prescindere l'alcool dalla figura di Guk, sembravano due tasselli dello stesso puzzle. Un puzzle del cazzo, ad ogni modo.
Entrò nell'ufficio e sbatté violentemente la porta dietro di sé.
Ben svegliato.
Guk alzò la testa di scatto, e per un tempo compreso tra i 15 e i 20 secondi, dopo essersi guardato attorno freneticamente, come se si aspettasse di essere finito in un campo di battaglia, fissò Sobolev con un'espressione che lui faceva fatica a non definire idiota, come se non sapesse bene chi aveva interrotto il suo sonno.
Zarubin, ti sbagliavi...ecco, questo, questo è Guk.
Sobolev sorrise.
<<Ben svegliato. Dormito bene?>>
Guk si portò le mani sulla fronte, e nel farlo urtò inavvertitamente la bottiglia, che rotolò fino al bordo della scrivania ma, chissà perchè, non cadde.
Sobolev constatò, e la cosa non poteva di certo meravigliarlo, che la bottiglia era vuota.
<<Uno schifo, un vero schifo.>> si lamentò Guk, mentre cercava di fare un po' di chiarezza nella sua mente obnubilata ma era una condizione perenne alla quale non vi era alcun rimedio.
<<Questa faccenda di RYAN ha prosciugato tutte le mie forze.>>
<<Lo vedo. Come al solito ha trovato l'opportuno rimedio.>>
Guk sogghignò.
<<Mi risparmi il suo sarcasmo e la sua classica voce sardonica, colonnello Sobolev. Suppongo lei non sia qui per discutere del mio approccio alle problematiche delle quali continuo ad occuparmi, nonostante il trattamento ricevuto.>>
Avrebbe voluto a tutti i costi mantenere la calma, ma dannazione, fin da subito Guk lo metteva in difficoltà.
<<Il trattamento "improbo" di cui lei è vittima, è semplicemente commisurato alla sua "particolare" condotta, e lei lo sa bene quanto me. La faccenda di Bettaney e dell'MI5 è stata solamente la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Se vuole le posso anche rinfrescare la memoria. Le Falkland, per esempio, questo le ricorda qualcosa?>>
<<Le Falkland...sono state semplicemente l'ennesima conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la mia teoria era corretta! Niente di più, niente di meno.>>
<<E quindi il fatto che lei ora sia ospite non gradito, è conseguenza delle sue deduzioni in merito a quella faccenda e alla politica britannica?>>
<<Ovviamente! E che altro, altrimenti? Guerra coloniale britannica contro le Falkland, ecco cosa è stato. L'ennesimo tentativo del governo conservatore e della signora Thatcher di riguadagnare un minimo di popolarità mediante una rapida vittoria su un avversario debole. E poi, ovviamente, non è forse stata un'ottima occasione di collaudo dei nuovi armamenti ed equipaggiamenti per la NATO?>>
Come minimo, era la decima volta che Sobolev udiva questa strampalata giustificazione del fatto che, a suo tempo, Guk avesse previsto che gli arroganti inglesi avrebbero "subito una bella lezione".
Ecco tutto...come diceva, questo era Guk.
Arkadij Vasilevic Guk era il successore di Lukasevics alla Residenza di Londra, o meglio lo era stato fino a pochi mesi prima.
Si trattava senz'altro della personalità più bizzarra di tutto il KGB, e ne rappresentava senza dubbio l'agente più inefficiente.
La poca reputazione che possedeva, se l'era creata (come Lukasevics, del resto) liquidando i nazionalisti baltici nel dopoguerra, e continuava tuttora a non approvare la "linea morbida" adottata dal KGB contro i traditori.
Nonostante i tentativi di contenimento della moglie, comunque, l'elemento che meglio lo contraddistingueva era senza dubbio la sua completa dedizione all'alcool.
Guk era anche il motivo per cui Sobolev era stato improvvisamente assegnato a Londra.
L'inettitudine di Guk raggiunse il proprio apice nel giugno del 1983, quando si lasciò sfuggire l'opportunità di reclutare un agente dell'MI5, eventualità che non si verificava da quasi un quarto di secolo.
Poco dopo il suo fallimento con Michael Bettany (l'agente dell'MI5 che aveva invano cercato di contattarlo e di ottenere la sua attenzione), Guk era stato dichiarato persona non grata, segnando così l'imminente fine della sua permanenza a Londra.
E per questo Sobolev era stato inviato lì.
Guk sarebbe stato trasferito il prima possibile, ma per il momento era stato deciso di lasciarlo dove poteva fare meno danni. Inoltre, con la collaborazione e sotto la supervisione di Sobolev, sarebbe probabilmente stato più semplice gestire la crisi e l'operazione in cui gran parte del Primo Direttorato Centrale era impegnato.
Sobolev non sapeva, di preciso, quando effettivamente Guk sarebbe stato trasferito, ma si augurava che quel momento fosse molto vicino. Aveva già notevoli motivi di preoccupazione, senza il bisogno di un'incombenza di quel tipo.
<<Non perdo nemmeno tempo a commentare la sua teoria. Sappiamo bene entrambi che non servirebbe a niente. E comunque ha ragione, non è per questo che sono qui. Il suo trasferimento, se e quando avverrà, non è cosa che mi riguarda, al momento. Sono qui, invece, per discutere di un problema molto più concreto, e cioè dell'operazione nella quale stiamo investendo tutte le nostre risorse.>>
Guk assunse un'espressione di stolida rassegnazione.
<<E di cosa dovremmo discutere? Le circostanze contingenti, per le quali la nostra responsabilità è minima, ci impongono di osservare determinate norme, e soprattutto di raccogliere quante più informazioni possibili. È l'unica possibilità che abbiamo per evitare e prevenire il peggio. A meno che non ci siano sostanziali novità, e spero proprio che non sia così, non vedo proprio di cosa si debba discutere.>>
<<Tra le tante? Di una cosa in particolare, l'utilità. Oppure anche l'efficacia. Sono tante le cose di cui bisognerebbe discutere, e non capisco perchè lei non abbia mai cercato di mettere in discussione...>>
Guk scattò improvvisamente in piedi, facendo finalmente finire la bottiglia in terra, e rompendola in una marea di frammenti di vetro. In preda a quello che pareva uno scatto d'ira, quasi si avventò addosso a Sobolev.
<<Mettere in discussione? Ma si rende conto di quello di cui stiamo parlando, compagno colonnello? Lei se ne rende pienamente conto? Vuole forse contestare il risultato delle conclusioni dei migliori analisti del Centro? Lei, da solo, intende forse mettere in discussione la gravità della situazione, e delle sue agghiaccianti implicazioni? E alla luce di ciò, lei pensa che quello che noi tutti stiamo facendo non rappresenti una valida soluzione?!>>
Ancora una volta, Sobolev si impose di mantenere la calma. Gli incontri con Guk erano davvero un ottimo allenamento, in questo senso.
<<E l'isteria di massa lei la chiama una soluzione?>>
Mentre stava parlando (ma a dire il vero era più corretto dire che urlava), Guk incominciò a vagare per la stanza gesticolando animatamente.
<<Isteria di massa! E così che chiama gli sforzi del Centro e del GRU per permetterci di individuare in tempo la minaccia nucleare! Isteria di massa!>>
<<Sono anni e anni che la minaccia esiste, non vi è proprio nulla da individuare.>>
<<Ma è essenziale sapere quando la minaccia può diventare concreta, è essenziale sapere quando tutte queste minacce rischiano di essere seguite dalle azioni!>>
<<La minaccia è sempre concreta, in questo senso l'operazione non ha alcun motivo di esistere, almeno in questi termini.>>
<<Mah, in tutta franchezza, colonnello, lei non ha ben chiara l'entità del pericolo che la nostra nazione sta correndo>> rispose con un tono di voce finalmente più debole Guk, mentre si lasciava ricadere sulla sedia, e prendeva in mano i documenti sui quali prima si era assopito.
<<Ma ora, compagno colonnello, penso di avere cose ben più importanti da fare, che stare a discutere della legittimità di un'operazione approvata da Krjuckov in persona. Ci sono documenti, qui, che non ho ancora avuto il tempo di analizzare. E, peraltro, immagino che le siano arrivati i nuovi rapporti dalle unità operative. Penso che anche lei abbia da fare, al momento, e penso che il Centro stia attendendo con impazienza il resoconto delle attività dei nostri agenti.>>
<<Sì, ha ragione, penso proprio di avere da fare.>> Manifestando una certa frustrazione, Sobolev si voltò e si accinse ad abbandonare Guk ed il suo ufficio.
<<Ancora una cosa, Sobolev. Una volta scritto il resoconto, veda di farmi avere i nuovi rapporti, vorrei almeno poterci dare un'occhiata. E stia particolarmente attento alla sua linea di condotta.
Qui, di cose da tenere d'occhio, ve ne sono fin troppe. Avrà notato il recente successo del partito socialdemocratico. A cosa pensa che sia dovuto? È stato costituito con l'evidente supporto della CIA e dell'ambasciata americana, con l'unico scopo di dividere il partito laburista e di mantenere al potere i conservatori. Faccia perlomeno attenzione a non diventare indesiderato pure lei.>>
Sobolev non rispose nemmeno, non ne aveva la forza, e uscì rapidamente dall'ufficio.
Aveva bisogno di una boccata d'aria.
Scese nuovamente le scale, ed uscì nel cortile principale.
Inspirò un paio di boccate d'aria fresca, poi attraversò oziosamente i giardini e tornò indietro, pronto ad affrontare il suo dovere.
Beh, forse pronto non era, ma che lo volesse o meno, si trattava di problemi che non potevano attendere, e che per Sobolev avevano comunque la priorità su qualsiasi cosa.
Prima di rientrare nell'edificio, si concesse almeno di ammirare per qualche istante il cielo, che miracolosamente si era leggermente schiarito. Dovevano essere come minimo le otto di sera, e già si potevano intravvedere delle flebili stelle, che periodicamente venivano estromesse dalle formazioni nuvolose in costante movimento.
Bene, era già una concessione fin troppo generosa alla sua inconsistente vena poetica. Ora doveva davvero tornare al lavoro, e presto avrebbe dovuto prendere una decisione. Quale sarebbe stata, non lo sapeva proprio stabilire.
Quando ebbe fatto ritorno nel suo ufficio, si rese conto che il fascicolo inerente i nuovi rapporti dell'operazione sembrava ora decisamente più voluminoso. Era solo una sensazione, ovviamente, ma era decisamente vivida, e soprattutto deprimente.
Rassegnatosi all'evidenza di quello che sarebbe stata la sua occupazione per le prossime ore, Sobolev si sedette e cominciò a leggere tutti i vari rapporti, aspettandosi, per una volta, di trovare qualcosa di potenzialmente interessante. Eventualità che puntualmente non si verificò.
Dopo poco più di un'ora, durante la quale aveva potuto miracolosamente dedicarsi al suo lavoro senza subire interruzioni di sorta, restava ben poco da leggere a analizzare. Ma soprattutto, c'era ben poco che potesse avere la benché minima rilevanza.
Tutto come previsto.
Il che significava una cosa molto semplice, che ora non sussisteva più alcun motivo per rimandare la decisione.

3
Sospetti

Si costrinse a dare un'altra rapida occhiata ai vari rapporti che gli erano pervenuti quella giornata, ma anche ad una seconda analisi, il responso non poteva che restare lo stesso.
Era quasi doloroso constatare in che modo fossero costantemente utilizzate le risorse della Residenza, e soprattutto per quale discutibile mansione. Non c'era da stupirsi se i rapporti risultavano poi totalmente inani e quasi ridicoli.
E ora c'era anche l'incombenza della decisione. Prendere una posizione, in quel contesto specifico, sembrava davvero impossibile, ma Sobolev sapeva di doverlo fare. Almeno apparentemente, in verità, la usa posizione era piuttosto chiara; il problema ora era semplicemente quello di trovare il coraggio di proseguire per quella strada e concretizzare la propria posizione. Farlo era addirittura semplice, e in fondo significava sostanzialmente non agire in alcun modo.
Ma Sobolev non era affatto certo che la passività fosse realmente la giusta soluzione.
Eppure...eppure fino a qualche mese prima, le sue convinzioni in questo senso non erano mai vacillate. Sostituire Guk alla direzione della Residenza, poi, era stato un vero colpo di fortuna (ma in verità non credeva davvero che si trattasse semplicemente di un caso), e una nuova occasione di indirizzare gli eventi verso l'unica conclusione possibile ed auspicabile. Ma ora, beh, ora la faccenda non era più così semplice, e disperava di avere la determinazione sufficiente per prendere una decisione definitiva. Aveva ancora tempo, certo, ma sapeva che sostanzialmente non vi era molto su cui riflettere. Si trattava di non agire, oppure di farlo. Erano eventualità che aveva vagliato per lungo tempo, e fino a quel giorno la sua conclusione era stata sempre la stessa. Ora sembrava che non dovesse trattarsi necessariamente di quella conclusione, e che in realtà le sue convinzioni erano apparentemente in contrasto con entrambe le possibili linee d'azione. Si trattava solamente di stabilire quale fosse il male minore.
Non aveva voglia di perdere tempo in assurde elucubrazioni. Non ora.
Aprì il secondo cassetto della scrivania, sperando di trovare le sue sigarette, ma non c'erano.
Dove diavolo le ho messe?
Senza perdere tempo, tentò subito con il terzo cassetto. Niente da fare.
C'erano solamente alcune copie di vecchi resoconti che aveva spedito al Centro, in seguito all'analisi delle informazioni ottenute mediante i rapporti degli agenti della Linea N, e una busta marrone.
Niente sigarette, ma...
Una busta di cartoncino marrone.
Una busta che, qualsiasi cosa contenesse, non aveva messo lui nel suo cassetto.
Ma chi? Quando? La risposta pareva semplice, e giunse all'improvviso, come un flash.
Zarubin era stato nel suo ufficio, solo, e per quanto ne sapeva poteva essere rimasto lì anche per un'ora.
Prima ancora di domandarsi perchè Zarubin avesse messo nel cassetto quella busta, e cosa mai potesse contenere, Sobolev non poté fare a meno di torturarsi con altri interrogativi. Cos'altro aveva toccato, e cos'altro aveva visto?
Brutto figlio di puttana.
Certo, non aveva lasciato in vista nulla di importante, e al momento, semplicemente, non disponeva proprio di nessuna informazione rilevante, che potesse suscitare l'interesse di un animale politico come Zarubin. D'altro canto, era entrato nel suo ufficio per un motivo, e sentiva che avrebbe dovuto cercare di scoprirlo quanto prima. Stava per alzarsi e per cominciare a cercare altri segni del passaggio del diplomatico (e chissà cos'altro) sovietico, ma poi decise che tutto sommato era inutile.
E poi, perlomeno doveva verificare cosa gli avesse lasciato nel cassetto.
Prese in mano la busta, con un timore reverenziale e una profonda inquietudine che non provava da diverso tempo, e che mai avrebbe pensato di dover affrontare durante il suo soggiorno a Londra.
Almeno al tatto, la busta doveva apparentemente contenere un oggetto di metallo, o qualcosa di simile. Dopo qualche istante di esitazione, Sobolev aprì la busta e infilò la mano destra all'interno.
Non senza una certa sorpresa, estrasse dalla busta una pistola. Stabilì immediatamente che si trattava di una Makarov PM.
La sollevò e ne valutò il peso. Doveva essere carica.
Estrasse il caricatore e constatò la presenza di tutti e otto i proiettili 9x18mm. La camera di scoppio era vuota. Bene.
Appoggiò la pistola sulla scrivania, senza staccare gli occhi da essa. Distrattamente la mano destra andò a lisciare i suoi baffi, mentre la sua mente sovraccarica cercava di contenere una nuova ondata di interrogativi.
Quale poteva essere lo scopo di quel gesto? Cosa voleva sottendere Zarubin?
Il suo era stato un avvertimento, oppure una più subdola minaccia? E se di una minaccia si trattava, perchè gli aveva consegnato una pistola?
Certo, Sobolev aveva una Tokarev TT30 (della versione calibro 7,62), ma era da diverso tempo che non se la portava appresso. Da quando si trovava a Londra, era sempre rimasta nella sua stanza. Dunque, mentre si trovava all'ambasciata o al suo esterno, era tecnicamente disarmato. Ma che minaccia poteva esistere all'interno di quelle mura? Evidentemente, Zarubin riteneva che dovesse esistere una qualche minaccia, ma meno chiaro era il perchè avesse voluto passargli quella Makarov.
Si aspettava forse che sarebbe stato costretto ad utilizzarla, nel prossimo futuro? Sobolev si poteva dire certo solamente di una cosa, a quel punto, e cioè che Zarubin, oltre ad avere contatti con il vertice del Primo Direttorato Centrale, doveva avere un qualche ruolo all'interno del GRU.
I pensieri di Sobolev furono però repentinamente interrotti dall'inconfondibile rumore di passi veloci. Si rese conto, così all'improvviso, che ora il secondo piano dell'ambasciata era totalmente immerso in un silenzio innaturale, il che rendeva ancora più evidenti i passi in avvicinamento, e contribuiva a rivestirli di una componente vagamente inquietante.
Per la prima volta da quando si trovava a Londra, Sobolev arrivò davvero a temere per la proprià incolumità.
Afferrò la pistola proprio mentre il misterioso individuo doveva aver raggiunto la porta dell'ufficio.
La porta si aprì delicatamente e Sobolev si voltò di scatto, puntando la Makarov verso l'intruso.
Si trovò davanti un Petrenko con un'espressione vagamente sconvolta sul volto.
<<Compagno colonnello!>>
Sobolev tirò un breve sospiro, mentre la tensione si allentava sensibilmente, poi cercò di dominare le proprie emozioni, maledicendosi per essersi abbandonato ad un terrore totalmente irrazionale.
<<Tenente Petrenko...non sarebbe quantomeno opportuno bussare, prima di entrare arbitrariamente nell'ufficio di un suo superiore?>>
Il tenente richiuse la porta e si concesse un sorriso.
<<Se avessi saputo che avrei corso il rischio di beccarmi una pallottola, colonnello, non mi sarei mai azzardato a prendere una simile iniziativa! È tutto a posto?>>
Sobolev aprì il primo cassetto della scrivania, e vi ripose la pistola. Poi evitò accuratamente di fissare negli occhi il tenente. Non voleva di certo che cogliesse i segni evidenti della tensione che ancora lo attanagliava.
<<Naturalmente è tutto a posto. Lei mi ha colto di sorpresa, tanto più che non sono affatto abituato a ricevere dei rapporti da lei. In effetti, proprio non capisco cosa ci faccia lei qui, fa rapporto unicamente al suo supervisore del GRU, di conseguenza...>>
<<Adesso vedrò di spiegarle esaurientemente il perchè della mia presenza. Solo un attimo...>>
Petrenko si guardò un attimo intorno, poi raccolse una sedia che era accostata al muro, vicino alla porta, e si sedette davanti alla scrivania e a Sobolev.
<<Forse non è il posto più adatto per discuterne, colonnello...>> cominciò il tenente, con fare ostentatamente circospetto, ma Sobolev cominciava ad averne abbastanza, di questi puerili sotterfugi.
<<Lasciamo perdere, questo posto è valido come un altro. Mi dica quello che deve dire, e chiudiamo in fretta la questione. Ho molto da fare, al momento.>>
<<Oh, non ne dubito, non ne dubito affatto; ma confido che troverà alquanto interessante quanto ho da dirle, e soprattutto si renderà conto delle sue inquietanti implicazioni.>>
<<Sentiamo, allora.>>
Quasi gli dispiacesse, Petrenko abbandonò il tono da perfetto cospiratore.
<<Allora, ho qui qualcosa che potrebbe risultare molto interessante>> Mentre parlava cercò qualcosa nella tasca delle giacca, per poi estrarre quella che sembrava proprio essere una fotografia.
<<Ecco qui. È di oggi, ed è stato molto difficile riuscire ad ottenerla. Penso che il contenuto sia abbastanza eloquente. Gli dia un'occhiata>>
Il tenente porse la foto a Sobolev, che la prese con una certa diffidenza (che riteneva ingiustificata quanto l'inquietudine che l'aveva assalito poco prima).
La osservò per qualche istante, e gli parve subito evidente quale fosse il soggetto.
Certo, la qualità della foto non era eccelsa, ma si vedeva benissimo il corpo di un uomo (difficile stabilirne l'età, dato che non era possibile vederne il volto) riverso a terra, in uno stretto vicolo di Londra. Sotto la sua testa, si era allargata una enorme pozza di sangue, o almeno così sembrava, ma la nitidezza della foto non era sufficiente a verificare se la sua impressione fosse corretta.
Il volto doveva essere ricoperto di sangue, perchè si confondeva con la pozza sottostante ed era impossibile scorgerne i contorni. Il perchè Sobolev l'avrebbe scoperto molto presto.
<<Di chi si tratta, e come è morto?>>
<<Calma, una cosa alla volta. Di chi si tratta? A questo punto non ha più molta importanza, dunque non mi farò problemi a metterla al corrente dei dettagli di quanto è successo. L'uomo della foto era uno dei miei contatti in una delle sedi governative e lavorava attivamente alla raccolta di informazioni per l'operazione congiunta con il KGB, della quale si sta occupando anche lei, colonnello. È stato trovato nel vicolo questa mattina, a pochi isolati dalla sua abitazione, ma non è questo l'importante. Mi chiedeva come è morto? Beh, questa è sostanzialmente la parte più interessante. Gli hanno sparato in testa. Certo, niente di speciale, non fosse che hanno utilizzato un particolare tipo di proiettile espansivo, in piombo dolce. Mi creda, è una fortuna che lo spettacolo le sia stato risparmiato...non avevo mai visto nulla di simile. Gli hanno sparato alla nuca, ed il proiettile è uscito all'altezza della fronte. Subito dopo l'impatto il proiettile si è deformato e la testa in piombo si è espanso, provocando, come può immaginare, lesioni mostruose. Dopo non si può dire che ne sia rimasto molto, della fronte; lo squarcio, qui, e per fortuna nella foto non si vede, è semplicemente enorme. C'era materia cerebrale dappertutto, davvero, uno spettacolo orrendo. Credo proprio che sia morto sul colpo. Ed è tutto quello che sono stato in grado di scoprire.>>
Sobolev continuò a fissare la foto, ma era evidente che la scarsa qualità non permetteva di scoprire ulteriori dettagli, e nemmeno di confermare la veridicità delle informazioni di Petrenko.
Appoggiò la foto sulla scrivania e grugnì <<E cos'altro può dirmi? Con cosa gli hanno sparato?>>
<<Ah, difficile dirlo. Certo, hanno usato una pistola, ma non sono stato in grado di scoprire di quale si potesse trattare. In quanto al calibro, niente di conclusivo. Si trattava certamente di un 9mm, ma non saprei essere più preciso a riguardo...Parabellum, PM, Browning, chi può dirlo. Poteva essere una pistola di fabbricazione russa, oppure americana...non lo so.>>
<<L'hanno colpito a bruciapelo? È stata un'esecuzione?>>
<<Sembra piuttosto evidente che si sia trattato di un'esecuzione. Che altro? Colpito a bruciapelo? È probabile, ma ovviamente non ho potuto esaminare la ferita, e anche se ci fossi riuscito, francamente non ho le competenze per una stima affidabile. Comunque sì, ho ragione di credere che gli abbiano sparato a bruciapelo. Ma, del resto, che differenza può fare?>>
Sobolev sospirò <<No, nessuna.>>
Eppure, anche se non avrebbe saputo dire come, quell'evento imprevisto sembrava poter trovare una collocazione nell'insieme confuso degli altri avvenimenti di quella giornata. Oh, di certo non si era annoiato. E il proseguo sembrava poter essere altrettanto interessante.
Dubitava che Petrenko potesse fornirgli altre informazioni e, peraltro, aveva anche qualche dubbio sull'utilità delle stesse. Se non fosse stato per quella strana sensazione, probabilmente avrebbe archiviato la faccenda. Ma invece continuò con le domande.
<<D'accordo, da questo punto di vista è tutto chiaro, o comunque credo che mi abbia fornito un valido quadro della situazione. Ma, se devo essere franco, non capisco come mai ne stia parlando con me...non ha fatto rapporto al GRU? Non se ne dovrebbero occupare loro? Dopotutto si tratta di una faccenda che non dovrebbe riguardarmi in alcun modo, se non fosse per l'operazione congiunta in corso.>>
Petrenko si fece improvvisamente meno arrogante, e Sobolev avrebbe giurato di poter scorgere in lui un certo imbarazzo ma, soprattutto, vera e propria inquietudine.
<<No, non ne ho ancora parlato con il GRU. A dire il vero, mi riservavo di farlo dopo il colloquio con lei, colonnello. Speravo potesse aiutarmi a comprendere meglio la situazione, perchè quel poco che ho potuto vedere, beh, non mi piace per niente. Non trova anche lei che c'è qualcosa che non va, in tutto questo?>>
<<Oh, certo, direi che si possa dire così, quando un uomo viene assassinato, apparentemente senza un valido motivo, e quell'uomo è peraltro un proprio agente. Decisamente c'è qualcosa che non va, ma mi chiedo perchè dovrei preoccuparmene, e perchè debba farlo lei. In fondo, le informazioni di cui è entrato in possesso sono scarse e non molto chiare, sicuramente non sufficienti per giustificare un approccio così particolare. Direi che è presto per preoccuparsi eccessivamente...>>
Il nervosismo di Petrenko sembrava in grado di autoalimentarsi con inusitata rapidità. Improvvisamente balzò in piedi e prese a vagare nervosamente per la stanza, gesticolando in modo manifesto e ridicolo mentre parlava.
<<Ma è possibile che non si renda conto della situazione? Con tutto il rispetto, colonnello, non posso credere che lei non sia capace di cogliere tutte le implicazioni di quello che è successo. E ci sono delle evidenze che non possono che confermare l'idea che mi sono fatto, e cioè che, di questa faccenda, ne sappia più di me!>>
Sobolev non capiva su quali basi il tenente potesse basare le sue assurde congetture. La cosa sembrava divertirlo e dovette sforzarsi per evitare di esibirsi in un ghigno.
<<Ma se ho saputo dell'omicidio da lei, appena qualche minuto fa. E da quale altre fonte avrei potuto avere tali informazioni, oltretutto?>>
La riposta sembrò innervosire ulteriormente Petrenko, che si fermò e si avvicinò nuovamente a Sobolev, facendo comunque fatica a nascondere una certa soddisfazione, come se il colonnello avesse detto proprio quello che Petrenko si aspettava di sentire.
<<Lei sa benissimo a cosa alludo. Potrebbe anche essere vero, che abbia saputo solo adesso dell'assassinio del mio agente, certo, ma questo non significa che lei ne sia del tutto estraneo.
In tutta franchezza, questa situazione non mi piace per niente. La sensazione è quella di essere tagliato fuori, e io non credo che sia solo una sensazione, in effetti. Perchè non vengo informato di eventuali iniziative del KGB, che potrebbero influenzare anche il mio lavoro? Se si tratta davvero di una dannata operazione congiunta, perchè non c'è comunicazione tra il GRU ed il Centro?>>
<<Non so proprio di cosa stia parlando, tenente Petrenko. La comunicazione e la coordinazione, quando ve n'è bisogno, non mancano di certo. Non capisco dove sia il problema.>>
<<Il problema è dannatamente semplice!>> Petrenko batté violentemente il pugno sulla scrivania.
Sobolev avrebbe voluto dimostrarsi indignato per quell'evidente insubordinazione ma, viste le circostanze, preferì lasciar correre.
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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<<Non capisco come possa continuare a fingere di ignorare i fatti. Il mio agente aveva il compito di supportare, accertare e suffragare alcune delle informazioni accumulate dalle Residenza negli ultimi mesi. Aveva insomma il compito di supportare e di verificare l'affidabilità delle vostre informazioni, compagno colonnello. Le circostanze particolari, e l'estrema importanza delle informazioni che erano giunte al Centro, hanno portato a quest'operazione, che io avrei dovuto gestire. E quando finalmente avrei avuto un rapporto completo dal mio agente, sulla situazione delle sedi governative, lui viene ucciso. Non si cerca nemmeno di nascondere il fatto che sia stato eliminato esclusivamente per la mansione che stava svolgendo, e si provvede con un'esecuzione in piena regola. Chi può essere stato, a questo punto?>>
Ma dove vuole arrivare? Sobolev non riusciva bene a capire. Per un attimo gli balenò nella mente l'immagine di Zarubin, ma scomparve quasi subito, sostituita da una valanga di possibilità che la paranoia del tenente stava ininterrottamente delineando.
<<Dove vuole arrivare?>> tagliò corto Sobolev.
<<Non voglio arrivare da nessuna parte. È questo il punto...non so proprio cosa significhi quello che è successo, ma non voglio nemmeno pagarne le spese>> si lamentò il tenente, mentre tornava a sedersi e cercava (per lo più inutilmente) di dominare la sua inquietudine e lo stress accumulato nel corso di quella giornata.
Sobolev attese pazientemente che si calmasse e quindi riprendesse quindi a parlare.
<<Non sto traendo conclusioni, capisce? Ma è evidente che invece dovrei farlo, come è evidente che tutto questo è successo per un motivo. Quale possa essere questo motivo, è qualcosa su cui non voglio sbilanciarmi, almeno per il momento, ma non sono più sicuro di niente. E come potrà facilmente immaginare, non è una condizione nella quale io possa svolgere il mio lavoro.
Compagno colonnello, non si rende conto che il mio agente è stato eliminato proprio mentre era impegnato a raccogliere elementi a supporto delle informazioni che lei aveva inviato al Centro.
Cosa significa tutto ciò?>>
<<E come pensa che io possa saperne più di lei, tenente?>> rispose Sobolev, visibilmente seccato.
Petrenko non rispose immediatamente, e diede al colonnello l'idea di essere riluttante ad esprimere chiaramente i suoi reali timori. Forse si trattava di qualcosa che lo riguardava? No, era impossibile, Sobolev non aveva mai fatto nulla che potesse renderlo sospetto, e tecnicamente non aveva fatto assolutamente nulla che non fosse direttamente correlata con le sue mansioni. Eppure...
Ma Petrenko finalmente rispose.
<<Non sto dicendo che lei debba necessariamente essere a conoscenza di qualcosa che invece io ignoro, ma credo che, perlomeno, lei sia coinvolto indirettamente in questa faccenda. Insomma, almeno quanto lo sono io, dal momento che le informazioni che avrei dovuto ricevere, riguardavano anche e soprattutto il suo lavoro alla Residenza. Ma il problema è diverso...mi chiedo chi sia stato, e perchè.>>
<<Comprendo i suoi dubbi, e vorrei avere la possibilità di fare qualcosa per rassicurarla, ma oltre a non essere mio compito, non ho la più pallida idea di chi possa aver agito in questo modo. Anche se ovviamente posso avere i miei sospetti...>>
<<Sospetti, esattamente>> confermò Petrenko <<A chi dovrei rivolgere i miei sospetti?>>
E a chi vorresti rivolgerli? Idiota. Sobolev non riusciva proprio a capire cosa avrebbe dovuto leggere tra le righe, e la cosa lo infastidiva ancora di più del comportamento paranoico del tenente.
<<Francamente, tenente, mi sembra che lei, almeno da questo punto di vista, abbia le idee insolitamente chiare. Invece di proseguire con questa farsa, perchè non prende in considerazione l'idea di mettermi al corrente dei suoi sospetti? Come ho già detto, ho molto da fare, e si sta facendo tardi.>>
<<Non ho dei precisi sospetti.>> replicò Petrenko in tono asciutto. <<Ma certo, ho le mie idee in proposito. Come le ho detto, compagno colonnello, nutro ancora molti dubbi, dubbi circa le modalità dell'assassinio.>>
Sobolev assentì con un lieve cenno del capo.
<<Effettivamente, tenente, quella che mi ha presentato è una soluzione "definitiva" che, non mi sembra nello stile dei servizi segreti occidentali, ed in linea con le loro...>>
In quel momento, del tutto all'improvviso, Sobolev capì. Gli fu chiaro dove voleva arrivare Petrenko, e non ebbe nemmeno più dubbi su come potessero essere andate le cose.
Dovette compiere un incredibile sforzo per non sussultare e per non far trasparire in modo palese la sua sorpresa.
Se la cavò simulando un paio di colpi di tosse. Prima di riprendere il discorso, però, cercò il segno di una qualche reazione nel volto del tenente. Sembrava a disagio, ma non più di quanto non fosse stato sino a poco prima, il suo volto esprimeva solamente una sincera preoccupazione, unita forse ad una presuntuosa determinazione, che poteva renderlo decisamente pericoloso.
Aveva capito? Aveva forse intuito qualcosa? Aveva davvero importanza? Tutto sommato, Sobolev pensava di no.
Motivo in più per partire dal presupposto che sia fottutamente importante.
<<Come dicevo, per quanto apparentemente atipica nell'esecuzione, si tratta certamente di un tentativo dei servizi segreti di evitare definitivamente una fuga di informazioni. E probabilmente il tutto è stato eseguito in modo tanto manifesto, affinché avesse in qualche modo un effetto deterrente. Senza considerare che lo scopo poteva semplicemente essere quello di farci sapere che sanno...>>
Petrenko parve improvvisamente deluso. Forse aveva sperato che Sobolev avrebbe affrontato l'argomento spinoso al suo posto, ma lui non aveva alcuna intenzione di assecondare la sua paranoia. Soprattutto in questa situazione.
Petrenko fece comunque un ultimo tentativo di dirottare la discussione, verso una meta precisa ma solo accennata.
<<Compagno colonnello, la sua teoria è plausibile e interessante, ma...con tutto il rispetto, non ha preso in considerazione anche l'altra possibilità...una possibilità diametralmente opposta?>>
Oh merda. Doveva proprio capitarmi l'unico imbecille del GRU che non sia un teorico del complotto?
Peggio ancora, si trattava di un idiota dotato di un briciolo di acume e volontà. Gli idioti completi in genere non erano molto pericolosi, sostanzialmente perchè mancavano loro i mezzi per provocare realmente dei danni, e in ogni caso non avrebbero avuto modo di fare carriera, e quindi di acquisire un simile potere. Discorso diverso per gli idioti dotati di una certa intelligenza. Loro potevano essere molto più pericolosi, perchè avevano la volontà e l'immaginazione per tentare di concretizzare le proprie idee. Individui come Petrenko, come Gluk... sì, loro erano pericolosi, e incommensurabilmente dannosi.
Inoltre, Petrenko sembrava essere uno dei pochi a non essere impressionati dalla solita teoria del complotto, che coinvolgeva immancabilmente la CIA e soprattutto l'apparato industriale-militare degli Stati Uniti, che costituiva il vero centro di potere, mentre invece il Presidente era poco più che un burattino.
In generale, era una teoria che trovava innumerevoli sostenitori all'interno del Centro, e che veniva condivisa anche da elementi come Andropov e Krujcov.
Sobolev la trovava assolutamente ridicola. Era evidente che la comprensione della cultura occidentale era ancora una lacuna piuttosto diffusa e comune, e che fosse da imputare proprio a questa mancanza, la proliferazione di una convinzione così ingiustificata.
<<Diametralmente opposta?>> domandò Sobolev, come se non avesse capito bene. <<Non capisco, vuole forse suggerire che qualche elemento del partito sia implicato in quanto è successo? Intende accusare qualcuno di tradimento?>>
<<No, no, non intendevo dire questo. Come le ho già detto, non dispongo al momento di alcuna prova, ma volevo semplicemente suggerire...>>
Sobolev grugnì <<Penso che lei abbia suggerito abbastanza, per oggi. Le chiedo di osservare i fatti per quello che sono, senza perdersi in oziose congetture, che peraltro non rientrano nei suoi compiti. Per come la vedo io, deve esserci di mezzo l'intervento, per quanto poco "pulito", delle agenzie segrete occidentali. E, detto questo, per quanto mi riguarda, abbiamo chiuso esaurientemente l'argomento. Non le resta che comunicare gli sviluppi al suo supervisore al GRU, ci penseranno poi loro a chiedere eventualmente il supporto degli elementi del Secondo Direttorato. Ma, fino ad allora, personalmente accantonerò il problema. Come dovrebbe sapere bene, tenente, ho anche io delle informazioni da analizzare, e soprattutto un rapporto da spedire.>>
<<Lo so, compagno colonnello, ma nonostante ciò...>> iniziò Petrenko, esitante.
<<Nonostante ciò, la discussione è finita, tenente. Buonanotte.>>
Petrenko rimase seduto ancora per qualche istante, ma si rese ben presto conto che non avrebbe potuto ottenere altro. Quindi, seppur con una certa riluttanza, e senza nascondere una palese irritazione, si alzò in piedi e si diresse verso la porta.
<<A proposito, tenente, la pistola era ovviamente scarica. Non avrei potuto nuocerle nemmeno se avessi voluto.>> Sobolev sorrise al tenente.
<<Oh, non ho dubbi.>> replicò Petrenko, prima di sorridere a sua volta. <<Se posso permettermi di farle una domanda...>> ma non aspettò la risposta del colonnello <<Come mai quella Makarov? Non viene mai armato all'ambasciata, e poi lei non possedeva una Tokarev?>>
Sobolev nascose nuovamente la sorpresa per quell'inaspettata osservazione.
<<Infatti è così, ma lei crede davvero che io le debba una qualche spiegazione, tenente?>>
Il sorriso di Petrenko si spense con la stessa rapidità con la quale aveva fatto la sua fugace apparizione.
<<Ovviamente no, compagno colonnello. Le auguro buonanotte.>>
Sobolev rispose con un grugnito, che in ogni caso si rivelò superfluo, dato che nel frattempo il tenente aveva già lasciato la stanza. Meglio così.
E ora, nuovamente, poteva tornare ad affrontare i suoi problemi.
Riprese in mano i fogli che contenevano i vari rapporti inerenti l'operazione, domandandosi perchè stesse continuando ad insistere con quella farsa. I rapporti in se stessi non avevano nulla a che fare con il problema che ora doveva affrontare; certo, avevano una loro sopravvalutata importanza, ma comunque li si guardasse non costituivano un elemento determinante, e questo Sobolev lo sapeva bene. Il problema, l'unico problema, era semplicemente lui. Lui, e quello che avrebbe fatto. Quello che avrebbe deciso di fare.
Sostanzialmente, la decisione era molto semplice da prendere, e a tutti gli effetti il colonnello non aveva molta scelta, ma per una volta sentiva la necessità di interrogarsi sulla sua reale volontà, e sulle sue impressioni riguardo l'operazione. Sapeva che la soluzione al problema si nascondeva lì, doveva semplicemente essere in grado di guardare in faccia la realtà, e soprattutto di riconoscerla se e quando se la sarebbe trovata davanti. Sarebbe stata una lunga notte, questo era certo.
Diede un'occhiata distratta al suo orologio e si rese conto, non senza un certo disappunto, che era già tardi. La discussione con Petrenko gli aveva portato via tempo prezioso. Forse non era così grave, avrebbe potuto portarsi il lavoro a casa. Certo, era decisamente un'ottima idea, e avrebbe avuto la possibilità di attenuare l'onere dei suoi problemi, senza rischiare di compromettere la sua immagine.
Del resto, fino a quando Guk sarebbe rimasto lì all'ambasciata, il ruolo di Sobolev restava nominalmente quello di assistente dell'ambasciatore. De facto, Sobolev era già subentrato a Guk nel ruolo di "rezident" a Londra, ma era una sottile sfumatura che poteva anche non essere del tutto avvertita, intenzionalmente o meno, dai suoi sottoposti. E la realtà era ancora peggiore, ma perlomeno quella era di sua esclusiva competenza, si consolò Sobolev.
Oh, se sapessero chi sono veramente...
E lui? Lui lo sapeva davvero?
Ci risiamo.
Scacciò senza troppa convinzione il principio di una nuova ondata di oziose elucubrazioni, poi raccolse tutti i documenti inerenti l'operazione, e li ficcò nella sua valigetta senza tante cerimonie.
Stava per lasciare l'ufficio quando, colto da un improvviso ripensamento, tornò alla scrivania e aprì il primo cassetto. Si trovò nuovamente davanti a quell'insolito regalo.
Senza essere del tutto convinto della sua improvvisa decisione, prese la Makarov e la depose all'interno della valigetta.
Meglio non lasciarla in ufficio. Ma non era questo il motivo del suo gesto, e lui lo sapeva bene.
Una volta uscito dall'ufficio, e dopo aver chiuso a chiave la porta, Sobolev valutò rapidamente l'opportunità di avere un'altra conversazione con Zarubin.
Aveva decisamente bisogno di qualche chiarimento, e ora aveva nuovi elementi che forse avrebbero persuaso il diplomatico ad essere meno criptico.
Mentre attraversava il corridoio, diretto verso le scale, provò nuovamente un curioso impulso che contrastava con la sua patologica riflessività. L'impulso era quello di aprire la valigetta e di prendere la pistola, ma Sobolev lo reprimette senza alcuna incertezza. Non credeva davvero di correre, almeno per il momento, dei rischi per la propria incolumità. Non qui, se non altro.
La porta dell'ufficio di Zarubin era aperta. Strano.
Con un'esitazione che sul momento gli parve davvero ridicola, Sobolev varcò comunque la soglia, solo per constatare che l'anticamera dell'ufficio di Zarubin era vuota. Non c'era nessuno davanti scrivania della segretaria del diplomatico, e la porta successiva, quella che conduceva all'effettivo (e ampio) ufficio di Zarubin, era anch'essa aperta. Una rapida occhiata confermò che anche quest'ultima stanza era completamente deserta. Sobolev si chiese se non fosse il caso di entrare dare una rapida occhiata all'ufficio di Zarubin, ma non sapeva quando il diplomatico avrebbe fatto ritorno, e la sua posizione, a dirla tutta, era precaria fino a quando Guk non se ne sarebbe definitivamente andato. Si trattava di un rischio inutile, e dubitava che Zarubin avrebbe lasciato in giro un qualsiasi elemento potenzialmente compromettente.
Si guardò ancora un attimo intorno, e si rese conto che la contemporanea assenza della segretaria e del diplomatico poteva essere comunque ugualmente compromettente. O comunque potenzialmente utile. Ma al momento non era cosa che potesse davvero interessargli. Era fermamente convinto di avere altre priorità...avrebbe potuto parlare con Zarubin il giorno successivo, e magari appurare fino a che punto arrivassero le mansioni della sua segretaria.
Eppure...
Nuovamente una inequivocabile e fastidiosa sensazione di aver volutamente omesso qualcosa.
Sobolev era praticamente certo che il suo gesto doveva significare qualcosa. Il suo scarso interesse per i possibili utilizzi delle informazioni appena ottenute (una volta confermate, naturalmente, ma sapeva che non sarebbe stato per niente difficile), era senza dubbio significativo. Di più, doveva per forza di cose essere un altro tassello. L'ennesimo tassello del dannato puzzle della sua personalità, che da tempo immemorabile cercava stupidamente di ricostruire. Ma che importanza poteva avere? Se anche avesse "afferrato" quel tassello, se anche avesse trovato il posto dove inserirlo, quale progresso ci sarebbe stato? Ogni secondo della sua vita creava altri tasselli, e anche senza considerare l'effettiva utilità del suo farsesco tentativo di comprendere chi fosse davvero, come poteva davvero pensare di poter completare il Suo puzzle, quando inevitabilmente vi stazionava al centro?
Che idiozia. Stai diventato vecchio.
Se non altro, su quello non aveva dubbi.
Scese al piano terra dell'ambasciata, e dopo i soliti controlli di rito, poté finalmente abbandonare l'enorme edificio. Come al solito, non prestò alcuna attenzione al giardino, ma uscì subito in strada e attraversò celermente "Kensington Palace Garden". Si fermò solo per gettare qualche fugace sguardo al cielo, solo parzialmente stellato, ma con un certo disappunto non fu in grado di vedere quello che stava cercando, colpa delle nubi, evidentemente.
Riprese a camminare il più velocemente possibile, ansioso di raggiungere il suo spartano appartamento, e di stappare una bottiglia di Vodka.
L'appartamento di Sobolev distava solamente pochi isolati da "Kensington Palace Garden", e questo non poteva che essere un vantaggio, perchè tendenzialmente preferiva spostarsi a piedi, quando era possibile.
Altro comportamento del quale aveva rinunciato a scoprirne il motivo. Ma era meglio così.
Il grosso edificio condominiale si affacciava sulla "West Cromwell Road".
Raggiungerlo era davvero banale. Dopo essere arrivato in "Kensington High Street", e dopo aver svoltato in "Earl's Court Road", si trattava solamente di attraversare poco più di 200 metri in linea retta. Lo squallido edificio, con tutti i suoi nove piani, era pienamente visibile non appena entrati in "Earl's Court Road", ma Sobolev non la considerava quasi mai come una vista deprimente, e per lo più percorreva quei 200 metri con in mente la vivida immagine di una bottiglia di Vodka.
Oltre alla Vodka, l'unica attrattiva di quella che chiamava "casa", era costituita dal letto (ma erano di più le volte che si addormentava sulla sua poltrona, a dire il vero) e dalla sua scrivania, che era il complemento ideale alla sua scarsa dotazione (almeno dal punto di vista dei beni mobili) "professionale", e che gli consentiva di torturarsi a casa con la stessa efficienza che ostentava all'ambasciata. Tutto il resto poteva essere considerato un optional. Sobolev, almeno da questo punto di vista, era decisamente pragmatico e prediligeva un'abitazione spartana da tutti i punti di vista, in funzione della sua effettiva utilità, senza tanti fronzoli. Sostanzialmente, era più che sufficiente per il poco tempo che doveva trascorrervi, distava poco dall'ambasciata e, cosa non trascurabile, era uno degli edifici più alti nel giro di diversi isolati. Sobolev abitava in un appartamento all'ultimo piano e questo gli consentiva di godere di una decorosa vista del cielo. Considerato che trascorreva del tempo a casa solamente dopo il sorgere del sole, poteva ritenersi soddisfatto.
Inoltre, ma questo aveva un'importanza relativa, nello stesso edificio abitavano anche due dei funzionari dell'ambasciata, uno dei quali era diventato, almeno momentaneamente, il corriere ufficiale di Sobolev. Il fatto che risiedesse nello stesso stabile, tutto sommato, era un discreto vantaggio e soprattutto una gradita comodità.

4
"Le case sono fatte per viverci, non per essere guardate."
Francis Bacon

Durante il tragitto, e del resto non sarebbe potuto andare altrimenti, nessuno gli aveva teso un'imboscata e, cosa molto più importante, Sobolev era relativamente certo di non essere nemmeno stato pedinato. Non che si aspettasse che sarebbe successo, del resto, chi poteva avere qualche interesse a farlo? Sapevano tutti dove abitava, e comunque, nonostante i recenti avvenimenti, Sobolev era convinto di non essere lui, quello che al momento stava correndo dei rischi. Non poteva dire lo stesso per Petrenko, ma la cosa lo lasciava semplicemente indifferente.
Per quanto riguardava il suo ufficio, non poteva esserne certo, ma era invece palese che il suo appartamento era anche l'abitazione di un numero indefinito (ma indubbiamente elevato) di microfoni.
La cosa, nel caso specifico, non aveva alcuna importanza, dato che Sobolev abitava da solo, e che quindi non aveva di certo molto da dire, men che meno per degli annoiati tecnici dell'MI5.
Probabilmente avevano imparato a detestarlo con tutte le loro forze, ed era una possibilità che lo metteva sempre di buon umore. Non quella sera, però.
Arrivato nell'atrio, come sempre si diresse senza esitazioni verso il vecchio e miracolosamente ancora operativo ascensore, dato che la prospettiva di salire nove piani di scale, semplicemente lo atterriva.
Stai invecchiando.
L'ascesa portò via diversi minuti e, come al solito, in un paio di occasioni Sobolev ebbe l'impressione che il motore dell'ascensore avrebbe ceduto, oppure che sarebbe precipitato giù. Del resto, i rumori che emetteva, in salita come in discesa, non erano per nulla rassicuranti. Pazienza.
Aprì freneticamente la porta e si trovò nuovamente di fronte al suo eufemisticamente modesto e disordinato appartamento.
Era di nuovo a casa, ma era una differenza solamente nominale. Le preoccupazioni e l'insoddisfazione lo seguivano ovunque. Se così non fosse stato, probabilmente si sarebbe sentito clamorosamente "vuoto", questo lo sapeva bene. Quella maledizione faceva comunque, nel bene come nel male, parte della sua personalità.
La porta si apriva sul soggiorno, una stanza di dimensioni modeste, che perlopiù conteneva un logoro divano, la sua scrivania in noce con annessa una scomoda sedia, una poltrona forse ancor più logora del divano, un piccolo tavolino e una libreria moderatamente fornita. Sulla sinistra si trovava invece la porta che conduceva al minuscolo bagno, mentre a destra vi era l'accesso alla camera da letto ed alla cucina. Si diresse immediatamente verso quest'ultima destinazione, senza nemmeno togliersi il cappotto. Aprì il frigorifero, un vecchio modello della fine degli anni '50, dove trovò ad attenderlo l'immancabile bottiglia di Vodka Stolichnaya, che afferrò senza perdere altro tempo. Tornò in soggiorno, dove finalmente si tolse il cappotto che gettò sul divano. Poi si sedette alla scrivania e vi appoggiò sopra la valigia, stando bene attento a non urtare il bicchiere, che era rimasto lì dalla sera prima. Era vuoto, ma a questo avrebbe potuto rimediare ben presto. Si impose di attendere ancora qualche minuto. Era sua intenzione visionare nuovamente tutti i documenti sull'operazione, più per scrupolo che per una reale esigenza, poi si sarebbe preoccupato di bere "qualcosa" e in seguito si sarebbe trovato nelle condizioni ottimali per affrontare le problematiche odierne.
Sì, si trattava decisamente di un ottimo programma, ma non avrebbe potuto attuarlo, perchè la prima cosa sulla quale ricadde la sua attenzione, una volta aperta la valigetta, fu la Makarov che gli aveva fatto avere Zarubin. Si era quasi dimenticato di essersela portata dietro. E allora, si ricordò dei suoi dubbi e della sua volontà di fare un semplice e rapido accertamento. I documenti e la Vodka potevano attendere ancora qualche minuto.
Tornò verso la cucina, ma questa volta aprì la porta più a sinistra, che lo condusse nella sua camera, una stanza decisamente essenziale, nella quale trovava posto solamente l'armadio con il vestiario, il letto (che non aveva nulla da invidiare al divano e alla poltrona, per quanto concerneva lo stato di conservazione) e un microscopico comodino. Per il momento gli interessava solamente l'armadio.
Spalancò completamente le due ante e si chinò. Sotto i vestiti, presenti in numero esiguo, Sobolev aveva accumulato diversi scatoloni, sul cui contenuto avrebbe potuto fare le più fantastiche congetture, dato che non ricordava assolutamente cosa potessero contenere. Quando era partito per il suo incarico a Londra, si era portato tutto dietro, senza nemmeno verificare l'effettiva utilità di gran parte del suo bagaglio e non l'aveva fatto nemmeno in seguito. Pazienza.
Lo scatolone che gli interessava, l'unico del quale conoscesse senza dubbio il contenuto, doveva trovarsi in fondo, dietro tutto il resto. Decisamente spazientito, Sobolev spostò i pesanti scatoloni, fino a trovarne uno, il più piccolo, che doveva contenere ciò che gli interessava. Con movimenti rapidi e che tradivano il suo nervosismo, aprì il coperchio della scatola. Se davvero si aspettava di trovarvi la sua Tokarev, le sue aspettative furono deluse dopo che ebbe gettato una rapida ed eloquente occhiata al contenuto. La scatola era indiscutibilmente vuota. Non c'era traccia della pistola e nemmeno delle munizioni.
Qualcuno gliele aveva sottratte. Ma chi? E soprattutto, perchè? Che ruolo aveva in tutto questo Zarubin?
Doveva sentirsi minacciato? Probabilmente sì, ma a dispetto della situazione, non ci riusciva.
Altri nuovi interrogativi con i quali doveva confrontarsi. Sapeva quanto potesse essere importante trovare delle risposte, ma non era sicuro di volerlo fare in quel momento. Dopotutto, aveva già altri interrogativi ai quali doveva assolutamente rispondere quella sera, e del resto c'era anche dell'altro che lo attendeva, in soggiorno.
Ora non aveva più dubbi, doveva decisamente bere qualcosa.
Nonostante tutto, dovette ammettere Sobolev, questa volta poteva addirittura godere della presenza di un alibi quasi valido, per le sue sessioni alcoliche serali. In quei frangenti si sentiva tanto un Guk ancora più presuntuoso, ma sapeva di non essere ancora arrivato a quel livello, e oltretutto lui aveva delle altre ragioni, delle valide ragioni. Ma non la pensano tutti così? Non aveva importanza.
Tornò nuovamente davanti alla sua scrivania. Depose la pistola vicino al bicchiere e alla bottiglia, poi prese i documenti e gettò in terra la valigetta.
Si preparò a riesaminare i documenti, come da programma, ma nuovamente fu bloccato dal manifestarsi improvviso di altri pensieri. Evidentemente, seppure a livello inconscio, Sobolev non aveva alcuna intenzione di seguire la sua solita routine. Era davvero una giornata inusuale.
Stentava a cercare di mettere in relazione l'avvertimento di Zarubin e la sua conversazione con Petrenko, ed ora che aveva un nuovo elemento, la scomparsa della sua pistola, sapeva di non poter lasciare certi interrogativi senza riposta troppo a lungo.
Non poteva essere certo, tanto per cominciare, che la scomparsa della sua Tokarev, e il gesto di Zarubin fossero realmente strettamente correlati, ma aveva tutti i motivi per sospettarlo. Il perchè, almeno per il momento, gli era oscuro, e probabilmente si trattava di un problema secondario.
Meno secondarie erano invece le implicazioni della discussione che aveva avuto con il tenente Petrenko. Quello che era successo era in effetti piuttosto evidente, ed era allo stesso modo decisamente grave.
Evidentemente, per qualche ragione che al momento non gli era del tutto chiara, le informazioni che l'uomo di Petrenko avrebbe potuto fornire sarebbero andate ad inficiare il lavoro di Sobolev. Chi avesse optato per una soluzione così drastica e "sporca", non l'avrebbe saputo dire, ma in proposito aveva qualche idea. In ogni caso, l'iniziativa avrebbe provocato dell'altro caos, e visto quello che sarebbe capitato l'indomani, non poteva che essere una buona cosa. Inoltre, con un piccolo sforzo, sarebbe stata un'ulteriore conferma dell'esistenza del famoso complotto, che il Centro sembrava voler vedere a tutti i costi all'interno dell'incompreso mondo occidentale.
Allo stesso tempo, però, l'eliminazione così sensazionale del contatto di Petrenko, poteva suscitare qualche ragionevole dubbio, che in un momento delicato come questo, poteva diventare molto pericoloso. Il tenente del GRU era la prova vivente che quel rischio esisteva, ed era dannatamente concreto.
Ne farò menzione nel rapporto, sempre che possa servire a qualcosa.
Sapeva che era troppo tardi perchè le sue osservazioni potessero essere prese in considerazione, ma si trattava comunque del suo dovere, no?
In ogni caso, quella soluzione drastica confermava l'assoluta serietà di quel pericoloso gioco...del quale Sobolev era improvvisamente diventato una, seppur fondamentale, pedina.
Era davvero fondamentale? Probabilmente l'avrebbe scoperto nelle prossime ore. Di nuovo, la presenza della Makarov, gli parve vagamente rassicurante. Sì, doveva decisamente bere qualcosa.
Riempì rapidamente il bicchiere, per poi bere una generosa sorsata.
Si sentiva già meglio.
Ma ora, ora doveva affrontare il problema principale. Non aveva senso perdere altro tempo con quei documenti, questo lo sapeva bene, e ora era giunto il momento di affrontare direttamente il problema principale. Fino a quel momento, il suo ruolo, da quando aveva avuto inizio l'operazione, non gli era mai sembrato complicato, né dal punto di vista pratico, né da quello etico.
Ma ora era diverso, e lo sapeva bene. Sostanzialmente, il suo compito era molto semplice, doveva solamente analizzare i dati pervenutegli dai suoi sottoposti, per poi farne un resoconto il più possibile obiettivo, in modo che gli analisti del Centro potessero trarne le dovute conseguenze.
Oltre ad essere un compito sostanzialmente semplice, era anche privo di effetti a breve termine (e anche a lungo termine, sospettava), il che gli evitava una lunga serie di dubbi di ordine morale.
Almeno fino a quel momento. I dati in suo possesso non differivano affatto dallo standard, ma doveva invece decidere se l'avrebbe fatto il suo rapporto per il Centro. Il problema stava semplicemente lì...si trattava solamente di decidere cosa e quanto scrivere. Semplice, almeno in teoria.
Non aveva grossi dubbi su quale dovesse essere la scelta giusta, ma proprio per questo, si sentiva in dovere di dubitare. Altri non si sarebbero posti questo genere di problema, ma Sobolev era sicuro di doverlo fare, e sospettava che questo potesse significare che non era nemmeno sicuro della sua fiducia nelle premesse dell'operazione.
Come ogni volta che si poneva problemi di questo genere, sapeva che la questione consisteva semplicemente nel capire quali fossero le sue reali convinzioni, e nel dare il giusto peso alle cose.
In entrambi i casi, non poteva che fallire. In primis, non era affatto sicuro della genuinità delle sue convinzioni e, cosa ancora peggiore, non era assolutamente in grado di stabilire quale potesse essere il "giusto" peso delle cose. Come ogni volta, questo era il preludio delle sue interminabili, oziose ed inconcludenti elucubrazioni. Non era la prima volta che succedeva e, nonostante ogni volta potesse constatare di aver fatto qualche ipotetico progresso, alla fine doveva ammettere di essersi trovato davanti ad un ostacolo insormontabile.
Si chiese se non fosse giunto il momento di bere ancora, ma voleva conservare una certa lucidità, se non altro per poter ripercorrere il suo solito iter mentale.
Allora, come al solito si trovava davanti al problema principale, che riguardava tutti gli aspetti della sua esistenza e, nel caso specifico, avrebbe potuto rivelarsi decisivo per la scelta che doveva necessariamente fare nelle prossime ore.
Doveva dare il giusto peso alle cose. Dare delle priorità, decidere cosa era importante, e quanto.
In quel caso, si trattava soprattutto della vite di altri esseri umani, della Patria e del Partito. Ma non aveva molta importanza, perchè il problema era dannatamente generale.
Dare il giusto peso alle cose. Ma cosa significava veramente?
Sobolev non riusciva proprio a capire cosa potesse significare davvero, e come potesse essere possibile da attuare.
Fino a quel punto, era piuttosto semplice decidere quale era il passo successivo. Come poteva capire quali cose erano più importanti di altre? Era il primo di una lunga serie di ostacoli apparentemente insormontabili. Certo, Sobolev poteva immaginare di confrontare due elementi, fossero essi cose, persone, situazioni, ideali, o qualsiasi altra cosa. Cosa poteva constatare? Semplice, poteva rendersi conto che i due elementi in esame differivano profondamente, per quanto concerneva il "peso". Ma che importanza aveva? Assolutamente nessuna! Quello che poteva capire, era semplicemente che i due elementi erano diversi. Ma che scoperta, dato che in quel fottutissimo mondo non esistevano due cose uguali! Sapeva che le cose erano diverse, ma quanto diverse erano, e come capire quali potevano essere positive, e quali invece negative. Di sicuro non era possibile procedere in questo modo. Innanzitutto, si trattava, seppure in senso astratto, di ricorrere ad un metodo che altro non era che il parto della fantasia umana. Il che significava che non era possibile ottenere davvero qualcosa con cui confrontare gli elementi in esame e, se anche fosse stato possibile, ancora una volta avrebbe semplicemente potuto scoprire che erano semplicemente diversi.
Era una funzionale astrazione, d'accordo, ma restava il fatto che il "peso" era niente più che una simpatica invenzione, che non aveva nulla a che spartire con la realtà. Si trattava solo dell'interpretazione e della descrizione di una percezione, e nulla di più. Lasciando perdere il "peso" e lasciando da parte qualsiasi altra astrazione, non restava che constatare che concetti come "giusto" o "sbagliato" erano ancora più assurdi e irrilevanti, considerata la loro relativa validità.
Doveva forse riformulare la domanda. Non potendo trovare un modo per determinare il "giusto peso" delle cose, poteva forse domandarsi, piuttosto, non tanto quale fosse allora il giusto peso delle cose, ma soprattutto chi potesse mai stabilirlo?
Appurato che non era possibile farlo in modo obiettivo, chi decideva cosa era giusto o sbagliato, cosa era più importante e cosa invece lo era meno? Chi aveva questo diritto, chi aveva questo dovere?
Anche in questo caso, la risposta era molto banale: tutti e nessuno.
Tutti potevano (dovevano?) avere una propria personale idea in merito, ma nessuno poteva pretendere di attribuirgli una maggiore validità. Era semplicemente l'ennesima manifestazione di una fantasia che Sobolev trovava decisamente infantile, e come tale doveva probabilmente essere soppressa. Alle volte era un'idea che riusciva a scuoterlo nel profondo, sempre era in grado di provocare in lui un palpabile sdegno, una viva indignazione nei confronti di una società che da tempo immemore si era edificata sopra una base di variegate quanto assurde fantasie.
Edifici, enormi complessi di (presunta) realtà costruiti su fondamenta di ideali, senza le quali sarebbero inevitabilmente crollati su sé stessi. Non poteva davvero funzionare.
Complicati castelli di carte, alle volte di dubbia utilità, che continuavano a crescere di numero e dimensioni, non del tutto consapevoli che sarebbe bastato un niente per buttarli giù. Oh, sarebbe successo, sarebbe successo molto presto, quanto Sobolev lo sapeva. Le sue riflessioni, in genere, andavano oltre questi interrogativi, ma mai troppo, perchè l'ostacolo successivo gli sembrava davvero insuperabile e sconvolgente.
Per quanto legittimi potessero essere i suoi dubbi, e la sua volontà (seppur in linea puramente teorica) di eliminare tutte le futili convenzioni e le loro risibili premesse, Sobolev si era reso conto che non poteva fare a meno di trovarsi davanti ad un punto morto. Certo, poteva immaginare di sopprimere tutte quelle elaborate fantasie, ma poi doveva necessariamente constatare quello che gli restava. Nulla.
Non era una cosa sulla quale lui volesse continuare ad ingannarsi; oltre a tutte quelle discutibili fantasie, oltre a tutti quegli artifici, non restava alcuna realtà, ma solamente il vuoto.
Cosa voleva dire? E perchè?
Non era sicuro di poter rispondere. Forse non esisteva proprio nulla, al di fuori della fantasia, forse quel costrutto era una necessità primaria della mente, magari si trattava semplicemente della base di un "software", che permetteva l'acquisizione e l'elaborazione dei numerosi stimoli provenienti dall'esterno, da quell'invisibile realtà. Probabilmente era così, era il compromesso da accettare per garantire il funzionamento del proprio insostituibile cervello. Ma a che scopo?
Più semplicemente, come avveniva con la sua personalità (con il suo puzzle), non era nella posizione per poter demolire le fantasie che l'avevano mantenuto in vita sino a quel momento. Era decisamente troppo tardi. Come tutti gli altri, anche lui aveva costruito inevitabilmente la sua vita su quelle stesse fondamenta. Era chiaro che, se avesse improvvisamente deciso di buttarle giù, magari semplicemente per sostituirle, non avrebbe potuto evitare il collasso della vita che aveva era eretto sopra di esse. Ancora una volta, sapeva di non avere molte alternative. Non aveva risposte e non le avrebbe mai avute, era quello il buffo della vita, ma in genere Sobolev faticava a trovare divertente quell'aspetto.
E così, nonostante non fosse proprio un comportamento molto sensato, si limitava a dare qualche occasionale (ma invero piuttosto frequente) scossone, a tormentare con qualche energica sollecitazione, quelle odiate ma indispensabili fondamenta. Se poi un giorno fossero crollate, beh, pazienza.
Aspettava quel momento.
Riempì di nuovo il bicchiere, questa volta per sedare la vergogna.
Non gli era chiaro il perchè, ma la consapevolezza di aver aspettato di essere arrivato a quel punto della sua esistenza, prima di porsi un certo genere di interrogativi, gli sembrava inconcepibile e vergognoso, ma soprattutto una cosa decisamente imbarazzante e infantile.
Era troppo tardi per certe domande, avresti dovuto fartele molto, molto tempo fa.
O forse era proprio qui il problema? Quante persone evitavano quelle domande per il semplice motivo che ora era troppo tardi, quante accantonavano certi pensieri perchè non potevano che essere inutili e assurdi, quante?
Troppo tardi? Anche qui il responso era lo stesso. Chi decideva quando dovevano manifestarsi determinati pensieri?
Sì, era sempre la stessa storia.
Senza nemmeno rendersene conto, era già arrivato al terzo bicchiere. Poco male.
Guardò nuovamente l'orologio e si rese conto di aver passato quasi mezz'ora a bere con lo sguardo perso nel vuoto.
Era una cosa abbastanza triste, soprattutto perchè non gli era mai capitato di porsi interrogativi più concreti e sensati. Aveva mai messo in discussione la sua dedizione alla Rodina? Aveva fatto delle considerazioni sulla sua fedeltà al Partito?
Gli sembrava fossero cose che aveva sempre dato per scontate. Un errore madornale, con ogni probabilità, ma aveva già tanti di quegli interrogativi...
Immaginava che in quel momento, mentre beveva e lasciava che la sua mente si perdesse in quel maelstrom di contraddizioni, altri funzionari del KGB stessero, più o meno come lui, seduti davanti ad una scrivania, o magari su una poltrona (forse era il caso che anche lui cambiasse la sua sistemazione), intenti a tormentarsi e a riflettere. Con la differenza che, e Sobolev aveva pochi dubbi al riguardo, gli altri avrebbero toccato argomenti decisamente diversi. Si sarebbero chiesti se la propria fedeltà andasse prima al Partito o prima alla Rodina, se la condotta attuale avrebbe davvero permesso la vittoria (considerata comunque inevitabile) del marxismo-leninismo, e via di questo passo. Sobolev si era mai posto questo genere di interrogativi? Doveva ammettere di no, e ciò significava che doveva esserci qualcosa che non andava. Come al solito, non sapeva cosa.
Per quella sera, decise, aveva già perso abbastanza tempo in inutili digressioni.
Prese in mano i documenti, anche solo per indirizzare verso una precisa direzione la sua attenzione.
Forse, se riusciva a restare concentrato...

5
Il sonno dei giusti

Allora, qual'è davvero il problema?
Era assurdo che continuasse a farsi delle domande alle quali sapeva perfettamente rispondere.
La questione era sempre la medesima.
Cosa devo scrivere nel mio dannato rapporto?
Anche in questo caso, la risposta era altrettanto semplice...si trattava solo di fare quello che riteneva più giusto. Il che significava che avrebbe dovuto decidere se credeva davvero nelle premesse di quell'operazione, e se era davvero convinto che la linea di condotta che aveva sempre tenuto fino a quel momento fosse legittima e fondamentale.
Ma come poteva dare una risposta precisa a questo interrogativo? Si chiedeva sempre come la maggior parte degli individui potessero avere anche una minima certezza delle proprie convinzioni, perchè lui non era assolutamente in grado di vantare una simile sicurezza. Per questo, forse, aveva inutilmente cercato di comprendere chi fosse realmente.
A questo punto, poteva tranquillamente sostenere entrambe le possibilità, con la stessa disarmante sicurezza.
Sono assolutamente convinto che sto facendo la cosa giusta.
Sono assolutamente convinto che sto facendo una cazzata.
Dove stava la differenza? Entrambe le eventualità gli sembravano assolutamente fondate, e nessuna delle due gli provocava un qualche effetto viscerale identificabile, ergo, poteva sostenere entrambe le posizioni con l'illusione di essere sincero. Era normale che non fosse in grado di capire in cosa credesse davvero? Oppure ad essere anormale era invece il contrario?
Complimenti, sei davvero una contraddizione vivente.
Ma il problema più importante era che doveva prendere una decisione, e doveva prenderla quella sera.
Si alzò dalla sedia, avendo cura di prendere con sé bicchiere e bottiglia, poi si trasferì sulla poltrona.
Appoggiò la bottiglia in terra, per poter avvicinare il tavolino alla poltrona, e poi la posò su di esso, insieme al bicchiere.
Senza un motivo particolare, fece lo sforzo di alzarsi nuovamente e si mosse verso la finestra che si affacciava sulla "West Cromwell Road". Ma non gli interessava la strada (che era decisamente deserta), e nemmeno gli altri edifici, tutti più bassi ma altrettanto squallidi e quasi fatiscenti. Non gli interessava nemmeno quanto contraddittoria potesse essere la presenza di una parte della city così squallida, a pochi isolati dall'etereo splendore dei "Kensington Gardens". Alzò infatti gli occhi al cielo, senza riuscire nuovamente ad individuare niente di più di un impulso quasi inconscio.
Alta nel cielo, a dispetto delle formazioni nuvolose, splendeva l'unico satellite naturale della Terra, la Luna.
Era quello che stava cercando? Ma si trattava di una domanda retorica, lo sapeva.
Si era sempre chiesto cosa lo affascinasse di preciso, della Luna, ma non era un interrogativo che avesse mai preso troppo sul serio. Sospettava che, altrimenti, avrebbe perso anche quell'unico aspetto poetico della sua esistenza. Tuttavia, voleva sapere, e più precisamente voleva ricordare, dato che era certo che la risposta si nascondeva nel suo passato, e forse non solo nel suo.
C'erano molti aspetti da prendere in considerazione, ma alla fine si soffermava sempre sugli stessi. In primis, il fatto che la Luna mostrasse sempre la stessa faccia. Era una cosa che, contrariamente a qualsiasi logica, trovava decisamente meravigliosa. Ed in quel momento si rendeva conto che non stava parlando della Luna in sé stessa. Non si trattava del satellite in quanto tale, ma del suo significato, di quello che era in grado di evocare nella sua mente. Di qualunque cosa si trattasse, cosa o persona, o magari solamente un pensiero, Sobolev temeva di averlo dimenticato, ma la sensazione permaneva, ed era diventata essenziale, almeno quanto la Vodka, perlomeno. Anzi, di più.
Ogni tanto, quando gli interrogativi illogici e oziosi non lo turbavano particolarmente, e decideva di assecondarli, si scopriva intento a domandarsi come mai la Luna mostrasse sempre la stessa faccia. Non aveva altre facce da mostrare, oppure si trattava di un gesto deliberato?
Certo, era un'astrazione, conosceva benissimo la storia della "frizione gravitazionale" e della consecutiva sincronia tra rotazione e periodo orbitale, ma trovava molto più affascinante e interessante quell'altro interrogativo, per quanto in apparenza puerile e assurdo.
In ogni caso, quella dimostrata dalla Luna era una magnifica coerenza, che raramente aveva riscontrato in altre manifestazioni della realtà.
Ma ancora non riusciva a comprendere cosa la rendesse così interessante. Cercava disperatamente nei meandri della sua memoria "episodica" e "semantica", ma non riusciva ad ottenere altro che qualche frammento confuso, qualche flash non molto significativo, che però non poteva evitare di percepire con un'intensità molto maggiore di altri ricordi decisamente più vividi.
Riusciva solamente ad essere sicuro di una cosa: quel fascino doveva avere qualcosa a che fare con la mitologia greca. Non sapeva bene dove fosse il collegamento, ma indubbiamente c'era.
La Luna nella mitologia greca...sì, doveva avere qualcosa a che fare con i titani. Esisteva forse una dea della Luna? Probabilmente sì, ma proprio non gli sovveniva il nome...
Non riusciva a ricordare.
Pazienza, la Luna non si sarebbe mossa da lì, e Sobolev aveva della altre priorità, per quanto spiacevoli.
Seppur con poco entusiasmo, tornò a sedersi sulla poltrona.
Gli stava cominciando a girare la testa; non aveva bevuto poi molto, per il momento, ma sospettava che non fosse solo per quello.
C'erano troppe cose da considerare, ed erano tutte troppo importanti.
Lasciamo da perdere la Patria, lasciamo da perdere tutte le motivazioni ideologiche (ne aveva mai avute?), parliamo della carriera.
La sua carriera non era mai stata particolarmente brillante, questo lo sapeva. Gli era sempre mancata l'immaginazione e lo spirito di iniziativa necessari per riuscire a distinguersi e fare di lui un buon ufficiale. Il suo avanzamento era merito unicamente della sua avvilente prevedibilità, e dell'inettitudine di Guk.
Qualcuno aveva ritenuto che lui, Sobolev, sarebbe stato molto facile da manovrare, e quel qualcuno sembrava non aver avuto torto. In effetti, era diventato un colonnello, e poi il Residente del KGB a Londra, solamente perchè questo poteva contribuire alla buona riuscita dell'operazione.
Se lui avesse deciso di gettare la spugna, come minimo avrebbe dovuto dire addio alla proprie prospettive di avanzamento e a tutto quello che aveva ottenuto sino a quel momento, nonostante non l'avesse mai meritato e non l'avesse mai davvero desiderato.
Ma gli importava qualcosa della sua carriera? In assoluto, probabilmente no. Era una di quelle consapevolezze che restavano vive ad un livello perlopiù inconscio, ma che non per questo non venivano avvertite.
Forse Sobolev non avrebbe mai distrutto la sua carriera deliberatamente, ma sapeva bene che in verità non gliene fregava niente.
Altro esempio di comportamento contraddittorio, ma la cosa non lo infastidiva particolarmente.
Per l'ennesima volta, riempì il suo bicchiere.
Questa volta si prese qualche secondo per osservare il suo contenuto. Contemplò quel distillato ottenuto dalla segale e dovette reprimere un conato di vomito. Gli sembrava ora una mistura assurdamente disgustosa, quasi fosse la fonte principale di tutte le menzogne che giorno dopo giorno si ripeteva per poter mantenere inalterata quella insostituibile routine che era diventata la sua vita.
Al diavolo!
Scagliò il bicchiere in terra e osservò con un certo compiacimento i frammenti di vetro schizzare in tutte le direzioni, come le schegge in metallo di una granata a frammentazione.
La Vodka venne invece rapidamente assorbita dal vecchio e consunto tappeto che ricopriva il centro della stanza.
Afferrò la bottiglia e le fece fare la stessa sorte del bicchiere. Dopo, si sentì sensibilmente meglio, avrebbe potuto pulire in seguito, in quel momento non ne aveva alcuna voglia.
Improvvisamente, un rumore riportò su un piano più reale le considerazioni del colonnello.
Se in un primo momento si era chiesto se effettivamente lo avesse davvero udito, o solamente immaginato, pochi secondi furono sufficienti perchè non sussistesse più alcun dubbio.
Dei passi nel corridoio, appena appena percepibili.
Improvvisamente cessarono, l'intruso (ma perchè poi doveva trattarsi di un intruso) si era fermato.
Davanti a quale porta? La sua?
Cercò disperatamente con lo sguardo la Makarov, e si rese conto di averla lasciata sulla scrivania.
Magari, se sono abbastanza veloce...
Ma ancora una volta cercò di reprimere certe preoccupazioni, stava diventando decisamente troppo paranoico. Rimase semplicemente in ascolto, con il cuore in gola, per alcuni interminabili minuti.
Nessuno tentò di aprire la sua porta, e non udì nessun altro rumore, solo un opprimente silenzio, che in breve tempo diventò semplicemente la conferma dell'infondatezza dei suoi timori.
Chissà, era arrivato solamente al quarto bicchiere, ma forse aveva comunque immaginato tutto.
Nuovamente rassicurato, Sobolev sentì la stanchezza accumulata durante il giorno, rovinargli improvvisamente addosso.
In fondo, non avrebbe potuto fare nulla prima dell'indomani, quindi poteva rimandare ad allora la sua decisione. Certo che poteva farlo!
Non credeva davvero che la notte avrebbe portato un qualsiasi consiglio, ma per una volta non aveva nemmeno la triste certezza che l'unica cosa che avrebbe avuto al mattino, sarebbero stati i postumi di una sbronza.
Stai facendo dei notevoli progressi, si disse, ma non ci credeva davvero.
"Do svidanija John!" esclamò senza troppa convinzione, rivolto al funzionario dell'MI5 in servizio in quel momento. Nonostante sapesse che dovevano essere almeno un paio, i tecnici che lo sorvegliavano, aveva deciso che per lui erano tutti "John".
Si sistemò più comodamente sulla poltrona, e chiuse gli occhi. Il passaggio veglia-sonno fu improvviso e del tutto impercettibile.
 
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Parte II: Stadio REM

1
Clinofobia


Quasi non si accorge di avere spalancato gli occhi, perchè la differenza non è assolutamente apprezzabile. Quasi guidato da una comprensibile incredulità (ma la confusione è troppa perchè possa manifestarsi una simile sensazione), chiude e riapre gli occhi un paio di volte, in rapide successioni. Ma non cambia nulla, ad accoglierlo c'è sempre e comunque solamente l'oscurità.
La confusione e lo stadio di consapevolezza sono facilmente paragonabili a quelli avvertibili durante l'esperienza di un sogno, e la sua attività a livello fisico si avvicina molto a quella dello stadio REM del sonno e, in misura minore, a quella del primo stadio.
In effetti, gli occhi di Sobolev guizzano in tutte le direzioni, nella disperata ricerca di un qualche stimolo sensoriale e, anche se non se ne rende conto, persistono alterazioni fisiologiche quali irregolarità cardiaca e respiratoria.
La confusione, a livello mentale, è immensa e debilitante. Le sue percezioni a livello tattile non riescono ad uscire da una sfera di consapevolezza prettamente inconscia; sollecitazioni sonore sono totalmente assenti, ed il silenzio pare davvero assoluto.
La sua mente, avida di qualsiasi output dall'ambiente esterno che possa confermare lo stato di veglia, non è ancora in grado di distinguere quello stadio, da quello di incoscienza dal quale dovrebbe essere appena uscita. In realtà, manca qualsiasi riferimento che possa rendere percepibile una successione temporale più o meno definita, dunque Sobolev non può nemmeno essere consapevole del trascorrere del tempo. Con ogni probabilità, si trova in questo nuovo stato da almeno una decina di minuti, ma per lui è come se fosse passato un giorno, oppure pochi secondi.
I pensieri si abbattono su di lui come le onde del mare, passano ma gli è impossibile rallentarle o isolarne uno in particolare. Ogni tanto, qualche sensazione rimane impressa nella sua coscienza per poco più di un attimo, che non è mai sufficiente perchè lui riesca a darle un significato preciso.
A tutti gli effetti, le sue reazioni appartengono per lo più ad una sfera istintiva, sono pochi e insufficienti gli stimoli che riescono a fare breccia nella consapevolezza.
Sobolev non è in grado di notare coscientemente alcuna sostanziale differenza rispetto all'usuale esperienza del sogno.
Poi, però, dopo un lasso di tempo indefinito, qualcosa rompe quello situazione di stallo e altera quel precario equilibrio.
Sobolev può udire distintamente il suono che interpreta come il rumore di passi.
A livello sensoriale, si tratta di una novità significativa, che permette al colonnello di avere la coscienza del trascorrere del tempo, oltre a costituire una delle percezioni che la sua mente sovraccarica sta continuando a cercare all'esterno.
Non gli è ancora possibile comprendere cosa stia succedendo di preciso, e soprattutto non è ancora in grado di arrivare a domandarsi se si tratti di un'esperienza reale oppure no.
Per il momento, subisce passivamente lo svolgersi degli eventi.
Non essendoci alcuna fonte luminosa, nonostante i passi si stiano facendo sempre più vicini, non può vedere a che distanza si trovi quello che presume essere un altro individuo, e non può dunque ancora beneficiare di un qualsiasi riscontro visivo.
Arrivati a quella che potrebbe essere una distanza di non più di una decina di metri, il rumore dei passi cessa.
Quasi in contemporanea, Sobolev viene investito da un fascio luminoso che proviene da sopra la sua testa.
Dopo aver passato circa un quarto d'ora nel buoi più completo, le pupille di Sobolev sono dilatate e l'improvviso manifestarsi di un'intensa fonte luminosa ha come unico risultato l'istinto riflesso di chiudere immediatamente gli occhi. Per abituarsi alla nuova condizione, Sobolev impiega un minuto buono, durante il quale la sua mente cerca disperatamente di uscire dallo stato di torpore che la attanaglia, senza però troppo successo.
Quello che è ora in grado di vedere, non è poi molto, ma gli permette di concentrarsi su una nuova gamma di percezioni sensoriali, prima precluse. Si rende conto che deve esserci una lampadina posizionata all'incirca sopra la sua testa. Con inaspettata fatica, riesce ad alzare leggermente il capo, e a constatare la presenza di una lampada. Deve però riabbassare quasi immediatamente la testa, perchè la luce è ancora troppo intensa. Cerca invece di concentrare la propria attenzione verso il basso, e si rende conto solo ora di essere seduto. Le sue braccia ricadono invece inerti lungo i fianchi. Sobolev prova ad alzarle, ma sembra che i suoi impulsi nervosi non giungano facilmente a destinazione. Con un grande sforzo, riesce ad alzare di poco il braccio destro, ma solo per qualche istante, poi ricade nuovamente, inerte.
Perlomeno, la sua mente incomincia a schiarirsi, seppur molto lentamente. Gli sorgono spontanee alcune domande, ma non riesce a focalizzare su di esse la propria attenzione, se non per qualche attimo.
Conclude comunque che si trova in un luogo chiuso, che è seduto e che apparentemente non è legato. Ancora non si interroga sulla natura delle sue percezioni, ma inconsciamente permane la sensazione di essere immerso in un sogno. È una cosa abbastanza naturale, ovviamente gli è già capitato un'infinità di volte, e Sobolev si limita a prendere atto degli stimoli che provengono da quel mondo esterno, senza interrogarsi sulla loro natura.
Piuttosto, si ricorda di aver udito qualcosa. Ma cosa? Dei passi...
Non è solo.
Vorrebbe parlare, dire qualcosa, magari chiedere aiuto, ma è troppo confuso e gli manca anche solo la concentrazione per formulare mentalmente qualcosa di intellegibile. Riesce forse ad emettere un suono vagamente gutturale, ma non ne è nemmeno sicuro. In ogni caso, nessuno gli risponde.
La sensazione di essere osservato, però, permane.
Ora che non si avvertono altri cambiamenti, la sua mente cerca nuovamente qualche nuovo stimolo, ma inutilmente, si è creata un'altra situazione di stallo, che Sobolev non è, almeno per il momento, in grado di modificare.
All'improvviso, dopo quelli che a Sobolev paiono un paio di minuti, avviene un'altra perturbazione di quell'intollerabile stato di quiete.
Davanti a Sobolev, si palesa improvvisamente un'altra fonte luminosa. Un rettangolo di luce, di dimensioni ragguardevoli, si apre improvvisamente a una decina di metri di distanza.
Senza esserne ancora pienamente cosciente, si rende conto che la fonte luminosa, in realtà, deve trovarsi alle sue spalle. Ha una vaga idea di che cosa si tratti (un proiettore), ma anche questa conclusione rimane sospesa nell'inconscio. Vorrebbe voltarsi per guardarsi alle spalle, ma ogni suo tentativo è vano. Si sente ancora debole e confuso, e la coordinazione motoria è quasi del tutto assente.
Una figura si piazza quasi in mezzo al rettangolo di luce creato dal proiettore, e Sobolev può finalmente intravvedere il responsabile del rumore che aveva sentito poco prima.
La sua prima impressione, è che si tratta di un essere umano. Nella dimensione di semi incoscienza in cui si trova in questo momento, gli sembra una conclusione rilevante. Sì, si tratta senza dubbio di un uomo, di corporatura vagamente longilinea. Indossa un'uniforme, che gli sembra possa essere quella di un qualsiasi ufficiale dell'Armata Rossa. Non è in grado di verificare la presenza di mostrine verdi, dunque non è in grado di stabilire se faccia parte del KGB.
Non è in grado di scorgerne il volto, che rimane poco più di una macchia scura. Come se non volesse correre rischi inutili, la figura in uniforme indietreggia di un paio di passi, poi rimane ferma, e Sobolev è sicuro che lo stia osservando.
Dopo qualche interminabile secondo, l'uomo in uniforme fa un gesto con la mano, in direzione di Sobolev e, più realisticamente di chi si trova dietro di lui, e che sta armeggiando con il proiettore.
All'improvviso, il rettangolo luminoso lascia il posto ad un'immagine.
Impiega diversi secondi per coglierne tutti i dettagli, ma con sgomento si rende conto che si tratta di una foto, una foto che lo ritrae. Lui, il colonnello Sobolev. Peraltro, cosa di non secondaria importanza, deve trattarsi di una foto recente, che lo ritrae davanti all'ambasciata, mentre sta fumando una sigaretta. L'unico problema è che, nonostante la confusione che regna nella sua testa, è sicuro di non averla mai vista prima.
Che cosa significa?
La figura in uniforme si sposta di lato, in modo da non coprire l'immagine, poi con la mano fa un cenno ed indica, come se ce ne fosse bisogno, la foto del colonnello.
<<Sei tu. Il colonnello Vikentij Pavlovic Sobolev. Qualche commento? Immagino che avrai molti dubbi, e senz'altro moltissime domande>> non attende una risposta, e probabilmente sa bene che Sobolev non potrebbe rispondere nemmeno se lo volesse.
<<Non preoccuparti, ci sarà anche il tempo per le domande. C'è sempre il tempo per le domande. Purtroppo non sempre vi è il tempo per le risposte, ma immagino che tu ci sia abituato.
Non so se tu ti sia già ripreso, se ti renda conto di quello che sta succedendo, ma immagino che per il momento la confusione sia pressoché totale. Non c'è problema, non è necessariamente un male.>>
Si sposta nuovamente al centro dell'immagine, cercando di attirare su di sé tutta l'attenzione del colonnello.
<<Allora, amico mio, la prima cosa che probabilmente vorresti sapere è...dove ti trovi? Come ci sei arrivato? Perchè? Chi sono io? Sono un bel po' di domande, ma scoprirai presto che hanno ben poca importanza, dico sul serio.
Per quanto riguarda me, per il momento penso sia sufficiente tu sappia che sono uno che ti conosce molto molto bene, e che conosce i dubbi che ti tormentano. Sono qui per darti quelle che potremmo chiamare delle risposte, ed in cambio vorrei solamente che tu riflettessi su alcune questioni piuttosto delicate. Prima di cominciare, qualche altra domanda?>>
Sobolev è certo che di domande ne potrebbe trovare un'infinità, ma al momento non riesce a trovarne nessuna, e comunque non sarebbe in grado di esprimerle. Cerca di scuotere il capo in cenno di diniego, ma anche questo non gli riesce facile. Ma non ha importanza, la figura in uniforme ha sicuramente capito.
<<Bene, Vikentij Pavlovic, penso che possiamo cominciare. Quello di cui ti voglio parlare, come proemio d'obbligo, è di un concetto che dovrebbe essere di tuo interesse: l'evoluzione.
Evoluzione. Converrai con me, ne sono certo, che si tratta di un argomento di discussione potenzialmente molto interessante. Penso sarai d'accordo anche quando dico che si tratta di un concetto solo apparentemente semplice, e che sotto alcuni punti di vista, è essenziale per comprendere e chiarire i tuoi dubbi.
Forse non è mai stato il tuo interesse principale, forse non l'hai mai nemmeno considerato come un effettivo interesse, ma so che si è sempre trattato di qualcosa che è sempre stato in grado di catturare il tuo immaginario. Ed è per questo che te ne voglio parlare.
Sull'evoluzione si sono dette tante cose, forse anche troppe, a molto altro verrà detto in seguito; su questo non ci sono dubbi. Ma è normale, si tratta di un fenomeno terribilmente interessante.
Parlare di evoluzione, bisogna esserne consci, significa sostanzialmente parlare di cambiamento, ma allo stesso tempo dell'assenza totale del cambiamento, se non come un elemento fortemente negativo.
Perchè? Beh, è piuttosto semplice, e suppongo tu lo sappia già. Ti è già evidente come ogni cambiamento, per quanto riguarda il fenotipo di una qualsiasi specie vivente, ma volendo anche in senso più generale, è legato, ma in realtà è meglio dire assimilabile, al tentativo di sopravvivenza, che è strettamente correlato con la necessità di conservare lo status quo. Per quanto riguarda la sopravvivenza, si tratta di una condizione essenziale. Il che significa che il cambiamento trova una sua giustificazione, solamente quando lo stesso avviene anche nel resto delle unità interagenti che fanno parte di quell'ecosistema. Un cambiamento, in sé stesso, non può essere considerato un evento positivo, perchè altera l'equilibrio, con risultati perlopiù distruttivi. Discorso diverso se si analizza il cambiamento in relazione con il mutare di altri fattori esterni, ma correlati, alla specie interessata dal cambiamento. Quando avviene una qualsiasi modificazione delle premesse di base, sulle quali si basa tutto l'equilibrio che mantiene in vita i vari organismi, oppure quando uno di essi subisce delle modificazioni che alterano le sue interazioni con il resto del microcosmo, allora il cambiamento deve essere la naturale risposta. Pena, l'estinzione.
A rigore di logica, un costante cambiamento è fondamentale affinché si mantenga inalterato l'equilibrio che permette la sopravvivenza. Questo equilibrio, di conseguenza, si ottiene da una situazione costantemente al margine del caos. In parole povere, tutti le specie che, per qualche motivo, mutano troppo, oppure troppo poco, sono destinate a soccombere.
È una situazione sostanzialmente difficile, perchè restare indietro si rivela fatale, almeno quanto essere troppo avanti. L'equilibrio si trova effettivamente ad un passo dal caos più totale, e apparentemente sembra un miracolo che esso possa effettivamente esistere e verificarsi.
Se ti parlo di questo mucchio di sciocchezze, è fondamentalmente per due ragioni.
La prima riguarda il ruolo dell'uomo, che come vedremo può sembrare in grado di prescindere da questa costante corsa per non restare indietro a livello evolutivo.
La seconda riguarda la comune visione del fenomeno dell'evoluzione, che in genere è troppo deterministica, oppure troppo votata ad una visione completamente casuale. Ritengo che le cose siano da vedere in un'altra ottica, e vederemo se anche tu la vedi allo stesso modo, anche se so già che non potrebbe essere altrimenti.
Ti stai chiedendo dove voglio arrivare? Non c'è alcun problema, lo scoprirai ben presto.>>
Sobolev non ha la più pallida idea di cosa voglia dire la figura in uniforme, ed inoltre la sua mente è rimasta tuttora ancora allo stesso interrogativo: Perchè non ricorda quella fotografia? Chi l'ha scattata, e quando? Il resto delle affermazioni dell'uomo in uniforme gli scivolano addosso, senza che lui possa fare qualcosa per trattenerne anche una minima porzione.
Se anche il figuro in uniforme intuisce come stiano le cose, non sembra preoccuparsene, e continua il suo monologo con voce monocorde.


2
Punti di vista



<<Lasciando perdere la tua posizione sull'evoluzionismo, che poi deve necessariamente essere concorde con la mia, prendiamo in esame la figura dell'essere umano. Indubbiamente non sembra che sia possibile darne una esaustiva descrizione dal punto di vista evolutivo, in poche parole, ma è quello che, con tutte le limitazioni del caso, cercheremo ora di fare.
Almeno apparentemente, sembra proprio che, allo stato attuale delle cose, il fondamentale equilibrio che sta alla base dell'evoluzione e della sopravvivenza, sia stato decisamente infranto dalle meccaniche alla base del comportamento umano. Effettivamente, è difficile vedere una qualche forma di equilibrio nel nostro comportamento, che sembra piuttosto una dannosa degenerazione di un qualche componente dell'istinto che si è sviluppata a tal punto da imporsi su tutto il resto dello schema comportamentale. Ora, in tutta sincerità, io non posso avere la presunzione di valutare in modo attendibile questa situazione. Ho esattamente le tue competenze, e tu sai bene di non essere un antropologo. Mi permetterai però di giungere a qualche opinabile conclusione, che sono convinto tu non potrai fare a meno di approvare.
Sembra che l'uomo prescinda dalle priorità tipiche, a livello istintivo, degli altri esseri viventi. Una buona parte delle sue attività esula dalla banale necessità di garantire la prosecuzione della specie, e in genere si è portati a pensare che questo significhi che ci debba essere di mezzo una volontà e, con essa, il libero arbitrio.
In sostanza, abbiamo una moltitudine di esseri che agiscono in un modo quasi casuale, e poco conforme a quella che potremmo definire la "programmazione di base". Questo, nonostante i segni della programmazione siano però molto evidenti. Tanto per fare un esempio, gli incentivi ai comportamenti essenziali per la sopravvivenza della specie sono rimasti inalterati, e il rilascio, in determinate circostanze, di endorfine, è presente come negli altri animali. Ciononostante, la presenza di questi residui di una forma di programmazione non è incisiva, e non influenza nel modo corretto (o che comunque sarebbe lecito attendersi), l'agire di un qualsiasi esponente della razza umana. Inoltre, nonostante tutto, l'uomo continua a intraprendere comportamenti autodistruttivi, con l'aggravante di esserne, almeno idealmente consapevole. Questo, già di per sé, dovrebbe essere sufficiente per avere qualche dubbio sulla veridicità della presenza del famigerato libero arbitrio.
Il fatto che l'uomo possa andare consapevolmente contro i propri interessi, è obiettivamente disarmante, se guardato dal giusto punto di vista. Esaminando il comportamento di un qualsiasi altro animale, e anche prendendo in considerazione solamente quelli che non vivono in un contesto sociale (che però è invece il caso dell'essere umano), vediamo che, nonostante una lunga sequenza di azioni che hanno l'unico scopo di favorire il singolo, queste non hanno la priorità sulla gamma di azioni necessarie a garantire l'esistenza della propria specie. E si tratta di una regola generale piuttosto semplice da comprendere. Osservando gli animali "sociali", invece, questa "regola" viene esaltata fino all'eccesso. L'uomo sarà anche un animale sociale, ma non si trovano tracce di questo comportamento e di questa famosa "regola". Perchè? Da un certo punto di vista, sembra che la costituzione di una società, sia solamente una questione di convenienza, e dunque è comprensibile che alcuni aspetti del comportamento prescindano dalla necessità di proteggerla. Potremmo dire che la società è tollerabile solamente quando favorisce le esigenze del singolo, almeno idealmente.
Ma non siamo nemmeno dei sociologi, dunque lasciamo perdere, per il momento, la società e le sue meccaniche.
Cosa resta? Resta la problematica della consapevolezze e della coscienza che, tendenzialmente, dovrebbe essere più o meno una nostra prerogativa. In realtà, a mio modo di vedere, si tratta solamente di una caratteristica che nell'uomo è semplicemente più complessa, ma che è rintracciabile in qualsiasi altro animale. E allora, perchè ci sono delle differenze così notevoli, a livello comportamentale? E soprattutto, sono dovute davvero alla propria coscienza?
A voler essere sinceri, almeno nell'economia della natura, tutto il bagaglio di sensazioni ed emozioni tipicamente umane, non è altro che un intralcio. Sostanzialmente, si tratta di un qualcosa di non necessario, e forse anche deleterio. Eppure esiste. La maggior parte delle sensazioni, lasciando da parte quelle primordiali (e legate quindi alla sopravvivenza), hanno l'unico apparente effetto di complicare ulteriormente l'esecuzione di azioni molto semplici.
Allora possiamo dire che la coscienza umana è la causa del suo agire così distruttivo?
No, io penso che sia un sintomo, e non la causa. Se vogliamo essere molto concreti, stiamo parlando di quello che potrebbe semplicemente essere definito come il risultato della sincronia delle attività neuronali. E di questo che stiamo parlando, è questo che è la coscienza. È la manifestazione delle attività del nostro cervello. Non si tratta di quello che provoca le nostre azioni, ma si tratta di quello che le segue, come fosse un'ombra. Le azioni provocano la coscienza e la consapevolezza, e non viceversa.
I pensieri, così come le azioni, partono dunque a livello inconscio. Lo stato di coscienza si palesa solamente in seguito, e consiste nel prendere atto del risultato delle attività del proprio cervello, che forse agisce proprio come un calcolatore. Ci sono dei dati in entrata, degli input, che vengono elaborati e producono un unico risultato, un output che in seguito produce un'immagine di sé, che potremmo definire come la consapevolezza. Questo però non spiega il perchè del nostro bizzarro agire, te lo concedo. Se non siamo "noi", intesi come enti determinati dall'esistenza della coscienza, a causare le nostre azioni, allora di che cosa stiamo parlando?
Essenzialmente della funzionalità del nostro calcolatore interno, forse. In base alla circostanze, e ai vari fattori presenti in un determinato momento, produce un risultato che si manifesta in un'azione, oppure in un pensiero, e cose di questo genere. Ma, in sostanza, cosa cambia rispetto al comportamento di un qualsiasi altro animale?
Seguendo questa linea di pensiero, praticamente nulla. Stiamo parlando solamente di un calcolatore più complesso, dotato di maggiori connessioni sinaptiche, ed in grado di gestire una quantità di dati maggiore.
Tanto per cominciare, non sappiamo se la maggiore complessità corrisponda davvero con una maggiore efficienza e funzionalità. Non sappiamo, insomma, se sia da considerare un reale vantaggio, oppure no. Se si tratti di un balzo evolutivo in avanti, oppure una clamorosa regressione.
In verità, ci sono buoni motivi per sostenere quest'ultima possibilità. In fondo, il funzionamento del cervello degli altri animali è più semplice, ma funziona comunque perfettamente. Vi sono dei processi più snelli, più rapidi, e dai risultati che tutti possiamo constatare. Sembra invece che, nel nostro caso, il cervello più complesso produca un genere di risultati molto diverso, ed in linea di massima dannoso. In altre parole, può anche essere che non stiamo funzionando correttamente.
Il che non sarebbe nemmeno tanto assurdo, se non fosse che, secondo la famosa teoria del precario equilibrio, il nostro cambiamento e la nostra indesiderata complessità ci avrebbe dovuto aver condotto verso una rapida estinzione, già tanto tempo fa. Eppure, apparentemente, non è ancora successo.
Generalizzando un po', bisogna dire che mentre i cambiamenti a livello biologico richiedono in genere un enorme lasso di tempo, al confronto l'evoluzione comportamentale può essere quasi improvvisa, ed essere innescata dal minimo cambiamento ambientale. In quest'ultimo caso, dunque, sono più rapide a manifestarsi anche le conseguenze.
Nel nostro caso, non penso si possa parlare di un cambiamento comportamentale, sia a causa della lentezza con cui si sta verificando quella che potremmo definire come la nostra estinzione, sia perchè nell'ultimo periodo non ci sono state sostanziali differenze per quanto riguarda il comportamento. Eppure, stiamo sicuramente destabilizzando quel famoso equilibrio, e lo stiamo facendo con una inesorabile e metodica efficienza. In effetti, sul perchè questo stia succedendo, si potrebbero fare molte congetture, di tutti i generi, ma dubito proprio che potremmo giungere ad una risposta conclusiva. Tutto dipende da come si esamina il quadro generale, e quale interpretazione se ne da. Ve ne sono parecchie, puoi credermi, soprattutto se si vuole credere che le cose avvengano per un motivo. Tanto per fare un esempio, c'è sicuramente chi è fermamente convinto che lo scopo dell'essere umano sia quello di "resettare" lo stato della vita, sulla terra, eliminando la propria specie e contemporaneamente anche tutte le altre, creando così le condizioni per il manifestarsi di un nuovo ordine naturale, o qualche altra scemenza di questo tipo. No, io penso che la situazione possa essere molto più semplice. Innanzitutto, è abbastanza ridicolo considerare questo fondamentale equilibrio come una realtà imprescindibile, che è sempre esistita e sempre esisterà, intorno alla quale devono gravitare le altre forme di vita.
Il fatto che, almeno per quanto ne sappiamo, le cose siano andate sempre nello stesso modo, non deve assolutamente significare necessariamente che le cose andranno così per sempre. È esistito una sorta di equilibrio, certo, che si è rivelato funzionale, e che ha decretato la sopravvivenza di alcune specie, mentre ne ha condannate altre. Si tratta del risultato di una incidentale somma di vari fattori, un prodotto di alcune circostanze. Dal suo primo manifestarsi, l'equilibrio ha fatto in modo che le modificazioni di un solo componente dell'ecosistema, quando si trovavano in contrasto con esso, ne provocassero l'eliminazione. Ma questa non è una regola, e nulla vieta che le cose possano cambiare. Non dovresti vedere questo fenomeno come il risultato di una serie di eventi casuali, però, ma nemmeno come il palesarsi di un destino già tracciato. Le cose si evolvono nell'unica direzione possibile, beninteso, ma ciò non vuole significare che vi sia qualcuno che, a monte ha già stabilito come andranno le cose. Vuol dire solamente che, a partire da determinate condizioni iniziali di partenza (non ci interessa come esse siano apparse, ma per il momento ci basta sapere che ci sono), le cose si sono espanse nell'unica direzione possibile. Il prodotto di quei fattori iniziali, ha creato poi le premesse per altri eventi, che ha loro volta hanno determinato lo svolgersi di altri eventi, e così via. Non significa che esiste un destino già tracciato, non nel senso convenzionale del termine, perlomeno, ma vuol dire semplicemente che la somma dei vari fattori può produrre sempre un solo risultato, e solamente quello, il quale poi andrà a sommarsi ai fattori determinanti per determinare un altro risultato, e via di questo passo. Tutti gli eventi sono correlati tra loro, in qualche modo, e questa è l'unica realtà che io ti sappia descrivere. Ed è per questo che, nonostante fino ad ora abbia funzionato egregiamente, in presenza di determinate contingenze specifiche, è possibile che quell'equilibrio così famoso venga significativamente e permanentemente alterato.
A questo punto, però, non si potrebbe più parlare allo stesso modo della "Natura", dato che quello che intendiamo con quel termine, nello specifico, descrive un principio di funzionamento che ha una sua valenza solamente in presenza di quell'equilibrio. Di fatto, quello stesso equilibrio altro non è se non la Natura. Credere che quell'equilibrio possa mutare, o che possa addirittura essere sostituito da qualcos'altro, significa sostanzialmente credere che possa nascere una nuova "Natura", con dei propri principi molto diversi. Quello che però mi sento di affermare, è che non è chiaro cosa possa esistere al di fuori dell'equilibrio. Il caos, esaminando la sua reale accezione, non esiste, dunque è difficile poter credere che l'equilibrio possa definitivamente spezzarsi. Sarebbe piuttosto da credere che quello che sta avvenendo non sia affatto in contrasto con quell'equilibrio, ma che in qualche modo sia la molla che attiverà un'altra serie di mutazioni, che non riguarderà noi ma il resto dell'ecosistema. Non è chiaro se, nel frattempo, noi ci estingueremo oppure no, ma sarà interessante stare a vedere cosa accadrà. Non facciamoci illusioni, però, si tratta in ogni caso di cambiamenti incommensurabilmente lenti, e di sicuro noi non potremo assistervi.
Ma, giunti a questo punto, immagino che farai fatica a trattenere un semplice interrogativo, che in realtà probabilmente ti tormenta da quando ho iniziato a parlare di evoluzione. Come ti può interessare tutto ciò?
È una domanda del tutto legittima, credimi, ma in fondo non è così difficile trovare una risposta.
Ci sono vari motivi, se ho scelto di incominciare con una simile premessa. Il primo è che, con questo assurdo discorso, dovrei avere ottenuto di farti concentrare su qualcosa di specifico, arrivando, almeno spero, a risvegliare in parte la tua mente obnubilata. In secondo luogo, gli accenni al ruolo dell'uomo e alla presunta esistenza del famigerato "libero arbitrio", potranno tornarci in seguito molto utili.
A questo proposito, devo essere molto chiaro anche su un'altra cosa: per quanto possa sembrarti assurdo, non sto dicendo nulla che sia nuovo per te, ed è così che si può riassumere tutta la nostra conversazione. Mi limiterò comunque a esprimere i tuoi pensieri; pensieri che forse hai represso e che non hai voluto assecondare, ma che sono sempre farina del tuo sacco. Da me non avrai risposte alle quali tu non possa tranquillamente giungere da solo.
Sotto questo aspetto, mi sembrava giusto avvisarti. Devi conoscere quello che ti attende.
Comunque la si voglia vedere, il ruolo dell'uomo all'interno della Natura, oppure all'interno dell'equilibrio, se preferisci, non è dissimile da quello degli altri organismi. Tutto il resto, tutti quei costrutti artificiali che tanto ti infastidiscono, non sono altro che il prezzo da pagare per la complessità del nostro cervello. Come ho già detto, si tratta di una complessità del tutto inane, che complica solamente i vari processi, senza produrre dei vantaggi apprezzabili. Per mantenersi attiva, inoltre, la nostra mente sembra avere bisogno di mantenersi all'interno di una realtà artificiale di sua creazione, senza la quale, evidentemente, collasserebbe sotto il peso della sua stessa complessità.
Il nostro cervello sembra avere il bisogno di una certa quantità di stimoli. Quando non ne sono disponibili a sufficienza, deve potersene procurare degli altri da qualche altra fonte. La nostra mente si autoalimenta, è questo, è questo il prezzo da pagare.
Anche questa nuova necessità, ha poi creato un nuovo equilibrio, ed è diventata un elemento che contraddistingue in modo inequivocabile la nostra specie. È tutto qui, l'unica spiegazione che tu possa trovare per la tua, la mia, la nostra necessità di quelle famigerate fantasie.
Sono un elemento imprescindibile del nostro essere, ed è logico che su di esso si basino le nostre società, e che rivesta un'importanza fondamentale per la nostra sopravvivenza. Capisco i tuoi dubbi, ma posso garantirti che non potresti continuare ad esistere, senza le tue preziose eppure detestate fantasie.
Prima o poi, in un modo o nell'altro, te ne renderai pienamente conto.
Ma non credo tu sia nelle condizioni ottimali per comprendere il mio (ed il tuo) pensiero, ne riparleremo in seguito, con tutto comodo.>>
In effetti, Sobolev ha a malapena compreso quale sia l'argomento trattato dalla figura in uniforme.
Le sue parole hanno attraversato la mente del colonnello senza che lui abbia avuto la possibilità di afferrarne anche solo una. Ma, seppure lui non sia in grado di rendersene conto, una buona parte delle informazioni fornitegli dal suo interlocutore verranno comunque impresse nell'ippocampo e in seguito nelle aree associative delle cortecce frontale e prefrontale. Anche se a livello al momento puramente inconscio, una parte del contenuto del discorso dell'uomo in uniforme è destinato a permanere, grazie al potenziamento a lungo termine, per un lungo periodo temporale. Alcune di queste informazioni, con il passare del tempo, verranno quasi definitivamente obliate, mentre altre potranno invece manifestarsi e risalire improvvisamente in superficie, rientrando nella sfera cosciente.
Per il momento, Sobolev è sicuro solamente che l'uomo abbia detto qualcosa a proposito dell'evoluzione e del libero arbitrio.
I dubbi sulla veridicità della sua esperienza attuale cominciano a farsi sentire, e a diventare maggiormente distinti, ma la risposta più ovvia è sempre quella che debba trattarsi semplicemente di un sogno.
L'uomo in uniforme ha, per il momento, smesso di parlare, e ora sta probabilmente osservando Sobolev, pronto ad identificare una qualsiasi reazione percepibile.
Il colonnello vorrebbe reagire in qualche modo, e prova nuovamente a muovere le braccia, ma si rende conto che ogni sforzo è pressoché inutile. Non vi è alcuna sensibilità nelle braccia, come negli altri arti, il che contribuisce a confermare l'impressione di un'esperienza totalmente onirica.
Il respiro si fa meno affannoso, e ora, se non altro, Sobolev crede di essere in grado di parlare in modo intelligibile. Ma la confusione è ancora tanta, e preferisce attendere.
La figura in uniforme si avvicina ancora un po' al colonnello, ma non abbastanza perchè lui possa distinguere il volto del suo interlocutore.
Quando l'uomo in uniforme riprende a parlare, sembra che siano passate delle ore.
<<Bene, ed ora credo che sia meglio cominciare ad essere concreti. Prima di tornare ai dilemmi metafisici che tanto ti tormentano e ti affascinano, è il caso che tu faccia un tentativo per ottenere la verità da qualche realtà fattuale concreta. Nonostante le apparenze, non ti trovi qui per discutere sulla "verità ultima", ma per trovare una semplice risposta ad una semplice domanda, quella che ti sta torturando da diversi mesi. Dovresti parlarmene, ti farebbe bene. Dovresti parlarmi dell'operazione...sì, penso che possa essere la cosa migliore. Credi di riuscire a parlare?>>
Sobolev è convinto di poterci riuscire, ma non è altrettanto convinto che possa essere una buona idea farlo sapere anche all'uomo in uniforme. Anche se la sua impressione è quella di trovarsi imprigionato in un bizzarro sogno, continua a sentirsi minacciato.
<<Non preoccuparti, Vikentij Pavlovic, non si tratta di un interrogatorio. Vorrei soltanto fare due chiacchiere. E, dato che oramai ti trovi qui, direi che perlomeno potremmo sfruttare questo tempo in modo costruttivo. Allora, riesci a parlare? Se non credi di esserne in grado, non c'è alcun problema, esistono alternative alla comunicazione tramite onde sonore...>>
Il colonnello decide, ed è la prima decisione cosciente da quando si trova in quel luogo, di fare un tentativo.
Apre la bocca, ma il suono che ne esce è ben diverso dalla fonazione utilizzata per parlare.
Le corde vocali paiono flaccide, con una irregolare superficie di contatto. L'aria ne esce in brevi scoppietti intermittenti, di frequenza molto bassa. A conti fatti, il risultato è molto simile ad un gracidio.
Si rende conto del fallimento, ma riprova a distanza di pochi secondi, cercando di dominare il nervosismo e la frustrazione.
Superata la fase inspiratoria, le cartilagini aritenoidi portano a contatto il margine vibrante delle corde vocali. La pressione dell'aria le fa entrare in vibrazione, e questa volta l'attività della laringe è dissimile da quella manifestata nel tentativo precedente, quando lo stress aveva prodotto l'erronea premessa dell'imminenza di uno sforzo fisico, ed il risultato è finalmente differente. Sobolev è riuscito ad ottenere quello che viene chiamato il "Meccanismo Pesante".



<<Sì>>
è la sua poco convinta e roca risposta. Il suo successo sembra compiacere l'individuo in uniforme, che, dopo una breve risata di soddisfazione, riprende a parlare.
<<Molto bene, dico sul serio, molto bene. Questo probabilmente ti farà prendere in considerazione l'eventualità di tempestarmi di domande, ma preferisco avvisarti fin da subito che sarebbe inutile. Non ti risponderò se non quando lo riterrò opportuno. Posso garantirti che avrai le tue risposte, se collaborerai e avrai un po' di pazienza.>>
Gli costa un notevole sforzo, ma riesce a rispondere. <<D'accordo>>.
<<Perfetto. Allora possiamo davvero cominciare. Non perderò altro tempo e metterò da parte i preamboli, sperando di poter contare sulla tua collaborazione. Penso tu sappia già di che cosa io voglia parlare...>>
Per la verità, Sobolev non ne ha la più pallida idea.
<<...voglio solamente sapere cosa ti spinge a prendere così a cuore la buona riuscita dell'operazione. È solo di questo che voglio parlare, è solo di questo che voglio sentirti parlare. Dimmi dell'operazione.>>
Nonostante la confusione mentale, il colonnello è convinto di aver identificato il pericolo. Che sia sogno o realtà, non può compromettersi. Cerca di fingersi perplesso, anche se crede di aver capito dove stia per approdare la conversazione, ma il risultato è decisamente patetico.
<<Quale...quale operazione?>>
Anche se non può vedere il suo volto, può immaginare il sorriso che si allarga sul viso dell'uomo in uniforme.
<<Quale operazione? Suvvia, Pavlovic, non prendermi in giro, sappiamo benissimo entrambi di cosa stiamo parlando. Quale è il tuo ruolo in tutto questo, quale può essere il ruolo del Rezident di Londra?>>
<<Come...come residente del KGB, il mio compito è solamente di riferire...riferire determinate informazioni, dopo averle analizzate. L'andamento politico, eventi significativi...a vari livelli, e tutto quello...tutto quello che può interessare al Centro.>>
<<Anche per quanto riguarda l'operazione congiunta con il GRU?>>
<<L'operazione...l'operazione RYAN? Sì, il mio compito...è...sempre lo stesso, devo solamente riferire delle informazioni...informazioni totalmente inutili, per lo più.>>
<<Tutto qui?>> l'uomo in uniforme non sembra affatto convinto.
<<Sì, tutto qui. L'operazione RYAN non prevede altro, beh, non prevede altro che la raccolta di banali informazioni.>>
L'uomo comincia a muoversi avanti e indietro per la stanza (sulle cui dimensioni Sobolev non è in grado di fare una stima).
<<Sono sicuro che è vero, certo. Ma sai bene che non sto parlando dell'operazione RYAN. No, voglio sapere di quell'altra, quella le cui implicazioni ti tormentano a tal punto da costringerti ad ubriacarti tutte le sere. Voglio che mi parli di quell'operazione. Cosa devi fare? Cosa ti tormenta?>>
Ma come diavolo fa a sapere? È solo una delle domande che martellano la mente obnubilata del colonnello. Certo, si tratta solo di un sogno, eppure...eppure niente.
<<Non so di cosa stia parlando.>>
L'uomo scoppia in una fragorosa risata.
<<Certo, e magari è pure vero, ma io so benissimo di cosa sto parlando. Posso capire che tu sia un po' confuso, ma non posso credere che lo sia a tal punto da non ricordare cosa stavi facendo quando ti sei addormentato, questa sera. A cosa stavi pensando?>>
<<Io...io non capisco, sul serio. Non ho altri compiti...attualmente, al di fuori di quelli previsti dalle direttive inerenti l'Operazione RYAN.>>
<<D'accordo.>> il tono dell'uomo si fa improvvisamente più serio <<Capisco. Allora penso proprio non ci sia altra alternativa...>>
<<Altra alternativa? Di cosa sta parlando?>>
<<Ah, sto parlando della tua ultima possibilità. A questo punto, l'unica opzione, la più disperata, è quella di costringerti a vedere. Devi capire quello che stai facendo, tutte le sue conseguenze, e poi...chissà, magari in seguito ti sarà più chiaro cosa hai fatto, ma soprattutto il perchè l'hai fatto.>>
<<Che cosa avrei fatto?>> Non riesce proprio a comprendere a cosa si stia riferendo, o forse semplicemente non vuole.
<<Che cosa avresti fatto? No, che cosa stai per fare, piuttosto. È questo che devi vedere. Non preoccuparti, più tardi forse capirai.>>
L'uomo fa attenzione a spostarsi al di fuori del rettangolo luminoso del proiettore, in modo da essere pressoché indistinguibile dal fondale nero, tutt'intorno alla zona illuminata dal fascio luminoso del proiettore.
Sobolev riesce a udire distintamente un altro rumore. Di nuovo dei passi, ma questa volta alle sue spalle. Vorrebbe di nuovo riuscire a voltarsi, a girare il capo, ma ogni sforzo è vano. I passi si fanno più vicini, e ormai è sicuro che lo uccideranno. Sogno, realtà, che importanza può avere? Sta per morire.
Come se intuisse i suoi timori, l'uomo ricomincia a parlare, con tono nuovamente rassicurante.
<<Non preoccuparti, Pavlovic, non hai nulla da temere, salvo forse te stesso.>>
L'aritmia cardiaca del colonnello si fa più accentuata. Lo stress, e la forma più primitiva della paura, producono la risposta adrenergica del sistema nervoso autonomo; il nervo oculomotore agisce sullo sfintere irideo, le pupille si dilatano nuovamente, fino a produrre un effetto quasi identico a quello della midriasi.
Sobolev non vede praticamente più nulla.
La sensibilità tattile, muscolare e articolare, almeno per quanto riguarda il braccio destro, ritorna improvvisamente, con l'insorgere di un inatteso ed intenso dolore all'altezza dell'incavo del gomito.
Per qualche istante ha la precisa percezione di un minuscolo corpo estraneo che gli penetra nel braccio, poi più nulla.


3
Certezze?


Sobolev si svegliò quasi di soprassalto. La prima cosa che fece, una volta raggiunto uno stadio di coscienza e lucidità accettabile, fu di controllare data e ora. Erano le 6 di mattina. Le sei di mattina del 9 novembre 1983. Sarebbe stata una giornata memorabile.
La prima cosa da fare, però, era una doccia. Aveva molto da fare e doveva svegliarsi per bene, per poter assolvere ai suoi numerosi compiti. Raggiunse celermente il bagno, e contemplò per qualche minuto la sua immagine riflessa nello specchio. Quello che vide non gli piacque per niente.
Aveva davanti a sé un uomo stanco, un vecchio sotto tutti gli aspetti.
E hai "solo" 47 anni. Sei un caso preoccupante.
Il suo volto era segnato da rughe, da prematuri e profondi solchi che esprimevano in modo sottile ma inequivocabile la sua sofferenza. Le borse sotto gli occhi erano l'eredità delle sue notti insonni, e si stupiva sempre di non notare ancora alcuna conseguenza delle sue ultime serata dedicate all'alcool. Beh, dopotutto nemmeno Guk, nonostante fosse un veterano in quel campo, poteva vantare evidenti effetti fisici. Meglio così.
L'unica cosa che non lo deprimeva del suo aspetto, in genere, erano i suoi capelli, ormai grigi, ma era così semplicemente perchè li trovava semplicemente irrilevanti. I suoi baffi, invero poco curati, invece, erano il risultato di una lunga routine che trovava origine in un ormai lontano passato. Non ricordava nemmeno perchè, una volta, avesse deciso che gli piacevano. Di certo, non aveva la stessa opinione ora. Ma perchè sconvolgere un equilibrio che durava da anni? Quest'ultimo pensiero gli riportò alla mente, seppure per qualche secondo, una sfocata immagine, che non riusciva ad identificare. Forse si trattava di un sogno che aveva fatto. Sì, doveva essere così.
Dopo aver fatto la doccia, ed aver bevuto un buon caffè, Sobolev si sentiva pronto per cominciare quella difficile giornata. Non sapeva bene, quando, ma durante la notte qualcosa era cambiato.
Ora aveva preso una decisione, lo sentiva, e sentiva anche che non avrebbe più avuto dubbi.
Sapeva quello che doveva fare, e sì, lo avrebbe fatto.
Arrivato in soggiorno, osservò con un sorriso i vari documenti che aveva lasciato sulla scrivania.
Erano tutte delle stronzate, dalla prima all'ultima, l'unico prodotto che l'Operazione RYAN potesse vantare.
L'Operazione RYAN poteva essere facilmente riassunta come la più grande ed inutile attività di spionaggio del KGB durante la Guerra Fredda. Il progetto RYAN aveva avuto il suo inizio attorno a maggio del 1981 dall'allora direttore del KGB Yuri Andropov, ma acquistò una notevole importanza solamente nel 1982, quando, dopo la morte di Breznev, Andropov riuscì a battere Cernenko e divenne Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica.
Gli obiettivi dell'operazione, molto semplicemente, erano quelli di ottenere il numero maggiore di informazioni possibile, su un presunto piano dell'Amministrazione Reagan per lanciare un attacco nucleare sull'Unione Sovietica. Sempre nel 1982, l'importanza dell'operazione fu grandemente accentuata dalla notizia dell'imminente dispiegamento di missili nucleari tattici MGM-31 Pershing II nella Germania dell'Ovest. Il Pershing II montava una testata nucleare da 400kT e aveva una gittata utile di quasi 1500 chilometri. Questo avrebbe permesso agli Stati Uniti di neutralizzare un eventuale controbatteria da parte dei sovietici, arrivando a colpire i loro siti di lancio.
Il nome dell'operazione, da questo punto di vista, era decisamente eloquente. RYAN stava per "Raketno-Yadernoe Napadenie", ovvero "attacco di missili nucleari".
Per la verità, fu chiaro fin da subito che l'operazione si basava su delle premesse a dir poco paranoiche, e che furono in molti, anche all'interno del Centro, ad essere piuttosto scettici sull'operazione e soprattutto sulla sua effettiva utilità.
Nonostante i ragionevoli dubbi, nessuno era davvero disposto a rischiare la propria carriera, mettendo in discussione il giudizio del Primo Direttorato Centrale.
Il problema di fondo, rifletté Sobolev, era semplicemente che il KGB restava per lo più uno strumento del Partito, e continuava dunque ad essere un organo politico, il che vanificava qualsiasi tentativo di obiettività. Insomma, dall'inizio dell'Operazione RYAN, la principale preoccupazione dei Residenti dei paesi occidentali, era sempre stata quella di alterare le informazioni, in modo che rappresentassero più o meno quello che il Centro voleva ricevere. E quelle che voleva ricevere erano informazioni allarmanti. Chi più chi meno, tutti avevano fornito una buona dose di notizie allarmanti, incontrando così l'approvazione del PDC (Primo Direttorato Centrale) e alimentando la paranoia che spingeva il Centro a richiedere informazioni allarmanti.
Si trattava di un circolo vizioso, che tendenzialmente non avrebbe mai avuto fine.
In verità, il fatto che il Centro avesse dichiaratamente richiesto le prove della consistenza del pericolo di un attacco nucleare, aveva gettato le basi per l'allestimento di un'altra Operazione, basata su premesse simili ma con tutt'altro obiettivo.
A differenza dell'Operazione RYAN di Andropov, quella alla cui buona riuscita Sobolev stava contribuendo, non era affatto ufficiale, e chiaramente non poteva contare sull'approvazione del Segretario Generale. Si trattava di un'Operazione clandestina, ed era a tutti gli effetti assimilabile come tradimento.
Sobolev non conosceva tutte le menti, la maggior parte delle quali altolocate nel KGB come nel GRU, che avevano partorito quel progetto, ma sapeva che non sarebbe mai stato possibile senza il supporto di un qualche membro del Politburo. Di chi si trattasse, non avrebbe saputo dirlo, ma non aveva alcuna importanza.
Il nome dell'Operazione, banalmente ma non senza una certa logica, era uguale a quello da cui si ispirava e dal quale prendeva anche le distanze: L'Operazione RYAN.
Il nome si rivelava azzeccato per almeno due validi motivi. In primo luogo, quell'Operazione era l'unica risposta sensata all'accrescersi delle tensioni tra Est e Ovest, e alcuni la consideravano proprio quella che sarebbe dovuta diventare l'Operazione RYAN ufficiale. L'acronimo "RYAN" era molto più azzeccato in questo ultimo caso, e gli obiettivi dell'Operazione RYAN "ufficiosa", erano decisamente più in linea con la corrente di pensiero imperante all'interno del GRU e in alcune sezioni del KGB (in modo particolare, all'interno della linea PR, quella delle informazioni politiche). Il motivo di ordine più pratico era che, se anche fosse trapelato qualche accenno, qualsiasi elemento inerente l'Operazione RYAN, si sarebbe inevitabilmente mischiato con quelli riguardanti l'omonima operazione "ufficiale". In effetti, dal momento della sua ideazione, era stato chiaro che il progetto avrebbe potuto avere successo solamente grazie ad un clima di costante confusione. A questo proposito, era stato fondamentale l'apporto dei vari Residenti del KGB nei paesi del blocco occidentale. Alcuni erano stati reclutati dai membri della cospirazione, altri ancora avevano involontariamente supportato i suoi interessi, fornendo, per l'appunto, quello che il Centro si aspettava di ricevere. Il progetto era nato più o meno in seguito alla creazione dell'Operazione RYAN ufficiale, e fino al 1983, non vi era stata lacuna garanzia che avrebbe funzionato, e che ci sarebbe stata un'occasione favorevole per l'attuazione dell'Operazione. Contrariamente a tutte le pessimistiche previsioni, l'occasione favorevole c'era stata. Pochi giorni prima, attorno al 2 Novembre, era avvenuto quello che i cospiratori avevano atteso per tre lunghi anni.
La risposta al loro anelito era stata l'altisonante esercitazione NATO "Able Archer 83".
Quell'evento aveva causato quell'escalation di tensione di cui c'era tanto bisogno.
Si trattava, in sostanza, dell'esercitazione del quartiere generale della NATO, con lo scopo di provare le procedure di attacco nucleare. L'evento aveva cominciato a preoccupare il Centro per il semplice motivo che i piani sovietici per un'eventuale aggressione nucleare, prevedevano di inscenare esercitazioni di addestramento, come copertura per la reale offensiva. In secondo luogo, le procedure e anche il formato dei messaggi per la transizione dalla guerra "convenzionale" a quella nucleare, erano significativamente diversi da quelli utilizzati dalla NATO nelle precedenti esercitazioni, senza contare che durante l'esercitazione, le forze della NATO passavano dallo stato "normale" di prontezza, attraversando tutte le fasi intermedie. Grazie al supporto di alcuni elementi convinti della validità dell'Operazione RYAN "ufficiosa", che avevano fornito la giusta dose di rapporti allarmistici per quanto concerneva "Able Archer 83", il Centro arrivò ad essere persuaso che fosse stato emesso uno stato di allerta per le forze della NATO.
La guerra nucleare stava cominciando a sembrare improvvisamente molto vicina, e una possibilità dannatamente concreta.
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Nei giorni seguenti, i rapporti preoccupanti dei vari Residenti si erano succeduti con ritmo costante, facendo precipitare nel caos gli analisti del PDC, e creando una situazione di caotica preoccupazione, con picchi di paranoia davvero imbarazzanti. In un clima di questo tipo, l'Operazione poteva finalmente avviarsi verso la sua reale esecuzione.
Il grande giorno era quello, il nove novembre. Il ruolo di Sobolev, per quanto concerneva l'Operazione RYAN "ufficiale", e quella "ufficiosa", era più o meno il medesimo, il che facilitava di gran lunga le cose. Doveva semplicemente fornire delle informazioni, in entrambi i casi, potenzialmente allarmanti.
Quando era giunto a Londra per sostituire Guk alla guida della Residenza, Sobolev aveva immediatamente ricevuto le direttive "rigorosamente riservate", da conservare nei propri archivi personali, che fornivano tutta una vasta gamma di indicazioni sui presunti "segni rivelatori" dell'imminenza di un conflitto nucleare, ai quali bisognava prestare assoluta attenzione e dare la massima priorità.
Perlopiù, Sobolev l'aveva trovata una lettura divertente.
Alcuni di questi "segni rivelatori", del resto, non potevano che risultare a dir poco comici.
Per esempio, venivano considerati significativi dettagli come "maggiori prelievi del sangue e l'aumento del prezzo pagato ai donatori". Peccato che in Gran Bretagna i donatori non venissero retribuiti...
Altri elementi importanti potevano essere costituiti da cambiamenti insoliti, quali l'aumento del numero delle luci accese di notte negli uffici governativi e\o nelle sedi militari, oppure ancora il movimento di personaggi chiave e riunioni di comitati.
Queste, fondamentalmente, erano le informazioni che Sobolev avrebbe dovuto raccogliere, ma in verità si trattava di un compito che affidava ai suoi sottoposti, mentre il suo vero lavoro consistenza nel raccogliere le informazioni, farne un esaustivo riassunto, ed eventualmente mettere qualche valutazione personale a margine. A voler essere pignoli, la valutazione "personale", doveva essere, in realtà, niente di più di quello che il Centro voleva sentirsi dire. Era una sfumatura interessante quanto deprimente, ma andava bene così.
Adesso, però, con "Able Archer 83" in corso, le procedure di consegna dei rapporti erano cambiate completamente, in favore di un approccio più sicuro, idealmente discreto e soprattutto depistante.
Mentre prima doveva semplicemente redigere la sua valutazione, che doveva essere il più obiettiva possibile (eccezion fatta per la valutazione personale, il cui scopo era spiegare in che modo quelle informazioni risultavano allarmanti), ora il procedimento era diventato di una complessità imbarazzante almeno quanto inutile. Per fortuna, avrebbe dovuto assecondare quella procedura ancora per un giorno soltanto.
Non aveva motivi per attendere oltre, voleva risolvere la questione il più velocemente possibile, quindi prese dei fogli di carta, la sua penna, e si sedette davanti alla scrivania.
Senza nemmeno perdere tempo a pensare, incominciò a scrivere.
"Cara Svetlana..."
Le prime righe erano sempre le medesime. Le sue informazioni, ora, dovevano essere nascoste (in un modo francamente contorto), all'interno di una presunta lettera rivolta alla propria figlia, la cui esistenza era sempre stata mantenuta segreta. Sobolev detestava l'idea di dover adottare quell'assurdo sistema, ma sembrava che, nelle intenzioni del Centro, quella procedura avrebbe reso più complicata l'identificazione del reale contenuto, in caso di intercettazione.
Per la verità, a dargli davvero fastidio era il fatto di dover fingere di scrivere ad una inesistente figlia. Non doveva mai perdere tempo ad interrogarsi sul perchè: Sobolev non aveva mai avuto una figlia. Non aveva mai avuto una moglie, se era per quello, e nemmeno una sua famiglia.
Delle occasioni che indubbiamente c'erano state, ma che Sobolev aveva gettato via, senza sapere nemmeno perchè.
Una vita vuota, ecco cosa invece aveva ottenuto.
La consapevolezza di quello che aveva sacrificato e a cui aveva rinunciato, era sempre in grado di deprimerlo e di metterlo di malumore. Per quello detestava un simile stupido protocollo.
Non impiegò molto tempo per scrivere la lettera, ad ogni modo. Come al solito, nonostante le informazioni in suo possesso non indicassero nessuna attività fuori dall'ordinario o sospetta, nel dissimulato rapporto fornì una lunga serie di dati gonfiati ad arte, che erano più che sufficientemente allarmanti, secondo i canoni del Centro.
Era tutto qui, il suo lavoro, per quanto concerneva l'Operazione RYAN "ufficiosa". A conti fatti, il suo tradimento consisteva nel fare esattamente il suo dovere. Si trattava di una prospettiva consolante, doveva ammetterlo.
Redatto il rapporto, ora si trattava solamente di attendere il segnale per la consegna. Anche quello era un protocollo di nuova introduzione, e altrettanto fastidioso. Pazienza, presto tante cose sarebbero cambiate.
Non sapeva quando e dove sarebbe avvenuta la consegna del rapporto al funzionario, ma l'avrebbe saputo molto presto.
Nel frattempo, decise che aveva tutto il tempo per fare colazione.

La chiamata che Sobolev attendeva arrivò poco prima delle sette.
Il telefono prese a squillare, e il colonnello, che era riuscito a mangiare qualcosa e a incominciare a leggere un libro preso a caso dalla sua libreria, sollevò immediatamente la cornetta.
<<Sì?>> chiese, sapendo a grandi linee quale sarebbe stata la risposta.
<<Parlo con Sergej?>> domandò una voce decisamente impresonale.
<<No, nessun Sergej, temo che abbia sbagliato numero.>> fu la risposta, che confermò il luogo della consegna.
<<Grazie, mi scusi per il disturbo.>>
E anche questa era fatta. Come da copione, avrebbe consegnato la lettera alle sette e mezza, il che significava che aveva ancora qualche minuto di tempo da dedicare alla lettura. Non che al momento gli interessasse particolarmente, ma era vittima di un nervosismo misto ad una strana eccitazione, che non aveva mai provato prima e che doveva cercare di dominare.
"Sergej" stava a significare che l'incontro sarebbe avvenuto nell'atrio del complesso residenziale. Meglio così, non sopportava tutti i sotterfugi fini a se stessi. Per la verità, quel particolare protocollo aveva un suo motivo di esistere.
Se c'era una cosa che il KGB aveva imparato dai servizi segreti occidentali, era quanto potesse essere importante l'imprevedibilità. Quello che atterriva sempre il Centro, era proprio quest'ultima caratteristica, che sembrava contraddistinguere in modo particolare gli americani. La CIA perdeva molto tempo a confondere le idee degli agenti russi, con falsi segnali, oppure con bizzarre consegne per contatto, e un sacco di altri gesti atti a fare impazzire i propri avversari. E la cosa funzionava davvero bene, quindi non c'erano motivi per cui il KGB non potesse fare altrettanto.
In effetti, quello che stava per fare Sobolev, e che aveva fatto molte altre volte, poteva contribuire a confondere le idee dell'MI5, e dopotutto, se vi era la possibilità di far sprecare risorse e tempo ai propri avversari, sarebbe stato stupido non fare un tentativo.
Quella tecnica, a conti fatti, era l'unica azione di disturbo che fosse consentita, e che non presentasse rischi inutili, nel contraddittorio mondo dei servizi segreti.
Reazioni più violente, invece, non facevano parte delle regole del gioco.
L'assassinio dell'agente di Petrenko, però, ricordava a Sobolev che, alla fine della fiera, l'unica vera regola è che bisognava vincere a tutti i costi.
Incontrò, come previsto, il funzionario dell'ambasciata nel piccolo atrio dell'edificio. Senza perdere tanto tempo in convenevoli, il colonnello consegnò la lettera, rispose al saluto del funzionario, e poi tornò in ascensore.
Arrivato nuovamente all'ultimo piano, entrò nel suo appartamento e rimise tutti i documenti nella valigetta. Una volta arrivato all'ambasciata, avrebbe dovuto distruggerli.
Decise di prendere con sé anche la Makarov. Gli sembrava una giusta precauzione, ma preferì comunque tenerla all'interno della valigia, piuttosto che addosso. Si sarebbe sentito comunque più sicuro. E, questa volta, aveva tutti i motivi per essere nervoso.
Aveva fatto la sua parte, ed ora doveva solamente avere pazienza ed attendere. Entro quella sera, tante cose sarebbero cambiate. Sì, sarebbe cambiato tutto.
Finalmente, aveva la possibilità di cambiare il suo destino e, forse, anche quello del mondo.
Decisamente, quella sarebbe stata una giornata memorabile.



4
Tanti responsabili, nessun colpevole

Stanislav Andreevic Androsov era piuttosto soddisfatto del suo lavoro. In primis, come gli altri Residenti dei paesi occidentali, aveva stilato il suo usuale rapporto, condito di considerazioni inquietanti. Non la riteneva una misura necessaria, visto quello che sarebbe successo nelle ore successive, ma si trattava di un apprezzabile tocco di coerenza e credibilità a tutta la vicenda.
A Washington, dove si trovava attualmente, erano appena le tre di mattina del 9 novembre.
Androsov era decisamente stanco, nonostante i tre caffè che aveva bevuto avidamente, il suo corpo aveva disperatamente bisogno di un po' di riposo. Ma era troppo nervoso, per poter pensare di riuscire a chiudere occhio. Oltre alle informazioni analoghe a quelle che sarebbero giunte a Mosca dalle altre Residenze del KGB, Androsov aveva inviato anche delle foto, piuttosto eloquenti, le cui implicazioni sarebbero state, almeno per gli analisti del Centro, significative e sconvolgenti. Era un dettaglio trascurabile, che quelle foto che dovevano provenire idealmente da Washington, trovassero invece la loro genesi proprio a Jasenevo, sede del quartiere del Primo Direttorato Centrale del KGB.
Eh sì, i vertici dell'unità "RYAN" (così alcuni membri del GRU avevano definito la ristretta cerchia di persone coinvolte nell'Operazione RYAN "ufficiosa, di cui facevano parte), sì erano proprio dati da fare. Forse il piano poteva davvero funzionare...


A Mosca era quasi ora di pranzo.
Si sarebbe recato alla mensa al primo piano, ma poteva attendere ancora qualche minuto.
Seduto davanti alla sua grande scrivania, nel suo ufficio al ventesimo piano del nuovo edificio costruito a ridosso dell'ala centrale, a Jasenevo, il maggiore Filipenko del direttorato informazioni contemplava con soddisfazione le copie delle foto che erano pervenute alla sua sezione. Da circa due anni, Filipenko era stato reclutato dall'unità "RYAN", e quasi non credeva che fosse giunto finalmente il momento della verità. Il suo apporto, per quanto riguardava la realizzazione delle foto che ora stava osservando, era stato in realtà minimo, per non dire nullo, ma come analista, ora avrebbe avuto il compito di esaltarne le implicazioni.
In tutta sincerità, non sapeva esattamente come fosse stato possibile la realizzazione di quelle foto, ma sapeva che doveva trattarsi del prodotto di uno dei progetti che l'unità aveva segretamente avviato per gettare le basi sulle quali si sarebbe costruita l'intera Operazione.
Nel caso specifico, doveva trattarsi di un progetto speciale diretto dall'aiutante di campo del ministro della difesa Ustinov. Sia lui che il suo aiutante di campo erano membri effettivi dell'unità "RYAN", anche se Ustinov, vista la sua posizione all'interno del Politburo, non poteva correre il rischio di compromettersi, ed agiva perlopiù tramite il suo aiutante di campo, il generale Aleksandr Korneevic Jakuskin. Il progetto che aveva permesso la realizzazione di quelle foto, era stato uno dei più ambiziosi. Filipenko ignorava come Ustinov avesse potuto far approvare un simile progetto, e come avesse ottenuto i finanziamenti che avevano permesso di concretizzarlo, ma evidentemente era riuscito a persuadere il Politburo della sua utilità. Era buffo che ora fosse utilizzato per distruggere quella realtà.
Si trattava, molto semplicemente, della realizzazione di numerose repliche di missili nucleari tattici MGM-52 Lance, montati su lanciatori M752 ed M688. Era stato fatto un eccellente lavoro e, anche se da vicino potevano forse tradire la loro realizzazione decisamente rapida e priva di una particolare attenzione ai dettagli, nelle foto scattate da un presunto HUMINT all'interno della NATO, un giovane ufficiale tedesco che era diventato uno dei principali agenti del Residente locale, Evgenij Izotovic Siskin, anche lui membro dell'unità "RYAN". L'HUMINT, in realtà, non esisteva, e le foto erano state scattate in un complesso a pochi chilometri da Minsk, ed erano poi state inviate a Siskin, che a sua volta le aveva inviate nuovamente a Jasenevo. Una faccenda abbastanza paradossale e buffa, da un certo punto di vista.
Quello che ora Filipenko doveva confermare, è che quelle foto, unite alle fantomatiche dichiarazioni dell'ufficiale tedesco, testimoniavano il tentativo di nascondere altre esercitazioni in atto nella Germania dell'ovest; il che non poteva che testimoniare l'imminenza dell'attacco nucleare.
Il rapporto di Filipenko era già stato redatto, e inviato nei giusti canali. Il caos che la sua valutazione avrebbe creato, sarebbe stato fondamentale per snellire la burocrazia che, come nel resto del mondo, "congelava" immancabilmente ogni tentativo di prendere rapide iniziative. Inutile dire che, quando sarebbe stato il momento, la possibilità di prendere decisioni rapide ed arbitrarie, sarebbe stata vitale per la buona riuscita dell'operazione. E non mancava poi molto. Filipenko non aveva particolare appetito, ma dopotutto si sarebbe trattato dell'ultimo pranzo che avrebbe fatto prima del grande cambiamento. Era ora di recarsi alla mensa.


Era stato difficile, ma Jakuskin ci era riuscito ugualmente. Non era il genere di azioni che Ustinov avrebbe potuto correre il rischio di eseguire personalmente, e questo aveva complicato la vita al generale, ma alla fine aveva comunque avuto successo. Le preoccupanti circostanze attuali, avevano creato la necessità di misure di sicurezza eccezionali, e questa esigenza era stata la carta vincente di Jakuskin. Gli era stato semplice, predisporre l'inasprimento della sicurezza in uno dei complessi di ricerca militare vicino a Groznyj, in Cecenia. L'istituto in questione era apparentemente caduto in parziale disuso, ma si trattava sostanzialmente della copertura per la sua nuova attività quale sede di una branca della linea RP SIGINT. Attualmente era un istituto di ricerca nel campo della crittoanalisi e dell'ELINT, lo spionaggio dei segnali elettronici.
Ogni tanto, da quando il Centro aveva ottenuto informazioni attendibili circa un incremento delle attività dei satelliti spia in Georgia ed in Cecenia, si operavano piccole attività di depistaggio, per esempio facendo stazionare qualche T-72, opportunamente modificato, davanti e dentro gli hangar del centro, che in verità erano ora solo un elemento scenico ad uso e consumo dei servizi segreti occidentali. Le effettive attività del centro erano classificate come segretissime, ed erano in pochi, anche solo ai vertici dell'apparato militare, ad averne accesso. Ciò era a dir poco ottimo per l'Operazione, perchè il centro poteva quindi, potenzialmente, contenere qualsiasi cosa.
Era invece stato più complicato sottrarre una testata nucleare da un prototipo del nuovo tipo di SS-19 "Stiletto", è soprattutto di farla trasportare insieme al resto dell'equipaggiamento dell'unità dell'esercito che avrebbe supportato i pochi agenti di guardia del KGB, appartenenti alle Guardie Governative, nelle attività di sorveglianza.
Il convoglio era partito il giorno precedente, e apparentemente tutto era andato secondo i piani. La parte più difficile, però, doveva ancora arrivare. L'inasprimento delle misure di sicurezza era stato il prezzo da pagare per far giungere la testata in un luogo dove sarebbe potuta essere recuperata, come previsto, in modo da poter lasciar ricadere la responsabilità sull'ideale capro espiatorio. Era solo questione di tempo, ora. Al resto avrebbe pensato Ustinov, ora Jakuskin doveva solamente fare una telefonata.


La riunione al Politburo era terminata prima del previsto. Per una volta, l'avvenimento poteva significare, almeno dal punto di vista del Ministro della Difesa Ustinov, un successo completo, sotto tutti i punti di vista.
Persuadere il presidente del KGB della validità e della priorità dell'Operazione RYAN era stato piuttosto facile, e questa era una realtà già da diversi mesi, ma non era così semplice da prevedere quale sarebbe stata la sua reazione davanti ai nuovi elementi giunti al Centro, che lasciavano supporre l'imminenza dell'attacco da parte della NATO.
L'unità "RYAN" non poteva contare sul pieno supporto della "nomenklatura" (così veniva chiamato l'elenco delle posizioni di maggiore potere e responsabilità), per il semplice motivo che l'elemento più prezioso del Politburo, non semplicemente colluso con l'unità RYAN, ma in un certo senso il suo stesso fondatore, Andropov, soffriva di seri problemi di salute, e di conseguenza la sua autorità ne stava risentendo. Non era stato in grado di presenziare alla riunione, quel giorno, e Ustinov sospettava che non l'avrebbe fatto mai più. La sua ora si stava avvicinando.
Attualmente, la carica di presidente del KGB era ricoperta da Viktor Aleksandrovic Cebrikov, in precedenza uno dei vice dell'odiato Fedorcuk. Veniva generalmente considerato come un dirigente capace e godeva della generale stima del Centro, il che sarebbe stato molto utile per il progetto, se solo si fosse trovato un modo per manipolarlo. Quel modo era stato trovato relativamente presto.
Cebrikov, al momento, era solamente un membro candidato del Politburo, il che significava, tra le altre cose, che non aveva il diritto di voto.
Andropov gli aveva promesso il suo sostegno, che in breve tempo l'avrebbe fatto diventare membro effettivo. Convincere Cebrikov della validità del progetto "RYAN", era stato sempre fuori discussione. Un tentativo poco convinto e molto vago era stato fatto, subito dopo la sua elezione a presidente, da Ustinov stesso, ma era chiaro che il presidente non condivideva le premesse di base dell'Operazione, senza contare che, per sua indole, non era un individuo che amasse particolarmente il rischio. Se si trattava di un rischio di quella portata, poi...
In ogni caso, Cebrikov aveva perlomeno accettato l'idea di essere controllato da Andropov, e questo aveva permesso all'Operazione RYAN "ufficiosa" di continuare a vivere.
Il precario stato di salute del Segretario Generale, ora, rischiava di mettere nuovamente tutto in discussione. Oramai si era giunti al capolinea, e la collaborazione del presidente del KGB era semplicemente fondamentale. Se qualcosa fosse andato storto ora, l'Unità non avrebbe avuto altre opportunità.
La riunione odierna, però, aveva avuto esito positivo. Per quanto permeate da un certo scetticismo, le conclusioni che Cebrikov aveva presentato, basate sulle informazioni (in gran parte false o "gonfiate") raccolte dal KGB nell'ambito dell'Operazione RYAN "ufficiale", erano state quelle che Ustinov (e tutti i membri altolocati dell'Unità) aveva sperato.
Cebrikov aveva ammesso che la situazione stava rischiando di precipitare molto rapidamente, e che i prossimi giorni sarebbero stati assolutamente decisivi. Era da prendere in seria considerazione l'idea di mettere le forze dell'Unione Sovietica in stato di allerta, al più tardi l'indomani.
Ustinov aveva sottoscritto questa valutazione, e l'eventuale necessità di dover prendere decisioni immediate, nei giorni successivi, aveva permesso di vagliare la possibilità di attribuire un maggior potere esecutivo al Ministro della Difesa, per quanto riguardava le decisioni strategiche.
Era più di quanto Ustinov aveva ritenuto lecito attendersi. Quel potere che aveva così semplicemente ottenuto, sarebbe stato messo a dura prova quella sera stessa.
Il successo, constatò, metteva un certo appetito. Si chiedeva se, a cose fatte, avrebbe provato la stessa sensazione. Quell'idea sembrava già in grado di nausearlo...meglio non pensarci, quel momento non era ancora arrivato.


La telefonata l'aveva profondamente scosso, questo era certo. Gennadij Fedorovic Borzov si trovava nuovamente in una posizione pericolosa, e questa volta avrebbe dovuto riflettere con attenzione, prima di prendere una qualsiasi iniziativa.
Quella vicenda, minacciava fin da subito di riportargli alla memoria l'evento che l'aveva condotto in Cecenia.
Il colonnello dell'aviazione Borzov si considerava l'esempio vivente di quali potessero essere le conseguenze di una sola, fottutissima scelta sbagliata. Solo quella, solo un errore l'aveva portato in quel luogo. Solo una valutazione errata gli aveva troncato definitivamente la carriera.
Ora, Borzov vedeva quella vicenda ripetersi, lo spauracchio dell'errore fatale rifarsi improvvisamente concreto, ed era deciso a non commettere alcun errore, questa volta.
Era stato trasferito alla base militare di Naurskij, come comandante del quarto stormo ricognitori del 98o reggimento della Guardia Nazionale (o "Protivo-Vozdushnoj Oborony").
In quello sperduto distretto del territorio ceceno, le sue prospettive di avanzamento erano diventate semplicemente inconsistenti.
E tutto era accaduto a causa della famigerata tragedia del "KAL 007", l'aereo di linea della Korean Air Lines, in volo da Anchorage, che nelle prime ore del 1o settembre 1983, fu abbattuto sopra il Mare del Giappone dai caccia russi, a causa del presunto sconfinamento nello spazio aereo sovietico, provocando la morte di tutti i 269 passeggeri.
A quel tempo (e si sorprendeva sempre che in realtà fossero passati poco più di due mesi), Borzov si trovava sotto il comando delle forze aeree di Chabarovsk, sull'isola di Sachalin. In realtà Borzov non ebbe alcun ruolo nella decisione, dopo aver tentato dii richiedere delle precise direttive da Mosca, di autorizzare l'eventuale abbattimento, ma commise il suo tremendo errore poco dopo aver ricevuto quelle direttive.
In quel frangente, Borzov prese l'iniziativa decisamente sbagliata e, temendo di incorrere in seri provvedimenti nel caso di un'eventuale disobbedienza ad un ordine diretto, ordinò l'abbattimento del bersaglio sconosciuto, nonostante sapesse bene che le norme prescrivevano l'identificazione visiva dell'intruso prima di abbatterlo.
Questa sua iniziativa, gli costò la carriera ed il trasferimento. Fu l'ideale capro espiatorio per l'aviazione e per quello che a tutto diritto veniva definito "il settore agricolo delle forze armate sovietiche", la difesa antiaerea. La notte dell'incidente, infatti, gran parte delle stazioni di individuazione sulla penisola di Kamciatka e sull'isola di Sachalin, non avevano funzionato correttamente.
Ma questo, ora, non faceva alcuna differenza. Le ambizioni di Borzov erano state stroncate definitivamente, ed era una realtà alla quale non era riuscito ancora a rassegnarsi.
E ora anche questo.
Di nuovo, si trovava a dover prendere una decisione difficile. L'ordine, se così si poteva chiamare, che aveva ricevuto telefonicamente (attraverso un canale criptato), era semplice ma decisamente ambiguo, ed aveva la definita sensazione che ci fosse qualcosa di sbagliato.
Certo, si trattava di un ordine dall'alto, ma a dirla tutta non abbastanza "dall'alto".
Aveva ricevuto la telefonata dell'aiutante di campo del Ministro della Difesa. In persona.
Nonostante l'escalation di tensione, le circostanze attuali e il concreto rischio di un conflitto nucleare, quell'ordine così improvviso gli sembrava comunque sospetto.
Come mai vi era tutta quella fretta? E perchè non aveva ricevuto un ordine scritto, ratificato dal Ministro?
Gli era stato assicurato che sarebbe giunto in seguito, e che l'esecuzione aveva la massima priorità...ma doveva davvero fidarsi?
Si sentì smarrito, più o meno come era accaduto quel giorno, quando aveva preso la fatale decisione.
Cosa poteva fare? Poteva ignorare l'ordine, temporeggiare e richiedere maggiori dettagli, o un'altra conferma. Forse si trattava della cosa più logica da fare. L'ultima volta, l'aver ignorato delle precise norme si era rivelato un suicidio, ma questa volta?
Questa volta si trattava dell'aiutante di campo del Ministro, e questa volta si trattava di circostanze eccezionali. Come si sarebbe dovuto comportare?
Poteva contestare l'ordine, ma quali erano i rischi? Se avesse avuto torto, ma forse anche se avesse avuto ragione, cosa gli sarebbe successo? Era sempre partito dal presupposto di non aver più nulla da perdere, ma era davvero così?
Poteva forse essere declassato ulteriormente, oppure avrebbero potuto assegnarlo ad un'altra destinazione, magari con mansioni molto diverse. Gli venne in mente una destinazione, il carcere di Lefortovo, e la trovò una prospettiva agghiacciante. Ma forse c'era di peggio. L'Afghanistan. L'avrebbero potuto riassegnare in Afghanistan. Cristo! Per quello che ne sapeva, erano molti gli aeroporti e le basi militari che erano state attaccate dai guerriglieri...
No, ripensandoci, le cose potevano ancora peggiorare, e si trattava di eseguire un ordine, per quanto criptico, molto banale ed innocuo. Se si trattava di una famigerata "operazione speciale", non era autorizzato a conoscere i dettagli, e magari era proprio meglio così.
Forse era vero che nell'esercito sovietico ci volesse più coraggio a ritirarsi che ad avanzare, ma di sicuro, in tutte le altre occasioni, il pensiero "staliniano" poteva semplicemente essere esemplificato in altro modo. In fondo, pensò tristemente Borzov, ci voleva più coraggio per opporsi ad un ordine sbagliato, piuttosto che ad assecondarlo decretando la propria distruzione.
Bastavano due piloti. In meno di cinque minuti prese la sua decisione, e si recò immediatamente dagli uomini che aveva scelto.


Uno di essi, il maggiore Jagoda, per un attimo si chiese se non si trattasse di uno scherzo. Prima di essere riassegnato lì, era stato per due mesi in Afghanistan. Aveva lanciato bombe a guida laser sui villaggi dei "mujaheddin", aveva provato sensazioni contrastanti ma ugualmente sgradevoli, e una volta aveva potuto osservare il risultato delle sue azioni; una scena che non avrebbe mai dimenticato. E ora gli chiedevano di scattare delle foto? Assurdo.


Ustinov non disse nemmeno una parola. Aveva la mente occupata altrove e, sebbene l'autista non sapesse il perchè, sapeva che doveva trattarsi di qualcosa di molto importante. Sapeva già dove andare, comunque, e non c'era motivo di disturbare il Ministro.
Fu costretto a richiamarlo alla realtà solamente una volta giunti a destinazione.
La Zil "410417" si fermò davanti al solito ristorante, nella "Tvesrkoy Bul'var". Il ministro discese rapidamente dalla vettura ed entrò nel locale. Come aveva immaginato, il capo del Primo Direttorato Centrale del KGB, Sebarsin, l'aveva preceduto e lo stava aspettando.
Era un uomo indubbiamente anziano, ma tuttora vigoroso. La sua corporatura era miracolosamente rimasta equilibrata, e dalla perenne espressione severa sul suo volto, si evinceva una ferrea determinazione, che il passare del tempo non avrebbe mai piegato.
<<Salve, compagno Ministro>> lo salutò con un tono di voce fastidiosamente inespressivo.
<<Salve a lei, Leonid Vladimirovic. Noto con piacere che mi ha aspettato, prima di cominciare.>>
Dal suo interlocutore ricevette quello che più si avvicinava ad un sorriso per Sebarsin.
<<Come al solito, non ho un grande appetito.>>
Incominciarono davvero a parlare solamente dopo aver ordinato da mangiare.
<<Allora, Leonid, è successo qualcos'altro, mentre ero impegnato con il Politburo?>>
<<Il nulla più completo, Ministro. Per nostra fortuna, tutte le informazioni ci sono pervenute in tempo per poter essere utilizzate durante la riunione odierna.>>
Ustinov dimostrò la propria approvazione con un cenno del capo.
<<È vero, le cose sono andate straordinariamente bene, oltre le mie più rosee aspettative. A voler essere sincero, e penso proprio di potermelo concedere, comincio a trovare tutto questo un po' preoccupante...voglio dire...siamo davvero sicuro di quello che stiamo facendo?>>
<<Compagno Ministro, temo proprio che sia troppo tardi per un ripensamento.>>
<<Sì, lo so bene. Ed è proprio questo che mi preoccupa. Cosa abbiamo messo in moto? Certo, siamo tutti d'accordo sulle premesse di base...ma possiamo dire lo stesso delle conseguenze?>>
Sebarsin annuì.
<<Sì, capisco. A questo punto, è probabile che l'Operazione abbia successo...ma dopo, cosa succederà dopo? Per la verità, compagno Ministro, io credo che sia molto difficile da stabilire. Indubbiamente, le ore immediatamente successive all'attuazione dell'Operazione saranno decisive, e sicuramente le più pericolose.>>
<<Pericolose lo saranno senz'altro, ed è questo il problema principale. Andropov ha commesso un errore clamoroso. Era partito dal presupposto che, in caso di successo, la situazione sarebbe tornata parzialmente sotto controllo in breve tempo. Era assolutamente convinto di riuscire a tenere a bada, ma soprattutto di riuscire a mantenere coeso, l'apparato governativo del Partito. Ma cos'è diventato ora? Andropov non è niente di più che l'ombra di sé stesso. Siamo franchi, ormai è un cadavere ambulante. Come farà a tenere unita tutta la baracca?>>
<<Semplice, non ci riuscirà>> rispose Sebarsin <<Non ci riuscirà, e allora sarà il caos più totale, e soprattutto, oltre al conflitto nucleare, bisognerà fronteggiare una lotta per il potere senza quartiere>>
Ad Ustinov non sfuggì la strana luce negli occhi del direttore del PDC, che era comparsa fugacemente quando aveva parlato della prospettiva di un conflitto interno. L'ambizione non aveva confini, nemmeno di età, a quanto pareva.
Ma, in linea di principio, il vecchio direttore aveva ragione, e Ustinov lo sapeva.
Tutti loro, tutti i membri dell'Unità "RYAN", erano senza dubbio concordi sulle premesse dell'Operazione, lo erano anche su come sarebbe stata eseguita, ma ognuno aveva una personale visione di quello che sarebbe successo dopo.
Alcuni prospettavano (e alcuni forse auspicavano) un conflitto nucleare, con la speranza di riuscire a negare la possibilità all'avversario di reagire, concludendo la faccenda in breve tempo e con danni "contenuti", qualsiasi cosa potesse significare quel termine, nel contesto di una guerra nucleare.
Altri, invece, erano persuasi che ci si sarebbe potuti sedere al tavolo dei negoziati, ovviamente dopo quella che probabilmente non sarebbe stata nulla di più di una risposta moderata, commisurata all'entità dell'aggressione sovietica. La differenza, in questo caso, era che i negoziati sarebbero stati condotti con la consapevolezza che quell'equilibrio matto, basato solamente sulle minacce e sul concetto di deterrenza, che alcuni chiamavano pace, era una realtà insostenibile, e che era necessario trovare una soluzione definitiva al problema.
Tutti, però, in quegli eventi vedevano sé stessi nel ruolo di protagonisti. Tutti avrebbero lottato per cercare di ottenere il bene più prezioso che esistesse al mondo. Il Potere.
Ustinov non era più sicuro che quel progetto fosse la risposta giusta al problema, eppure, in linea teorica, il pensiero di Andropov aveva un senso.
Sostanzialmente, il principio era molto semplice, ed era assimilabile alla dinamica di un palloncino che si riempie di gas fino a scoppiare. La tensione Est-Ovest era il gas, che stava rapidamente riempendo quel palloncino. Si trattava semplicemente di far scoppiare il palloncino prima che accumulasse un volume di gas tale da farlo esplodere, quando il gas era ancora presente in quantità accettabile.
Ma non si sentiva del tutto tranquillo.
<<Continuo a pormi la stessa domanda, stiamo davvero facendo la cosa giusta?>>
Sebarsin sospirò. <<Ma, al di là di questi ragionevoli dubbi, dobbiamo saper guardare in faccia la realtà, compagno Ministro. Ecco quello che posso dirle. È come se stessimo camminando in salita su di un filo, sospeso nel vuoto, che si estende all'infinito. Quante volte possiamo perdere l'equilibrio, prima di cadere di sotto? Possiamo camminare quanto vogliamo, ma non c'è nessuna destinazione da raggiungere...e, prima o poi, è inevitabile, finiremo col perdere l'equilibrio una volta di troppo. E a che scopo proseguire? Ogni passo che facciamo, aumenta anche la distanza che ci separa dal suolo. Quanto in alto vuole salire, compagno Ministro, prima di dover cadere? No, cadiamo ora, buttiamoci di sotto e rompiamoci qualche osso, nulla che il tempo non possa sanare. Se aspettiamo che la caduta diventi inevitabile, mi creda, non ci saranno più ferite da guarire, ma solamente fosse da riempire...>>
<<Dio ci aiuti>>


I piloti avevano fatto un buon lavoro. Di tutte le foto scattate, una buona parte erano effettivamente di qualità accettabile, anche se non eccelsa. Pazienza, con un così scarso preavviso, era già un miracolo essere riusciti ad ottenerle. Ora bisognava solamente inoltrarle a chi di dovere. Per quanto lo riguardava, la sua parte attiva nell'Operazione, era terminata. Non gli restava che una lunga attesa.


Ormai, il meccanismo aveva preso a girare, e niente avrebbe potuto fermarlo. Mentre si accingeva ad ubriacarsi, Sobolev si disse che l'errore non era stato suo.
L'errore era stato di una mente malata come quella di Andropov, che nella sua follia aveva creato un mostro, che stava per ritorcersi contro il suo creatore.
Sapeva quello che sarebbe successo, anche se solo a grandi linee, ma un'idea così poco definita era comunque in grado di nausearlo oltre ogni limite. Quella non poteva essere la soluzione giusta. A Sobolev venne in mente l'immagine di una nazione che divorava sé stessa per sopravvivere. Ma era sicuro che non fosse un paragone appropriato. Quello che stava per succedere avrebbe decretato la condanna per la nazione, non di certo una salvezza. Era assurdo che lui avesse contribuito a rendere possibile tutto ciò, ma forse era esattamente l'opposto. In ogni caso, era troppo tardi per tentare qualsiasi cosa. Nessuno avrebbe osato fermare il processo, ora che era incominciato.
Ci voleva più coraggio a bloccare un simile mostruoso meccanismo, che a metterlo in moto, pensò Sobolev con la poca lucidità rimastagli, ignorando che solo poche ore prima, la mente di un rassegnato colonnello dell'aviazione aveva prodotto un pensiero molto affine.

5
Hic sunt leones

<<Qui ci sono i leoni>> sussurrò il colonnello Drozin delle Spetsnaz GRU, indicando le due baracche che erano chiaramente visibili su una delle fotografie aeree.
Nessuno dei suoi uomini accennò anche solo un sorriso. La tensione era palpabile sui loro giovani volti, almeno quanto la loro totale concentrazione.
Drozin era sicuro di poterli comprendere, ma non aveva più alcun interesse a farlo. Erano semplicemente strumenti, e quella notte li avrebbe utilizzati al meglio.
Gli elementi della prima squadra annuirono quasi all'unisono. La seconda squadra stava già prendendo posizione sul lato ovest del complesso.
Si trovavano ora a meno di 1 chilometro dall'obiettivo, ed era l'ora di ripassare il piano operativo.
La missione, considerati i 24 uomini, perlopiù inesperti, che aveva a disposizione, le poche informazioni ed il ridicolo equipaggiamento, era sicuramente la più rischiosa che avesse mai affrontato.
Questo lo rendeva ancora più nervoso e acuiva la sua esaltazione. Finalmente era giunto il momento tanto atteso.
Ripeterono i vari passi della sequenza di avvicinamento. Nulla poteva andare storto, dato che non avrebbero potuto comunicare in alcun modo.
Le esigenze dell'operazione, richiedevano un equipaggiamento alquanto inusuale.
Erano armati solamente con fucili mitragliatori AK-47 e qualche AKS-74U con calcio pieghevole (della versione in dotazione per gli equipaggi di veicoli e dei reparti speciali), mentre disponevano solamente di una mitragliatrice PKM. I due tiratori erano dotati di fucili di precisione SVD.
Non indossavano le mimetiche convenzionali, portavano tutti un passamontagna sul volto, non potevano utilizzare strumenti per la visione notturna, e avrebbero dovuto mantenere il silenzio radio per tutta la durata dell'operazione. Inoltre, dovevano sforzarsi di parlare in ceceno.
Il perchè era presto detto. Nel caso per nulla remoto che l'operazione dovesse fallire, gli uomini degli Spetsnaz dovevano passare per un gruppo di secessionisti ceceni, appoggiati (logicamente ed immancabilmente) dalla CIA, il cui compito era stato quello di infliggere il primo colpo per disorientare il nemico, prima del vero attacco da parte della NATO. Se le cose fossero davvero andate così male, beh, Drozin era sicuro che quella non sarebbe stata nemmeno lontanamente una copertura credibile.
Motivo in più per non fallire.
A dispetto delle scarse risorse, Drozin credeva di avere qualche buona probabilità di riuscire a completare con successo la missione. Se i suoi soldati avessero mantenuto il sangue freddo, non ci sarebbero stati grossi problemi.
Una volta verificato che tutti avessero compreso il proprio ruolo, Drozin fece un cenno con la mano, e lentamente ripresero l'avvicinamento al bersaglio.
Il complesso, circondato quasi interamente dalla foresta, era raggiunto solamente da una strada, che era più che altro una lunga e stretta striscia di fango. Lungo la strada erano stati disposti in fretta e furia due checkpoint, che però erano scarsamente (e negligentemente) sorvegliati. Un paio di uomini della seconda squadra se n'erano già occupati.
Drozin non sapeva con chiarezza quale fosse l'entità delle forze a difesa del complesso di ricerca, ma sapeva che gli uomini del KGB non dovevano essere più di una ventina. Era plausibile che fosse stato inviato almeno un plotone dell'esercito, come supporto, il che significava all'incirca cinquanta uomini, opportunamente ripartiti tra il complesso residenziale e gli hangar. In ogni caso, presto avrebbe potuto constatare di persona quale fosse la situazione.
Raggiunsero il limitare della foresta dopo circa novanta minuti. Non avevano incontrato alcuna pattuglia, ma la loro avanzata era stata comunque prudente e, di conseguenza, dannatamente lenta.
Erano in ritardo di quasi mezz'ora sulla tabella di marcia, ma non aveva molta importanza, di tempo ne avevano ancora parecchio.
Drozin si stese in terra e prese il binocolo.
Per quello che poteva vedere, il perimetro era circondato da un reticolato, ma, a parte le recinzioni, il sistema difensivo era praticamente inesistente, eccezion fatta per le due sentinelle che pattugliavano quella facciata del complesso residenziale (un edificio di tre piani di moderate dimensioni), per quella che invece girava attorno alle due baracche, che erano state piazzate a meno di dieci metri dal complesso principale, e per la guardia posta davanti all'unico cancello d'ingresso, che peraltro era aperto. I due Hangar erano collegati al complesso residenziale attraverso una stradina che svoltava verso nord, e proseguiva in linea retta per circa 2 chilometri. Nei pressi delle baracche erano parcheggiati due camion da trasporto Ural, che sarebbero stati in grado di trasportare tutti gli occupanti delle due baracche.
A destra del complesso residenziale, il colonnello poteva invece notare l'area di almeno duecento metri quadrati coperta da un telone mimetico. Gli americani probabilmente credevano che si trattasse di qualche altro modello sperimentale di veicolo corazzato, ma non era proprio così. Si trattava invece di semoventi contraerei Shilka, convertiti in piattaforme mobili di acquisizione delle emissioni radar. Dei nuovissimi prototipi, peccato che sarebbero andati tutti distrutti.
Drozin e la sua squadra si trovavano ai margini del bosco, pochi metri a sinistra della strada fangosa, che finiva davanti al cancello, sorvegliato da un soldato del KGB che sembrava impegnato in una lotta senza quartiere contro il sonno che minacciava di coglierlo da un momento all'altro.
Fottuto cekista. Presto avrebbe avuto una sorpresa.
Il sergente Alekin gli si avvicinò, e Drozin gli passò il binocolo, per quanto in realtà non fosse più necessario.
Erano le 22:30, e non c'era altro tempo da perdere. Riunita la squadra, Drozin la aggiornò sulle basi delle nuove informazioni. La linea d'azione subì solamente qualche leggera modifica, e poi ognuno si mosse verso le proprie posizioni di partenza. Il mitragliere ed il servente, con un fuciliere di supporto, si posizionarono dietro un cespuglio, da una posizione dalla quale avrebbero potuto vedere chiunque si fosse avvicinato lungo la strada. I due tiratori presero le loro rispettive posizioni, precedentemente stabilite, in modo che potessero tenere sotto tiro tutta la facciata sud dell'edificio. Una volta sistemati, azionarono l'otturatore per poi rimuovere la sicura dai propri fucili. Erano pronti all'azione.
Del resto della squadra, una parte si mise subito dietro Drozin, sempre sul limitare della foresta, pronti ad avanzare non appena la sentinella al cancello fosse stata sistemata, mentre il sergente Alekin cominciò a spostarsi silenziosamente verso sinistra per una trentina di metri, per poi avanzare verso nord, arrivando così a contatto con il reticolato, circa trenta metri a sinistra del cancello.
Quando Drozin ebbe la conferma visiva che il sergente aveva raggiunto il reticolato, calò la mano destra per due volte per ordinare ai suoi uomini di accucciarsi e mantenere un basso profilo, assicurandosi che il resto della squadra avesse capito.
Drozin trasse un profondo respiro, la sua mano andò a cercare la pistola nella fondina, che era lì ad attenderlo. Una presenza rassicurante, per quanto lui non credesse davvero di averne bisogno. A differenza dei suoi compagni, il colonnello era armato esclusivamente con una Pistola CZ Vzor 52, di fabbricazione cecoslovacca. In genere utilizzava la pistola silenziata PB / 6P9, ma in quelle particolari circostanze, sarebbe andata in contrasto con la loro fragile copertura. Inoltre, a differenza di quello che si vedeva in molti film, il silenziatore non era in grado di smorzare il rumore dello sparo in modo davvero significativo. E comunque, non aveva importanza. Ogni sparo avrebbe contribuito a confermare la loro versione della storia.
Drozin uscì dalla foresta, seguendo la strada, e si diresse con passo lento ma costante, in direzione del cancello. Si chiedeva quanto ci avrebbe messo la guardia del KGB ad accorgersi della sua presenza.
Drozin era l'unico a non indossare la mimetica. Portava una divisa da colonnello dell'esercito, e per quanto sapesse che la protezione offertagli dal travestimento sarebbe durata molto poco, la trovava comunque una buona idea, quasi divertente, in un certo senso.
Sì, era davvero cambiato.
Poco più di duecento metri, lo separavano dal cancello e dalla sentinella. Avrebbe avuto tutto il tempo per riordinare i suoi pensieri.
Non era una cosa che facesse molto di frequente, era un'abitudine che aveva perso molto tempo prima, ma in quel caso gli sembrava opportuno.
La sua relativamente lunga vita, aveva quarantaquattro anni, aveva visto il succedersi di due diverse personalità distinte, due diversi Drozin, una delle quali, probabilmente la peggiore, era sopravvissuta fino a quel momento.
Il Drozin "vecchio" era una persona molto diversa da quello "attuale", questo lo sapeva bene.
L'entrata nella 216esima divisione di fucilieri (meno di 8 prima del suo completo scioglimento), il breve servizio in Afghanistan, il reclutamento nelle forze speciali, il conseguente e duro addestramento, le prime due operazioni in territorio Afghano, il matrimonio e la nascita di suoi figlio, erano tutti eventi che aveva vissuto con un imperturbabile entusiasmo. Il "vecchio" Drozin era quello che aveva voluto (e ci era praticamente riuscito) fare presto carriera e arrivare a trovare un posto come istruttore all'accademia del KGB, quello che aveva amato sua moglie e si era tormentato per innumerevoli notti insonni, sulla possibilità che lui potesse essere un buon padre per il figlio. Era l'uomo che aveva sempre goduto del rispetto dei suoi commilitoni, e verso i quali si era sempre comportato come se fossero dei fratelli e, in seguito, figli suoi.
Era quello che si osservava con un certo giustificato orgoglio, quello stesso l'orgoglio che l'aveva sempre spinto a dare il meglio si sé, e a non tirarsi mai indietro. Era anche quello che non sarebbe mai più ritornato. Per quanto fosse triste, come realtà, nondimeno era una realtà con cui fare i conti: Quel Drozin, il Drozin "vecchio", era morto...più o meno quattro anni prima.
Quando Drozin si chiedeva come fosse accaduto, perchè i dettagli gli sembravano sempre sfumati e vaghi, doveva constatare che era avvenuto in due fasi distinte. Una l'aveva fatto tentennare, l'altra l'aveva definitivamente abbattuto.
La sua vita era sempre stata ordinaria, fino a quel momento e non aveva mai rivelato particolari complicazioni. Era riuscito in tutto quello che per lui aveva significato qualcosa, poi aveva conosciuto, quasi per caso, la donna con la quale sapeva che avrebbe trascorso tutta la sua vita.
Aveva accettato questi eventi così come gli si erano presentati, senza mai fermarsi a riflettere sulla sua fortuna. Quando se ne era reso conto, era troppo tardi: aveva già perso tutto.
Il primo colpo l'aveva subito nell'agosto del 1979, quando suo figlio, il giovane Misha, era morto a soli due anni colpito dalla famigerata sindrome che gli inglesi chiamavano "SIDS" (sindrome della morte improvvisa del lattante). Le cause erano ovviamente sconosciute, e questo aveva, se possibile, fatto pesare ancora di più la responsabilità di Drozin, e la conferma della sua parziale (se non totale) consapevolezza.
La moglie, Mariya, si era rivelata la più forte dei due e aveva cercato in tutti i modi di aiutare Drozin a riprendersi. Certo, magari avrebbero avuto un altro figlio, ma come si poteva chiedere che dimenticasse il piccolo Misha, come avrebbe potuto fare a meno di pensare alle esperienze che non avrebbe mai potuto vivere, come poteva ignorare quello che lui sarebbe potuto diventare, se solo non fosse morto così prematuramente e così ingiustamente? Come poteva non sentirsi colpevole? Era suo padre, ma nonostante tutto non aveva saputo proteggerlo. Come poteva essere in grado di avere un altro figlio, come avrebbe potuto sentirsi tranquillo?
Erano tutte domande alle quali non avrebbe mai potuto trovare risposta.
Meno di due mesi dopo la morte del figlio, Mariya era rimasta vittima di una tremenda fatalità. Investita da un'auto, era spirata poche ore dopo, in ospedale.

Quando il mondo gli era crollato addosso, rivelando la sua vera natura, Drozin aveva reagito in un modo che nemmeno lui avrebbe mai creduto possibile da parte sua.
Non sapeva come avrebbero potuto comportarsi altre persone, in quella circostanza, e non aveva mai nemmeno perso tempo ad interrogarsi se la sua reazione non fosse stata, in ultima analisi, perfettamente normale.
Si era trovato improvvisamente smarrito, più che sconvolto, e questa sensazione gli sembrava insufficiente. Si era detestato per quella che aveva, in un primo momento, identificato come una incredibile forma d'insensibilità. Non aveva mai pianto, non aveva mai cercato il conforto e l'aiuto degli amici, aveva accantonato l'idea di smettere con le operazioni speciali e di andare ad insegnare all'accademia del KGB. Improvvisamente, la vita aveva perso il benchè minimo senso e lui aveva deciso che non gli importava più nulla di assecondarla.
Tornò in Afghanistan, in un paio di occasioni, e nella maggior parte dei casi le operazioni ebbero successo. Durante la sua prima "visita" nell'aspro territorio afghano, aveva imparato a nutrire una sincera forma di rispetto per i mujaheddin, la loro disperata e coraggiosa lotta per la sopravvivenza, la loro conoscenza del territorio, e soprattutto le loro tecniche di guerriglia.
Dopo la morte della moglie e della figlia, anche un concetto come quello andò a perdersi nell'oblio, insieme a tutto ciò che aveva caratterizzato la sua persona.
Il "vecchio" Drozin è morto. Evviva Drozin!
Un'altra nuova personalità era effettivamente subentrata al suo posto, ed era avvenuto così, all'improvviso. Un giorno si era semplicemente reso conto di essere cambiato. Ed era per quello che ora si trovava in quel posto sperduto della Cecenia.
Non gli piaceva uccidere, il gesto in sé stesso non aveva un fascino particolare, non ne traeva alcun piacere, ma il fatto di andare contro ogni buon senso, il costante rischio per la propria vita, la natura grottescamente amorale delle operazioni alle quali prendeva parte, tutto questo gli sembrava in un modo forse un po' contorto, sottilmente divertente.
Ed era questo, grossomodo, il suo nuovo atteggiamento. Gli sembrava un buon modo, per quanto grezzo, di fottere le convenzioni che l'avevano portato in quel baratro di infelicità. Era il suo modo per farsi beffe del sistema, ed era convinto che, in un modo o nell'altro, tutti dovevano trovarne uno.
Il suo era forse piuttosto grezzo e brutale, ma lo era anche la soluzione adottata al problema della tensione Est-Ovest dalla fantomatica Unità "RYAN".
 
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