Forums Ubisoft  Hop To Forum Categories  Brothers in Arms Hell's Highway    OT/Racconti (ovvero le improbabili avventure matematiche di una divinità egiziana)
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Se una risposta così brutale e semplice, aveva richiesto più di quattro anni di travagliata gestazione, significava che tentare un approccio più raffinato e complesso sarebbe stato assurdo. Sì, le soluzioni dirette, per quanto drastiche, erano sempre le migliori. O quantomeno le uniche che garantissero un qualche cambiamento.
Sapeva che avevano seguito con interesse gran parte della sua carriera, e che dovevano aver fatto lo stesso anche con professionisti di altri settori. Non conosceva i loro nomi, ma sapeva che non era l'unico che era stato indirettamente aiutato e osservato con attenzione.
Prima di scoprire l'obiettivo della sua missione, Drozin era sempre stato convinto di essere arrivato al grado di Colonnello in così poco tempo, unicamente a causa della sua abilità e della sua freddezza. Aveva poi scoperto di essersi sbagliato. Era stato scelto per delle sue qualità, ma non avevano nulla a che fare con la sua presunta professionalità. Anzi, in effetti l'avevano, e Drozin era stato scelto proprio a causa della totale assenza di professionalità.
L'approccio del colonnello era cambiato radicalmente, da quando la sua vecchia personalità aveva lasciato il posto a quella nuova, e lui sapeva bene che era molto diverso da quello di un professionista. In primo luogo, non aveva alcun genere di motivazione ideologica. Non sentiva di avere nessun dovere nei confronti della Patria (concetto che considerava assurdo) e del Partito. Non era attaccato in modo particolare alla sua vita, non più, e sembrava essere diventato completamente indifferente alla sorte dei suoi uomini. Non era crudele, ma una certa gamma di emozioni, tipicamente umane, erano state soppresse, ed era stato l'unico modo per non soccombere sotto il loro peso. Drozin viveva tutte le situazioni con una folle irriverenza, che aveva reso tollerabile quanto gli restava da vivere. In tutta sincerità, sperava che non mancasse molto. Faceva parte di quel genere di persone che, per quanto considerino intollerabile l'idea di togliersi la vita deliberatamente, sono sempre pronti ad inseguire la morte, e a cogliere ogni opportunità che possa avvicinarli a quel fatale momento.
Quando gli era stata illustrata l'operazione nei dettagli, solamente due giorni prima, Drozin aveva capito il reale motivo della scelta dell'Unità. Era chiaro il perchè fosse stato scelto, e la scoperta di essere stato manipolato, stranamente non l'aveva irritato. Anzi, era arrivato a considerarlo divertente. In fondo, era davvero la persona giusta per quel genere di incarico, e si chiese se non fosse disumano, provare soddisfazione per questa consapevolezza.
Aveva preso molto presto la decisione definitiva (non che avesse mai potuto davvero tirarsi indietro), e in breve tempo aveva risposto all'agente del GRU che sì...si poteva fare. L'avrebbe fatto lui, e così stava per avvenire. In quel momento, quando aveva deciso il proprio destino, si era chiesto quante altre persone avessero mai soppesato e approvato con così tanta tranquillità la prospettiva della propria morte, anche se inserita nel contesto di un'operazione militare.
Anche i suoi uomini, dal primo all'ultimo, erano stati accuratamente selezionati; anche loro, inoltre, non erano stati valutati in base alla propria abilità, bensì sulla compatibilità della propria ideologia.
Era stato facile trovare una quarantina di soldati in grado di comprendere l'esigenza di quell'operazione, oppure in grado di non contestare le proprie direttive. Così, si era poi passati a convincere il presidente del GRU dell'esigenza di creare una nuova squadra speciale all'interno delle Spetsnaz GRU, addestrate a operare in situazioni che contemplavano la presenza di ostaggi, in grado di creare un sezione in grado ci rivaleggiare con il Gruppo Alfa.
I quaranta uomini, sotto il comando di Drozin, erano dunque stati trasferiti in un nuovo piccolo e remoto campo d'addestramento in Cecenia, dove effettivamente avevano ricevuto un addestramento aggiuntivo per trasformarli in un'unità specifica per l'antiterrorismo.
Con il passare dei mesi (il trasferimento, e conseguentemente il reclutamento di Drozin e dei suoi uomini, era stato effettuato nel gennaio di quell'anno), un paio degli appartenenti della squadra avevano espresso l'intenzione di tirarsi indietro, ma gli incidenti, durante addestramenti estremi come quello a cui erano sottoposti, erano purtroppo frequenti. Uno era bastato per risolvere del tutto la questione. In seguito, non c'erano più stati problemi di quel genere.
Di fatto, solamente due delle quattro squadre che si erano addestrate in quel campo, avrebbero partecipato all'operazione, e il compito di scegliere quali era stato di Drozin. Non si era trattato di una decisione molto semplice. Non aveva a che fare con dei professionisti, e peraltro quello era un aspetto che non gli sembrava più molto rilevante. Alla fine, aveva comunque selezionato gli elementi migliori, pur sapendo che, ad un certo punto, non avrebbe più fatto differenza.
Sì, avevano scelto proprio l'uomo giusto per il lavoro giusto. E tutto a causa di quell'incidente...
Drozin ignorava che la morte di sua moglie non era stata affatto una fatalità.

Ora era a meno di cento metri dal cancello, ma la guardia non aveva ancora dato alcun segno di aver notato qualcosa. Apparentemente pareva intenta a fissarsi i piedi, ma forse si era già addormentata.
Come le altre sentinella nel complesso, inoltre, portava il fucile d'assalto sulla schiena. Con queste premesse, l'operazione poteva davvero riuscire, pensò Drozin, ridendo tra sé e sé. Non voleva attirare l'attenzione del soldato del KGB prima di quando non fosse stato necessario.

Era una vera stronzata. Come poteva pensare di riuscire a colpire un bersaglio, appollaiato in posizione precaria su quel fottutissimo albero?
Il tiratore della prima squadra, Titov, non aveva mai sparato in simili condizioni.
Non sapeva proprio se sarebbe stato in grado di colpire il bersaglio.
Cercando di reprimere, almeno per un po', quelle deleterie preoccupazioni, continuò a seguire il suo bersaglio attraverso l'ottica del suo fucile di precisione.
Nonostante le varie sensazioni, per lo più contraddittorie, che lo attanagliavano, la prospettiva di dover aprire il fuoco lo preoccupava abbastanza. Non si trattava solamente di un problema morale, anche se lo era in gran parte. Naturalmente era stato addestrato per anni, in vista della prospettiva di dover togliere la vita ai nemici del suo paese, ed era sicuro di poterlo fare molto bene, ma il problema era annidato proprio lì. Nonostante fosse conscio che anche quell'operazione avrebbe contribuito alla salvezza della nazione, non riusciva a comprendere come essa avesse potuto stabilire che ora il nemico fosse costituito da alcuni soldati del suo stesso esercito.
Aveva degli ordini e non li avrebbe contestati, ma sperava di non dover premere il grilletto. Alcuni interrogativi, che ora poteva facilmente reprimere, si sarebbero altrimenti imposti prepotentemente.
Il
(bersaglio)
soldato, non sembrava essere del KGB, stava camminando verso ovest, parallelamente alla facciata del complesso residenziale, e non sembrava consapevole di quello che stava accadendo attorno a lui. Da quella distanza, era comunque un bersaglio facile, soprattutto se si fosse fermato. Non credeva di poter rischiare un colpo in testa con un bersaglio in movimento, anche se c'era poco vento. Inoltre, sapeva bene di non avere alcun margine di errore. Sperava che il suo compagno, la cui posizione era a destra della sua, ne fosse altrettanto consapevole.

Ora che era più vicino, si rese conto che la sentinella doveva davvero essere prossima a cedere al torpore. Meno di 20 metri lo separavano dal cancello, ora. Calpestò del tutto deliberatamente una foglia secca di quelle presenti sul margine della strada.
Questo fu sufficiente per far trasalire l'uomo del KGB.
<<Ma cosa...Ah, compagno...colonnello...cosa sta succedendo?>>
Ancora confusa, la sentinella fece qualche passo in avanti.
Drozin mantenne un'espressione di severo rimprovero sul volto.
<<Sono il colonnello Drozin del GRU, e sono stato inviato qui per una valutazione sulle misure di sicurezza. Mi pare di capire, da quello che vedo, che la mia presenza sia effettivamente necessaria...>>
Non fece in tempo ad aggiungere altro.
Il sergente Alekin piombò alle spalle della sentinella, e con un movimento rapido e preciso, procedette a tagliarle la gola con il pugnale. La lama penetrò in profondità, lacerando carotide e trachea. Alekin non aveva stordito la guardia, e c'era il rischio che dalla trachea esposta potessero essere emessi comunque dei suoni, ma non avvenne. Drozin si scansò di lato appena in tempo, per evitare il sangue che cominciò a fuoriuscire copioso dalla ferita, schizzando, in un primo momento, da tutte le parti. Alekin accompagnò fino in terra il corpo della guardia, che continuò a dimenarsi per una ventina di secondi, prima che sopraggiungesse la morte.
All'interno del complesso, nessuno si era accorto di nulla. Il soldato che girava attorno alle due baracche era al momento dall'altro lato delle stesse e non poteva vedere cosa stesse succedendo al cancello.
Il sergente trascinò il cadavere tra i cespugli, non troppo lontano dal cancello, poi si voltò verso la foresta, dove i suoi uomini stavano attendendo e fece loro cenno di avanzare.
La squadra si avvicinò rapidamente e si radunò attorno al cancello.
Da quel momento, la situazione diventava incredibilmente delicata.
Presto la guardia che faceva la sua ronda attorno alle baracche, avrebbe svoltato l'angolo e sarebbe ricomparsa alla vista. L'illuminazione, all'interno del complesso, era scarsa. Le uniche fonti luminose erano le lampade poste davanti alle porte d'ingresso delle due baracche, e quella all'entrata dell'edificio residenziale. Gli altri lati delle due baracche erano immersi nelle tenebre e le porte si aprivano sul lato ovest.
In effetti, notò Drozin, le due baracche, di recente e frettolosa realizzazione, non erano nulla più che grotteschi prefabbricati. Probabilmente avevano solo qualche branda, e di sicuro niente riscaldamento. Era sicuro che fossero state realizzate per ospitare momentaneamente il contingente militare di rinforzo. Di sicuro, non vi dormivano le guardie del KGB. I cekisti non potevano di certo correre il rischio di gelarsi i coglioni.
La guardia girò attorno alla seconda baracca, e si diresse verso la prima. Era nuovamente visibile, ma difficilmente avrebbe potuto notare Drozin e i suoi uomini, stesi in terra davanti al cancello e, se immobili, pressoché invisibili.

Ora era per lo più una questione di pazienza. Non sapeva esattamente quanto avrebbero dovuto attendere, ma in ogni caso si aspettava di dover pazientare per almeno una mezz'ora.
La parte più difficile dell'operazione, comunque, spettava a loro e non alla seconda squadra, che avrebbe solamente dovuto fare un po' di casino.
Per quanto riguardava i suoi uomini, Drozin sapeva che il fattore tempo era determinante. La maggior parte di loro erano piuttosto giovani, e la pazienza non era una delle loro principali qualità.
Il loro nervosismo sarebbe aumentato nei prossimi minuti, e c'era il rischio concreto che qualcuno perdesse la testa e cominciasse a sparare. A Drozin non interessava particolarmente della sorte della sua squadra, ma non poteva rischiare che mandassero all'aria tutta l'operazione.
Si voltò lentamente, di notte l'occhio umano individua molto più facilmente figure in movimento, e verificò rapidamente lo stato degli elementi della sua squadra.
Drozin notò che perlomeno erano distanziati quel tanto che bastava per evitare, ipoteticamente, di essere colpiti dalla stessa raffica-
Era chiaro che la situazione, unita all'operazione improvvisa, priva di qualsiasi pianificazione preliminare, li innervosiva pericolosamente e probabilmente la faccenda sarebbe stata molto più complicata se avessero saputo quello che sarebbe successo.
All'incirca 10 minuti dopo, arrivarono le due scariche radio. Significava che la seconda squadra era in posizione, pronta a dare il via a quella bizzarra commedia. Ma Drozin doveva attendere ancora un segnale, prima di dare il via libera.
Attendere ancora sarebbe stato pericoloso, perchè qualcuno si sarebbe potuto accorgere dell'assenza della sentinella al cancello, ed inoltre, in seguito avrebbe potuto appurare con un certo disappunto che i checkpoint non rispondevano alle chiamate radio.
Ma, d'altro canto, non poteva agire fin quando non avesse ricevuto la conferma dal segnalatore.
Perlomeno, se non voleva mandare, proprio ora, tutto a puttane.
La guardia, nel frattempo, aveva proseguito il suo giro attorno alle baracche, per poi entrare all'interno della seconda.
Comprensibilmente, l'aria alla base sembrava decisamente distesa, e la maggior parte dei soldati non doveva prendere troppo sul serio le attività di pattuglia. Meglio così, anche perchè l'operazione era un rischio clamoroso anche senza la necessità di altri problemi imprevisti.
In verità, era praticamente impossibile organizzare un'operazione del genere, in poco più di un giorno, e attendersi poi che avesse successo.
Anche dopo un'accurata pianificazione, con il giusto addestramento, e gli uomini giusti, la percentuale di successo di operazioni del genere era sempre molto scarsa. Drozin aveva qualche esperienza in merito, un dubbio retaggio delle sue attività in Afghanistan. Ma avrebbe fatto del suo meglio per riuscire anche in questa follia. In fin dei conti, sarebbe stata comunque la sua ultima missione.
Rispose alla chiamata radio con una sola scarica, che significava "roger".
Dopo altri cinque minuti, giunse finalmente la conferma che anche il "segnalatore" era in posizione.
Alle tre scariche radio, Drozin rispose nuovamente con una, poi si voltò verso la sua squadra e alzò due dita della mano destra, a segnalare che stavano per avere inizio le danze.
Drozin diede il via all'operazione con quattro scariche consecutive. Dopo, poteva solamente sperare che le cose andassero come previsto, ma non ci contava troppo.
Meno di un minuto dopo, la seconda squadra aprì il fuoco sulle posizioni "nemiche", ma il termine risultava quantomai inopportuno, presso gli hangar.
La reazione della guarnigione al complesso principale, non si fece attendere.
In breve tempo regnava il caos più totale.
Alcune sentinelle si precipitarono all'interno del complesso, mentre i camion Ural venivano messi in moto, e i soldati all'interno delle baracche si equipaggiavano in fretta e furia, prima di precipitarsi all'esterno e di salire sui veicoli.
L'attenzione di Drozin, però, rimase tutto il tempo rivolta verso l'area coperta dal telone mimetico.
Dalla sua posizione, anche a causa della scarsa visibilità, non riusciva a scorgere le sagome dei vari veicoli che erano occultati sotto al telone, ma non ne avrebbe avuto bisogno.
Sempre che il loro uomo non combinasse qualche casino e, soprattutto, che agisse come gli era stato ordinato.
Era questo il problema di operazioni così complesse. Le variabili erano tante, troppe, e in genere erano rappresentate da individui.
Un solo errore, da parte di ciascuno dei partecipanti, diretti o indiretti, e la situazione sarebbe precipitata. Una minima turbolenza, e Drozin sarebbe morto invano. Da un certo punto di vista, non era una prospettiva tanto terribile, ma era sicuro che avrebbe dovuto fare qualsiasi cosa per portare a termine ciò che aveva iniziato. In un certo senso, lo svolgimento dell'operazione e la sua vita, sarebbero stati affini, e avrebbe portato a termine entrambe le questioni insieme.
Ancora una volta, però, dovette ammettere che quel destino per il momento, non era nelle sue mani.
Si chiese se l'ufficiale fosse stato comprato, oppure se avesse aderito all'Unità a causa di motivazioni ideologiche. Gli sembrava più probabile la prima possibilità, soprattutto considerata la fine che, invariabilmente, avrebbe fatto, anche se ancora non lo sapeva. Se tutto fosse andato bene, comunque, non avrebbe nemmeno avuto il tempo per rendersene conto. A Drozin sembrava un destino clemente, tutto sommato.
Il flusso dei suoi pensieri, però, fu interrotto dal segnale che stava aspettando.
Gettò solo una rapida occhiata a quanto stava avvenendo più a sinistra, constatando che il primo Ural era pronto a partire e che i soldati erano già saliti all'interno, poi rivolse la sua attenzione al telone mimetico.
Tra le indistinte sagome dei veicoli, si accesero due fari, rivelando la presenza di un altro camion.
Quello, però, era il "loro" camion.
I fari si accesero solo per pochi secondi, quanto bastava perchè vi fosse la certezza che Drozin li avesse visti.
Altri soldati stavano uscendo dall'ingresso del complesso, insieme a qualche ingegnere piuttosto confuso, che fu prontamente rispedito all'interno, luogo considerato, a torto, sicuro.
Drozin valutò che la situazione era sufficiente a permettere il passo successivo dell'operazione.
La confusione era tale che difficilmente qualcuno avrebbe prestato attenzione, o si sarebbe accorto della presenza di un altro Ural. E comunque sarebbe dovuto restare fermo solo per poco tempo, poi non avrebbe avuto più importanza.
Drozin sperava che il loro contatto non perdesse tempo, ma che cogliesse l'occasione che si stava presentando. Per fortuna, andò così.
Senza attendere una qualche risposta, che comunque non era stata contemplata durante la breve pianificazione, l'autista del camion, il caporale Andreev, mise in moto.
Il colonnello osservò la silhouette del camion emergere tra le sagome degli altri veicoli e proseguire lentamente verso sud.
Fermò il veicolo dopo aver lasciato più o meno una ventina di metri tra esso ed il deposito degli Shilka. Almeno in linea teorica, da quella posizione sarebbe potuto essere individuato dal segnalatore con relativa facilità.
Il caporale Andreev non conosceva i dettagli, e a dirla tutta non sapeva nemmeno il perchè di quelle singolari azioni. Era convinto che qualcuno avrebbe prelevato il carico di lì a poco, ma era solo una sua supposizione, e non capiva perchè gli fosse stato ordinato di fermarsi lì, solo pochi metri più in avanti. Ma, del resto, erano informazioni cui lui non avrebbe mai potuto avere accesso, a maggior ragione dato che si trattava di una "operazione speciale". In ogni caso il suo compito, per quanto bizzarro e forse pericoloso, sarebbe stato ben retribuito, e questo era un argomento che soppiantava tutti gli altri.
Drozin osservò il veicolo fermarsi. Con i fari spenti, forse non sarebbe nemmeno stato avvistato. Inutile dire che, in quel caso, sarebbe stato tutto molto più semplice.
I cinque minuti successivi sarebbero stati decisivi, sotto tutti i punti di vista.

Su una formazione collinare a circa 800 metri di distanza, il segnalatore era pronto ad entrare in azione.
L'attesa era stata lunga e snervante, e avrebbe voluto fumarsi almeno una sigaretta, ma sapeva che non si trattava esattamente di una buona idea, date le circostanze. E, in ogni caso, era finalmente giunto il momento di fare la sua parte.
Non sapeva esattamente il perchè di quello che stava accingendosi a fare, ma non gli interessava.
Se in un primo momento aveva pensato a una qualche specie di esercitazione, per quanto inusuale, i colpi d'arma da fuoco avevano smentito quella possibilità.
Di qualunque cosa si trattasse, lui non voleva esserne coinvolto più di quanto non fosse necessario.
Dopo quell'operazione, se tutto fosse andato bene, e non c'erano motivi per dubitarne, avrebbe finalmente lasciato da parte gli incarichi operativi. Chissà, magari qualche incarico nella "due" del KGB.
Ma adesso doveva fare la sua parte, per quanto noiosa potesse essere.
Con il mirino a infrarossi, l'identificazione dell'autocarro fu rapida e semplice.
A quel punto, si trattava solamente di attivare il telemetro. Prese attentamente la mira, e poi ebbe cura di non spostare lo strumento. Il suo compito era praticamente esaurito. Niente di esaltante.


Il Sukhoi Su-27 (per la NATO, "flanker") era davvero un aereo da caccia maneggevole. Dopo le sue precedenti esperienze sul MIG-25R ("Razvedchik" o "ricognitore"), Urenev ne era assolutamente persuaso.
Scese di quota e diminuì la velocità, prima di eseguire una stretta virata che l'avrebbe portato sulla direttrice d'attacco. Come il segnalatore, anche Urenev non aveva la più pallida idea di quale fosse il suo obiettivo (e perchè), ma gli era stato detto piuttosto chiaramente che non si trattava di domande che avesse il diritto di fare. Supponeva che si trattasse di un qualche genere di esercitazione speciale, ed il fatto che dovesse restare segreta, contribuì ad accentuare la sua eccitazione per quel compito, così insolito. Doveva per forza di cose trattarsi di un incarico importante, e Urenev era contento che l'avessero affidato proprio a lui.
Non si sarebbe trattato di nulla di troppo complicato, anzi, una vera e propria banalità, ma non aveva alcuna importanza. L'esigenza della più totale segretezza, doveva pur significare qualcosa. Magari, una volta eseguita la missione, lo avrebbero trasferito ad un'altra squadriglia.
Aveva superato le montagne del Caucaso settentrionale da pochi minuti, ed ormai doveva essere in vista del bersaglio.
Sì, ecco la conferma.
Il bersaglio era stato "illuminato". Bene, ora il suo compito sarebbe stato semplice e rapido da eseguire. Scese ancora di quota, non voleva correre il rischio di commettere qualche errore proprio ora, verificò l'avvenuta acquisizione del bersaglio ad opera del sistema di guida presente nella "testa" della bomba, e poi attese solamente di essere abbastanza vicino all'obiettivo, prima di sganciare.

Drozin immaginava che non avrebbe potuto udire il sibilo della bomba, e con ogni probabilità, tanto meno la detonazione. Poteva però sentire l'inconfondibile rombo dei motori a turboventola del caccia, che però non era particolarmente intenso, nonostante dovesse essere ormai molto vicino.
Non si fece domande, e considerò tutto il fenomeno come qualcosa si assolutamente normale, quando si rese conto che quel suono, in alcuni momenti molto simile ad un acuto stridio, era uguale al pianto del suo Misha. Gli altri interrogativi, (il bersaglio sarebbe stato colpito? l'esplosione sarebbe stata sufficiente per innescare il processo? I suoi compagni avrebbero intuito quanto stava per accadere? Avrebbero reagito in qualche modo?) improvvisamente non ebbero più importanza Non capiva, invece, perchè suo figlio stesse piangendo, dopotutto, ora Drozin l'avrebbe forse potuto raggiungere. I sensi di colpa tornarono assurdamente a tormentarlo, ma non sarebbero durati a lungo. Non questa volta.
Drozin sorrise, mentre alcune lacrime gli rigavano, quasi esitanti, il volto.

La KAB-500L era un nuovo modello di bomba a guida laser, basta sui prototipi testati in Afghanistan, e vagamente analogo alla serie Paveway degli Stati Uniti. Pesava all'incirca 530 Kg, dei quali almeno 400 erano costituiti dalla testata esplosiva ad alto potenziale.
Una volta sganciata dal caccia, il sistema di guida l'avrebbe portata esattamente sul bersaglio.

Fu tutto molto rapido, ed effettivamente il processo di fissione nucleare ebbe inizio prima ancora che l'onda sonora dell'esplosione si propagasse fino alla posizione di Drozin.



6
Exeunt omnes


All'incirca all'una del 10 novembre, la "salvezza dell'Unione Sovietica" illuminò a giorno quella notte, anche se solo per qualche frazione di secondo. La prima cosa visibile, fu senza dubbio il lampo, seguito dall'onda d'urto e dall'irradiazione di calore. L'innesco causò la generazione di un'enorme quantità di fotoni, formando un lampo di luce di intensità incommensurabile. Tutte le persone nel raggio di parecchi chilometri, che ebbero la sfortuna di guardare in direzione dell'esplosione, furono permanentemente accecate.
Il complesso di ricerca scomparve in un'enorme sfera luminosa di gas compressi, seguita poi dall'innalzarsi della nube a forma di fungo, un'immensa colonna di vapore e detriti che si alzò in alto nel cielo, con una sardonica indifferenza.
Cala il sipario.


7
"...To the legion of the lost ones,
To the cohort of the damned..."

Ruyard Kipling "Gentlemen-Rankers"


<<Allora, Sobolev, sei soddisfatto? Puoi ora dirmi perchè? Perchè l'hai fatto?>>
Di nuovo quella voce.
Ora la sua mente è stranamente più lucida, per quanto abbia la sensazione di essersi appena svegliato da un sogno.
La confusione residua comincia lentamente a scomparire, e Sobolev si trova nuovamente a fissare l'uomo in uniforme.
Dietro quella ambigua figura, il colonnello può scorgere la proiezione di un'altra immagine.
Questa volta si tratta del "fungo atomico". La qualità dell'immagine non è eccelsa, ma il suo contenuto rimane decisamente eloquente.
Pochi secondi gli sono sufficienti per constatare il permanere dell'insensibilità degli arti.
Il disappunto che ne deriva, però, questa volta è significativamente più intenso. La soglia percettiva sembra essere sensibilmente diminuita, e gli stimoli esterni giungono con maggiore facilità.
È convinto che anche la sua capacità di concentrazione stia lentamente aumentando, ma ancora non rientra nella norma.
Pazienza. Dovrà solamente attendere. Interpreta il parziale ritorno della lucidità, come il preludio ad un risveglio, ed è sicuro che questa sua esperienza onirica, finalmente, stia giungendo al termine.
Non sa cosa lo attenderà in seguito, è una sensazione che non ha mai provato prima, ma vuole credere che sia semplicemente un incubo più intenso e "reale" del solito.
Insomma, non può che essere così.
<<Perchè?>>
L'interrogativo dell'uomo in uniforme rimane sospeso nell'aria.
Il colonnello si rende conto di non riuscire a distogliere lo sguardo dall'immagine di quella mostruosa nube, e in un certo senso, si fa strada in lui una bizzarra sensazione, che trova del tutto ingiustificata. La foto dell'esplosione nucleare, scattata presumibilmente dopo 30 secondi dall'innesco, sembra a Sobolev un'implicita accusa. In minima parte, ma sufficiente ad essere disturbante, si sente effettivamente colpevole.
Eppure, che motivo ha, per sentirsi in questo modo?
<<Ti ho fatto una domanda...perchè l'hai fatto?>> questa volta il tono è duro, anch'esso sembra contenere una dura accusa.
<<Io non ho fatto nulla!>> è la debole protesta di Sobolev. <<Ho fatto...ho fatto solamente il mio dovere. Non ho avuto alcun ruolo in...in tutto questo...>>
<<Ma certo! Certo, tu sei innocente. Non hai fatto esplodere tu, l'ordigno nucleare. Naturalmente. Come potevi sapere? Cosa potevi fare?>> la risposta dell'uomo in divisa è sarcastica in un modo intollerabile.
Sobolev non capisce la legittimità di quelle accuse. Non ha contribuito davvero a rendere possibile la parte operativa del progetto RYAN, lui si è limitato a fare quello che era il suo preciso dovere.
<<Tu sapevi>> Quella dell'uomo non è una domanda, e Sobolev non tenta nemmeno di replicare. Sì, lui sapeva. E capisce anche dove stia il problema. Lui sapeva, lui aveva la possibilità di fermare tutto quanto. Avrebbe potuto farlo davvero? Probabilmente sì, se avesse preso una diversa decisione...Ma ha già preso, sul serio, una decisione? Non riesce a ricordare.
<<Sapevi, eppure hai scelto di lasciare che accadesse. Non sei sicuramente stato l'unico, che avrebbe potuto cambiare le cose, ma questo non ti esonera certo dalle tue responsabilità. In questo momento, tra le varie motivazioni, voglio sapere le tue. Perchè non hai fatto nulla?>>
<<L'ho fatto per la salvezza della mia, della nostra Patria>> replica Sobolev, ma nemmeno lui è convinto della verità di quelle parole.
<<Per la Patria? E perchè tutto questo? In che modo ne avrebbe garantito la salvezza?>>
Anche in questo caso, il colonnello sa bene come dovrebbe rispondere, ma gli sembra che si tratti di un'altra menzogna. Ma è l'unica cosa che gli rimanga, a cui potersi aggrappare.
<<La Guerra Fredda...quel continuo accumularsi di incomprensioni e tensioni...il precario equilibrio mondiale non avrebbe potuto reggere ancora a lungo...>>
Viene quasi subito interrotto, e lui si sente quasi sollevato. Il peso di quelle menzogne comincia a farsi insopportabile.
<<Sono tutte stronzate! Non ci hai mai creduto, e credo proprio che mai ci crederai. E preferisco precederti, lasciamo da parte tutte le scemenze sulla patria e sul partito. A te non frega un cazzo del tuo paese, e tanto meno dei coglioni che lo guidano. Dannazione, non si può nemmeno dire che tu sia egoista, in un certo senso, dato che non hai avuto nemmeno la volontà di agire a tuo esclusivo vantaggio. Con queste premesse, spero che finalmente potremo cominciare a comunicare davvero. Quello che mi preoccupa è che tu possa essere realmente convinto di avere agito guidato da motivazioni del genere.>>
Sobolev non ha valide argomentazioni per confutare le accuse che gli sono rivolte, tanto più che, nonostante faccia fatica ad ammetterlo, è convinto che possa trattarsi effettivamente della verità.
Ma allora, perchè l'ha fatto?
Si rende conto che le motivazioni posso essere molteplici, e che non devono necessariamente essere chiare e comprensibili come quelle che costituivano il suo alibi. La cosa lo spaventa, perchè acuisce la sua sensazione di avere poco controllo sulle sue azioni. Si chiede se anche altri abbiano percezioni affini, ma lo considera un pensiero stupido.
<<Sai, può tranquillamente succedere. Quando non si è in grado di trovare una risposta, tanto vale inventarsene una, in fondo la differenza non è poi molta, e la mente umana fatica a distinguere tra le esperienze reali e quelle fittizie, sempre si possa davvero fare una distinzione. Alla fine, senza nemmeno troppe difficoltà, si arriva ad essere sinceramente convinti che la risposta sia davvero quella. Succede spesso, ed è perfettamente normale. Non è tanto grave che tu non possa riuscire a distinguere la verità, ma invece lo è il fatto che, nonostante l'abbia davanti ai tuoi occhi, tu preferisca ignorarla, perseverando con le tue menzogne. Ma credo sia il momento di smetterla, di fare il passaggio dalla tua "realpolitik" ad una più decisa "weltpolitik".
Credimi, io lo so. Anche tu lo sai, in realtà, ma hai preferito far finta di nulla. Sai, credo che, come molte altre persone, tu sia stato, almeno in partenza, vittima di una errata concezione della vita.
Molti la vedono come un percorso, un percorso di cui siano note punto di partenza e destinazione, con in mezzo uno spazio piano sconfinato, dove ciascuno ha la possibilità di tracciare la propria personale strada. È una bella visione, dico davvero, ma è anche un'illusione da distruggere quanto prima.
Non c'è uno spazio libero, con qualche sporadico ostacolo da superare, ma piuttosto vi è un insieme di ostacoli, con qualche sporadico spazio in mezzo.
Non si tratta di tracciare la propria strada, e poi di avere il coraggio di percorrerla, ma si tratta di un continuo tentativo di evitare gli ostacoli, vagando a zig zag in mezzo ad essi. Non ci sono molte possibili deviazioni, e nessun percorso chiaro e rettilineo. Non si prendono iniziative, ma ci si adatta alle circostanze, cercando di scegliere ed identificare il minore tra i mali. E si prosegue, passo dopo passo, pensando solamente a quello successivo, e a quello successivo ancora, come se potessero nascondere, all'improvviso, la risposta alle proprie esigenze ed alle proprie domande.
Ma non è mai così, si continua ad avanzare tra gli ostacoli, con la mente spesso rivolta al futuro, e a quello che potrebbe serbare, ma alla fine ci si rende conto di essersi solamente avvicinati, sempre più ed inesorabilmente, alla comune meta. E ci si rende conto, magari, che quella destinazione non la si vuole nemmeno raggiungere, che i propri sforzi non erano mai stati tesi in quella direzione, ma in quella di un "qualcosa", che però non è mai esistito. Altri, invece, possono invece accorgersi che quello che vogliono è proprio raggiungere quella destinazione, e si interrogano, inaspettatamente sul perchè abbiano fatto tanta fatica, quando avrebbero potuto optare per qualche mezzo più rapido, come magari un treno, un aereo, o qualcos'altro ancora...dipende chiaramente da quale metodo scelgono poi di utilizzare...un cappio, un proiettile nella tempia, cose di questo tipo. Ma la chiave, te l'ho detto sta nella tua percezione della faccenda...>>
Quel sogno, se di sogno si tratta, sta assumendo i connotati di un vero e proprio delirio, e ora che Sobolev può in parte coglierne le varie sfumature, diventa una tortura difficilmente sopportabile. Ma è un destino al quale, apparentemente, non può sottrarsi.
<<Per un certo periodo, probabilmente anche tu hai avuto una visione di questo genere, visione che poi è stata frustrata dalla realtà, dall'esperienza. Ed è triste che tu non ti renda conto dei veri motivi che ti hanno spinto ad aggregarti ad un'impresa folle come questa, è assurdo che tu non capisca quanto puerile sia la tua reale motivazione, quanto nulli siano i tuoi ideali.
Se pensavi, magari non del tutto consciamente, te lo concedo...se pensavi di poter cambiare le cose, beh, spero tu abbia capito che ti sbagliavi. Perchè in un certo senso è questo che volevi, non è così? Con la testata nucleare, con il conflitto, è questo che volevi ottenere...spazzare via tutti quegli ostacoli. E dopo? Una fantasia verrà sostituita da un'altra. Diversa nel nome, uguale nella sostanza. No, non cambierebbe assolutamente nulla. Con quello che stai per fare, seppure indirettamente, tu non stai per crearti forzatamente delle altre possibilità, ti stai solamente precludendo quelle che ti sono rimaste.
Gli interrogativi che ti sei posto, e ai quali non hai saputo trovare una risposta, nell'ultimo periodo, sono sempre stati due, e sempre gli stessi. Ad uno hai trovato una risposta, per la verità, ma non hai saputo riconoscerla, o forse non hai voluto. Chiunque dotato di una certa elasticità mentale è in grado di arrivare alla conclusione che le differenze tra reale ed irreale sono poche ed inconsistenti. Allo stesso modo, dovresti sapere che una fantasia vale tanto quanto qualsiasi altra, devi solamente scegliere quella che preferisci, e continuare in quella direzione. Il resto è relativo, e non ha importanza.
Quanto all'altro interrogativo, dovresti chiederti perchè non sei in grado di trovare una risposta, e soprattutto perchè tu la stia cercando a tutti i costi. Pensi davvero che anche le tue sensazioni vadano razionalizzate? Pensi che così facendo diventino più reali? Quelle sensazioni, quelle emozioni, sono l'unica cosa che ti rimane, dovresti davvero essere così ansioso di distruggerle?
In definitiva, la scelta finale è sempre tua. Non cullarti in consapevolezze inesplicabilmente rassicuranti, che ti permettano di demolire la responsabilità, perchè è l'unica cosa che ti possa permettere di vivere. Non è troppo tardi per cambiare le cose, devi solamente stabilire quali siano le tue reali priorità, e quali siano le tue reali intenzioni. Ti interessa ancora il percorso, per quanto doloroso ed imperfetto, oppure vuoi solamente raggiungere la tua destinazione?>>
Dopo aver finito di parlare, l'uomo in uniforme comincia ad avvicinarsi lentamente al colonnello, il quale è sicuro che potrà finalmente vederlo in faccia. Si chiede improvvisamente cosa potrebbe succedere se lui dovesse davvero riuscire a vedergli il volto, e gli sembra che possa trattarsi di una faccenda affine a quella della morte nell'esperienza onirica. Tutto d'un tratto, non è poi così sicuro di voler vedere. Ma misericordiosamente, mentre nella sua mente risuonano i passi della figura in uniforme, pronta a ghermirlo, la stanza comincia a vorticare e Sobolev viene confortato dall'ennesimo dolce abbraccio dell'oblio.


Parte 3: Veglia

1
Deus ex machina


Sobolev si svegliò quasi di soprassalto. La prima cosa che fece, una volta raggiunto uno stadio di coscienza e lucidità accettabile, fu di controllare data e ora. Erano le 6 di mattina. Le sei di mattina del 9 novembre 1983. Sarebbe stata una giornata memorabile.
La prima cosa da fare, però, era una doccia. Aveva molto da fare e doveva svegliarsi per bene, per poter assolvere ai suoi numerosi compiti.
Raggiunse celermente il bagno, e contemplò per qualche minuto la sua immagine riflessa nello specchio. Quello che vide non gli piacque per niente.
Aveva davanti a sé un uomo stanco, un vecchio sotto tutti gli aspetti. Ma questa volta, l'impatto della realtà fu meno doloroso, e non poteva in alcun modo sopprimere l'esaltazione che provava, ora che avrebbe avuto la sua occasione.
Dopo aver fatto la doccia, ed aver bevuto un buon caffè, Sobolev si sentiva pronto per cominciare quella difficile giornata. Non sapeva bene, quando, ma durante la notte qualcosa era cambiato. Molte cose erano cambiate. Come fosse accaduto, era qualcosa sui cui avrebbe potuto solamente formulare sterili congetture. Conservava dei vaghi ricordi, ma si trattava di frammenti indistinti, qualche immagine confusa, anche se ricordava bene alcune precise sensazioni, per quanto non fosse in grado di associare al contesto preciso in cui si erano manifestate. Comunque, ad avere importanza era solamente che i dubbi si fossero finalmente dissipati. Non gli importava come fosse accaduto.
Ora aveva preso una decisione, lo sentiva, e per quanto non fosse quella che si era aspettato, sapeva che era la cosa giusta da fare. La sensazione di tranquillità che scaturì da quella decisione fu un'esperienza nuova, o così gli sembrò in quel momento.
 
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Ma non poteva concedersi il lusso di crogiolarsi nel suo ritrovato benessere.
Per prima cosa, il rapporto.
Si sedette alla sua scrivania, e incominciò a scrivere. Ancora una volta, la stesura di una lettera all'immaginaria figlia evocò una serie di emozioni spiacevoli e contraddittorie, ma questa volta gli fu facile reprimerle.
Scrisse più del solito, e gli fu abbastanza difficile, riuscire ad inserire nel contesto della lettera, le informazioni che doveva assolutamente far avere al Centro. Riuscì ad inserire anche alcuni nomi, ma non poteva dirsi certo che sarebbero stati interpretati correttamente.
Anche con informazioni più ordinarie, quel rischio era decisamente concreto, e in alcuni frangenti gli analisti avevano completamente travisato il senso di alcune sue precedenti lettere. Un paio di volte era stato costretto a riscriverle. Del resto, se volevano tanta discrezione, quello era il prezzo da pagare.
Per la prima volta, dopo diverso tempo, la lettera non avrebbe contenuto nessun riferimento ai "segni rivelatori" di un ipotetico attacco nucleare. I segni rivelatori che voleva evidenziare Sobolev, erano di tutt'altro genere, per quanto le conseguenze potessero essere le stesse.
Il problema seguente, concerneva il modo per contattare il Centro e fargli avere informazioni più dettagliate e meno criptiche. Il suo ruolo all'interno dell'Unità, lo rendeva senza dubbio soggetto a controlli rigorosi, e non poteva correre il rischio di compromettersi prima di essere riuscito a mettere a conoscenza il KGB del rischio che la nazione stava correndo.
Non gli sembrava che le opzioni fossero molte, in ultima analisi. Era abbastanza evidente che Zarubin era coinvolto nell'Operazione, e le informazioni di cui disponeva non potevano viaggiare attraverso i canali canonici. D'altro canto, l'unica altra possibilità era proprio quella di affidarsi a qualcun altro, che avesse modo di contattare il Centro. Ma chi?
E se avesse lasciato fuori il KGB, per il momento? Del resto, al suo interno vi erano fin troppe personalità influenti coinvolte nel Progetto, che sarebbero state messe immediatamente sull'avviso, e in quel caso...
No, doveva trovare un'altra strada. La risposta gli giunse all'improvviso, e con essa arrivò anche la soluzione. Il GRU. E quindi Petrenko. Sì, era l'unica soluzione,
Prese un altro foglio, e cominciò a compilare un elenco. Nomi, i rispettivi ruoli all'interno dell'Unità, e quel poco che conosceva delle specifiche dell'Operazione. Non era poi molto, sapeva bene di non avere accesso a tutte le informazioni, ma pur sempre qualcosa, e probabilmente sufficiente per fermare "RYAN".
Doveva solo sperare che Petrenko, al momento opportuno, capisse.
Una tenue speranza, ma pur sempre l'ultima che gli restava.

La chiamata che Sobolev attendeva arrivò poco prima delle sette.
Il telefono prese a squillare, e il colonnello, che era riuscito a mangiare qualcosa e a incominciare a leggere un libro preso a caso dalla sua libreria, sollevò immediatamente la cornetta.
<<Sì?>> chiese, sapendo a grandi linee quale sarebbe stata la risposta.
<<Parlo con Sergej?>> domandò una voce decisamente impresonale.
<<No, nessun Sergej, temo che abbia sbagliato numero.>> fu la risposta, che confermò il luogo della consegna.
<<Grazie, mi scusi per il disturbo.>>
Il primo passo era fatto. "Sergej" stava a significare che l'incontro sarebbe avvenuto nell'atrio del complesso residenziale. Meglio così, non sopportava tutti i sotterfugi fini a se stessi.
Strano...
Quel pensiero, ma non solo quello, gli sembrava in qualche modo famigliare. Era curioso che l'incontro sarebbe nuovamente avvenuto nell'atrio, e anche pericoloso, dato che i protocolli prevedevano una precisa rotazione dei luoghi...
Ma era così? Era davvero la seconda volta di seguito, che lo scambio sarebbe avvenuto nello stesso posto? Non riusciva bene a ricordare, ma gli sembrava poco probabile. Era più facile che si fosse semplicemente confuso, e la sua memoria non era più quella di una volta.
Stai invecchiando. Era sempre la solita solfa, ma si trattava di una dose di verità che faceva sempre bene a somministrarsi.
Incontrò, come previsto, il funzionario dell'ambasciata nel piccolo atrio dell'edificio. Senza perdere tanto tempo in convenevoli, il colonnello consegnò la lettera, rispose al saluto del funzionario, e poi tornò in ascensore, in preda ad un nervosismo che tradiva le sue preoccupazioni per quello che si stava apprestando a fare.
Entrò di nuovo nel suo appartamento e rimise tutti i documenti nella valigetta. Come al solito, una volta giunto all'ambasciata, avrebbe dovuto distruggerli. Perlomeno quella routine sarebbe sempre rimasta invariata.
Avrebbe preso con sé anche la Makarov. Sapeva che non avrebbe corso alcun rischio, almeno durante la mattinata, ma non poteva dire lo stesso del proseguo della giornata, e gli sembrava un'ottima precauzione, vista la decisione che aveva preso. Stava cambiando, lo sentiva, ma non era il momento opportuno per lasciare da parte la prudenza. Si ripeté la classica inflazionata asserzione secondo la quale, nonostante esistessero agenti anziani ed agenti imprudenti, era molto più raro che vi fossero agenti anziani e imprudenti. Anzi, era un'eventualità che non si verificava pressoché mai. Di questo Sobolev era assolutamente convinto.
Quella mattina, la giornata sembrava essere decisamente diversa, e riflettere il suo nuovo stato d'animo. Il sole era alto nel cielo terso, e per una volta, la vista dei giardini dell'ambasciata gli procurò una sincera gioia. Si chiese se si trattasse di una reazione per la consapevolezza che forse sarebbe stata la sua ultima occasione per ammirare quello splendore, o se la responsabilità di quel comportamento inusitato fosse da attribuire al cambiamento che stava avvenendo in lui.
Di qualsiasi cosa si trattasse, era comunque bene accetta.
Dopo i controlli di routine, fastidiosi come al solito, Sobolev trovò Petrenko nella hall dell'ambasciata. Doveva essere lì da poco, e stava discutendo animatamente con uno dei suoi capi-reparto. Non fu necessario attirare la sua attenzione, perchè ad un certo punto troncò la conversazione e si voltò verso il colonnello. Forse aveva semplicemente l'intenzione di mettere più distanza possibile tra lui e quell'ottuso del suo sottoposto, ma se le cose stavano così, quando vide Sobolev, Petrenko cambiò immediatamente idea.
Gli bastò una rapida occhiata al volto del colonnello, ed alla sua espressione, per capire che c'erano delle novità. A confermare l'ipotesi, come se fosse necessario, il fatto che tenesse in mano delle fotografie. Petrenko sapeva bene di quali fotografie si trattasse.
A questo punto, Sobolev doveva semplicemente agire come gli era stato insegnato molto tempo prima, auspicando che Petrenko avrebbe fatto la sua parte.
Il tenente salutò il colonnello, il quale, in uno slancio di cameratismo, forse a causa della bellissima giornata, gli offrì una sigaretta, che Petrenko accettò di buon grado. Mentre cercava di prenderne una, a Sobolev cadde inavvertitamente il pacchetto di sigarette. Il tenente si chinò per raccoglierlo, e il colonnello lo ringraziò. A quel punto, dopo un rapido scambio di formalità, la consegna era stata effetuata.
Sobolev superò nuovamente l'oneroso ostacolo offerto dalle scale, e poi poté raggiungere il suo ufficio.
Si sedette alla scrivania, e poi fece una rapida telefonata. Il funzionario arrivò quasi immediatamente.
Sobolev non sapeva esattamente come comportarsi con Zarubin. Non aveva nessuna prova che lo collegasse con le attività dell'Unità, ma non per questo poteva fare a meno di cercare un modo per poterlo gestire.
Non sapeva esattamente se avesse potuto trovare qualcosa, ma valeva la pena di tentare.
Fu abbastanza vago, e disse solo che, nell'ambito di una investigazione della "due" (il secondo direttorato), era stata richiesta la collaborazione del colonnello. Quello che doveva fare, era tenere d'occhio, nei limiti del possibile, le attività del diplomatico Zarubin. Fornì al funzionario una macchina fotografica, tutti i dettagli di cui aveva bisogno, e l'unica raccomandazione di non parlare a nessuno del compito assegnatoli, il che non era affatto un problema.
In sostanza, questo era tutto ciò che Sobolev poteva fare per la questione "RYAN". Nel bene o nel male, lui aveva gettato i dadi. Avrebbe conosciuto i risultati solamente quella notte.
Adesso lo attendeva qualche ora del noioso ma necessario lavoro di scrivania. Era convinto che il tempo sarebbe passato comunque fin troppo rapidamente.


Drozin si trovava nel suo ufficio personale, e stava osservando le fotografie aeree dell'obiettivo, quando udì il rombo dei motori. Dapprima quasi impercettibile, si era fatto poi sempre più intenso.
Non erano previsti altri arrivi di materiali, al nuovo campo d'addestramento di Vedenskij, quindi di cosa si poteva trattare?
L'ufficio del colonnello si trovava nel piccolo edificio adibito a palazzina di comando, poco distante dai dormitori. In quel campo, le strutture erano relativamente poche, e tutte di grossolana realizzazione. Del resto, era stato allestito in un tempo terribilmente breve, ed era già un miracolo che Drozin potesse usufruire di un suo ufficio.
Le considerazioni tattiche in merito all'avvicinamento dell'obiettivo passarono improvvisamente in secondo piano, quando si rese conto che il convoglio doveva essere entrato nel perimetro del campo. Ma la conferma dei suoi timori giunse con le urla. Qualcosa era andato storto, decisamente.
Probabilmente c'era stata una fuga di informazioni, ma al momento la sua priorità era quella di uscire da quella situazione. Si trattava senza dubbio di uomini del KGB, ed erano lì essenzialmente per lui. La prima cosa che fece fu un gesto meccanico che aveva eseguito un centinaio di altre volte, in situazioni simili. Estrasse la pistola dalla fondina e mise una pallottola in canna. Per la verità, non ebbe il tempo di fare altro, perchè subito dopo udì la porta che cedeva, e i passi dei soldati che si riversavano all'interno. Dovevano attraversare un corridoio di sei metri scarsi, e poi sarebbero arrivati al suo ufficio. Aveva pure lasciato la porta aperta. Tanto peggio.
La porta stava nell'angolo in fondo a destra, rispetto alla posizione della sua scrivania. Si alzò in piedi, restando dietro la scrivania, per quanto non potesse offrire una vera protezione.
Si limitò ad ascoltare con attenzione, cercando di prevedere il momento in cui avrebbe fatto capolino la testa del primo della fila.
Ecco.
Alzò la pistola e premette il grilletto.
Aveva sbagliato di poco i tempi.
Il soldato riuscì appena a varcare la soglia, che fu colpito. Il proiettile lo colpì al naso, per poi essere deviato di poco dalla sua traiettoria e conficcarsi nel muro, insieme ad una generosa parte del setto nasale del soldato.
Drozin si spostò rapidamente di lato, muovendosi diagonalmente verso il centro della stanza, cosicché il volto del ferito comparve interamente alla sua vista. Aggiustò rapidamente il tiro e sparò di nuovo. Questa volta lo colpì in fronte. La testa del soldato scattò leggermente all'indietro, poi crollò al suolo.
Il colonnello aveva inclinato un po' il polso, ed il proiettile aveva colpito il bersaglio un po' più a sinistra. Una buona parte dell'area premotoria e della corteccia motoria primaria erano uscite dal foro d'uscita del diametro di una moneta, ed il giro fusiforme non esisteva più. Nonostante ciò, tecnicamente il soldato del KGB non era ancora morto. Sarebbe stato così ancora per poco, e per lui, comunque, non avrebbe fatto molta differenza.
Lo stimolo visivo contenente i risultati del suo tiro, guadagnarono l'accesso alla consapevolezza di Drozin solamente dopo circa 600 millisecondi, ma lui, a causa della retrodatazione, non se ne rese nemmeno conto. Dopo aver constatato la neutralizzazione della prima minaccia, aprì il fuoco su quella subito successiva, costituita da un altro soldato che stava scavalcando il corpo del suo compagno.
Dei tre colpi esplosi, due andarono a segno, colpendo l'uomo del KGB sotto l'ascella e sopra l'inguine. Lo shock ed il dolore lo fecero crollare a terra, mentre il terzo uomo della squadra che si era precipitata all'interno, sparava una raffica con il suo fucile d'assalto. La reazione era stata impulsiva e i colpi finirono per gran parte contro il soffitto. Drozin si spostò nuovamente di lato, cercando il minimo riparo che poteva offrire la sua scrivania. Il soldato varcò del tutto la soglia, ignorando i lamenti del secondo ferito, e sparò di nuovo. Nel frattempo il colonnello si era accucciato dietro alla scrivania, e anche questa raffica fu troppo alta. Solamente un proiettile colpì la scrivania. Drozin piazzò un proiettile nel torace del soldato, che si accasciò contro il muro. Aveva comunque mancato il cuore, e si maledisse per non essere riuscito a colpire nessuno dei suoi aggressori nei punti vitali. Uno di essi non era più in grado di costituire una minaccia, e forse era già morto, ma gli altri due...
Inoltre non aveva idea di quanti altri ve ne fossero all'esterno. Udì altre urla e qualche sparo, il che gli fece immaginare che qualche componente della sua squadra avesse opposto resistenza.
Che idioti.
Prese rapidamente la sua decisione. Si voltò e aprì la finestra sul muro dietro la scrivania. Le finestre erano poche ma ampie, per catturare tutta la luce possibile, per cui non ebbe problemi a calarsi all'esterno. Da lì, solamente una trentina di metri lo separavano dal reticolato del campo.
Cominciò a correre, senza badare a quello che accadeva attorno a lui, ma fu presto fermato da un proiettile 7.62 che lo colpì all'altezza del ginocchio destro, spezzandogli la rotula.
Crollò sulle ginocchia e alzò la pistola, in cerca di un qualche bersaglio. Quelli di certo non mancavano. Altri soldati stavano accorrendo, ed ormai era circondato. A quel punto, non gli intimarono nemmeno di gettare l'arma. Non avevano motivo di andare per il sottile, quando si trattava di un traditore. Se poi cominciava anche a sparare, beh, voleva davvero morire.
Fu raggiunto da un altro colpo al torace. Dalla pleura perforata, il liquido pleurico cominciò ad invadergli i polmoni. Per qualche attimo, il dolore fu così intenso da eliminare qualsiasi altra sensazione, poi sembrò quasi scomparire. Senza rendersene pienamente conto, Drozin si ritrovò steso in terra. Ebbe la forza di alzare la pistola, senza puntarla in una direzione precisa, e di sparare ancora un colpo. Alcuni degli uomini del KGB indietreggiarono di colpo, come si farebbe davanti ad una tigre ferita, ma poi spararono di nuovo.


Panjuskin non sapeva se fosse più sconvolgente la notizia, oppure la consapevolezza di quello che altrimenti sarebbe potuto succedere. Indubbiamente si sentiva sollevato. La situazione di crisi era stata affrontata con efficienza e raziocinio, ed i risultati erano clamorosi. Fu difficile non lasciar trasparire la sua emozione in modo troppo evidente al suo interlocutore.
<<Quindi ne siamo assolutamente certi?>>
<<Sì, assolutamente. Il soggetto ci ha fornito tutte le informazioni di cui avevamo bisogno, su questo non c'è dubbio; per di più abbiamo preferito agire immediatamente, prendendo l'iniziativa prima che potesse essere troppo tardi. E ha funzionato. Certo, non abbiamo tutto l'organigramma completo dell'Unità, e non conosciamo di certo tutti i nomi...in tutta franchezza, il soggetto non aveva accesso a tutti i dettagli, e probabilmente il coinvolgimento di elementi più altolocati non è da escludere. Ma, grazie a queste informazioni, abbiamo bloccato sicuramente l'Operazione, e inibito per loro ogni possibilità di fare danni. Per quanto riguarda il test del nuovo sistema...>>
<<Direi proprio che ha funzionato oltre ogni nostra più rosea previsione. Non è di sicuro una procedura semplice, e che si possa attuare con qualsiasi soggetto, ma si è dimostrata assolutamente efficace.>>
<<Vuole dire che...>>
<<Sì, di fatto abbiamo riciclato con successo un traditore. Il colonnello Sobolev non è un elemento particolarmente interessante, ma per il momento è la più valida alternativa a Guk, e in ogni caso, ci serviva un soggetto per sperimentare il sistema.>>
<<Resterà fedele al partito? Quanto è malleabile?>>
<<Non particolarmente, se devo essere sincero, ma si tratta di un caso fortuito. Sobolev aveva delle caratteristiche..."peculiari". Non è mai stato fedele nel vero senso della parola, ma in ogni caso è da escludere l'eventualità che possa di nuovo tradire volontariamente il suo paese.>>
<<Un ottimo lavoro, dico sul serio. Merito del maggiore Slutski, suppongo.>>
<<A dire il vero no. In origine avevamo pensato a lui, date le sue particolari competenze, ma per vari motivi abbiamo poi deciso di lasciarlo a Lefortovo. È stato il colonnello Rjasnoij, ad effettuare l'interrogatorio. Non so da chi provenissero le direttive, ma devo dire che è stata un'ottima idea. Il colonnello è stato davvero incisivo. Gli effetti del Versed che abbiamo somministrato a Sobolev, hanno fatto il resto.>>
L'interlocutore ammutolì improvvisamente, e Panjuskin rimase in attesa, perplesso.
Quando ricominciò a parlare, il tono di voce del suo interlocutore era cambiato improvvisamente.
<<Panjuskin, ripeta quello che ha detto. È stato Rjasnoij? Ne è sicuro?>>
<<Esattamente, è quello che ho detto. Perchè me lo chiede?>>
<<Perchè lo chiedo? Perchè è impossibile! Il colonnello Rjasnoij è morto in Afghanistan due settimane fa! Si è suicidato.>>
Panjuskin non seppe dire se fosse più inquietante fosse il tono di voce isterico del suo interlocutore, oppure le implicazioni di quello che aveva detto. La cornetta del telefono gli scivolò dalle mani.



<<Abbiamo la conferma! È ufficiale! È RYAN. Ripeto, è RYAN! Ci sono solo pochi minuti a disposizione per fermare tutto. Ha ancora intenzione di...>>
Il canale era sicuro, e non vi era motivo di non essere espliciti.
<<Immaginavo che sarebbe potuto succedere. Era un rischio ovvio, e per fortuna avevamo le nostre contromisure>>.
<<Si tratta di Sobolev, ha collaborato con il secondo direttorato, e ha detto tutto ciò che sapeva...>>
<<Il che non era poco, lo so. Ma in ogni caso, questo non sarà un grande problema>>
<<Quindi vuole proseguire nonostante tutto?>> fu la domanda, che palesava una certa incertezza.
<<Naturalmente, Sebarsin. Purtroppo non possiamo contare sull'esperienza del colonnello Drozin, ma confido che le squadre del "gruppo alfa" che abbiamo scelto, siano in grado di svolgere il proprio compito. Per quanto riguarda il pilota?>>
<<Di quello si è occupato Borzov. Ha trovato un sostituto. Non ci saranno problemi, da quel punto di vista.>>
<<Bene, non c'è altro da dire, allora, può dare il via libera, compagno direttore.>>
Nonostante gli imprevisti, l'Operazione RYAN poteva comunque avere inizio.
Sapeva che la cosa più geniale dell'intera Operazione era costituita da lui. In effetti, era stata forse la più grande intuizione di quel cadavere di Andropov. In un modo sottile, lui, Konstantin Cernenko, sarebbe stato la beffa finale di quella vicenda.
Cernenko era stato uno stretto collaboratore del precedente Segretario Generale, ed era attualmente il responsabile dell'ideologia del Partito.
In effetti, la scelta di Andropov era ricaduta su di lui principalmente per la sua vicinanza di vedute con Leonid Breznev.
A differenza di quanto pensavano una buona parte dei membri dell'Unità, Andropov non aveva mancato di lungimiranza. Quando era stato evidente che le sue condizioni di salute non gli avrebbero permesso di mantenere il controllo in seguito all'esecuzione dell'Operazione, si era adoperato per trovare un degno successore. E così era stato coinvolto Cernenko.
In circostanze normali, sapeva che le sue probabilità di succedere ad Andropov erano praticamente nulle. Non aveva abbastanza supporto al Politburo, e soprattutto, in generale godeva di poca attenzione. Lo consideravano perlopiù una personalità insignificante, ma questo, alla fine, si era rivelato molto importante per la riuscita dell'operazione di Andropov.
All'interno dell'unità, erano in pochi a sapere del suo coinvolgimento nell'operazione, e questo sarebbe stato determinante, quando nella situazione di crisi che si stava per creare, lui avrebbe preso le redini del Partito. Non sarebbe stato difficile, soprattutto perchè aveva ora anche l'appoggio di alcuni membri del Politburo esterni all'Unità. Anche per quel motivo, non aveva potuto correre il rischio di esporsi in prima persona. L'avrebbe fatto solamente al momento più opportuno, e quel momento si stava avvicinando con vertiginosa velocità.

2
La figlia di Iperione e Teia


Per quanto riguardava la situazione climatica, non vi erano stati cambiamenti apprezzabili, nel corso della giornata. Di questo, Sobolev era immensamente grato. In un certo senso, era in accordo le sue previsioni. Quella sera, non avrebbe avuto bisogno di ottenebrarsi la mente con la Vodka, e per una volta dopo tanto tempo, nessun dubbio l'avrebbe torturato per tutta la durata delle tenebre.
Il suo consueto appuntamento con le inani elucubrazioni poteva attendere. Anzi, non pensava più di averne bisogno, per il momento.
Non sapeva se i suoi sforzi per fermare il meccanismo, che aveva contribuito a mettere in moto, si sarebbero rivelati sufficienti, ma non voleva che queste preoccupazioni gli impedissero di godersi quella magnifica serata.
In quel momento, probabilmente, qualcuno stava discutendo del modo migliore per utilizzarlo, qualcun altro probabilmente stava decidendo quando e come eliminarlo, ma per quanto non gli ignorasse, erano fatti che al momento per Sobolev non significavano nulla.
Spostò la sua poltrona, in modo che fosse rivolta verso una delle finestre, e poi si sedette.
Decise di assecondare la sua paranoia, mascherata da lungimiranza, solamente per quanto riguardava la sua incolumità. Dubitava di correre davvero dei rischi, quella notte, ma non gli costava nulla prendere qualche precauzione. Prese la pistola è azionò l'otturatore, poi ebbe cura di "abbattere" il cane dell'arma, prima di appoggiarsela in grembo. Non aveva particolare voglia di evirarsi a causa di un colpo partito accidentalmente.
Sì, da quella posizione poteva scorgere con chiarezza il profilo della Luna, alta nel cielo.
Per qualche attimo si riaffacciarono le sue solite considerazioni, e fu costretto ad ammettere che, a prescindere dalle motivazioni, la coerenza dimostrata dalla Luna, nel mostrare sempre la medesima faccia, era davvero encomiabile. Una scelta che forse Sobolev non era riuscito a fare, quando era stato il momento. Un'impresa per la quale non si era sentito davvero all'altezza. In altre circostanze sarebbe stato un pensiero deprimente, ma non quella sera. Rimase a osservare, come rapito.
Sì, doveva davvero avere qualcosa a che fare con i titani e la mitologia greca. E sì, esisteva una dea della luna, ora era sicuro di ricordarsi il nome...ma non voleva lasciare che i suoi pensieri venissero nuovamente intrappolati e snaturati dalla sua razionalità. A che sarebbe servito? Avrebbe potuto razionalizzare anche queste sensazioni, certo, avrebbe potuto sviscerare ogni aspetto di quelle sensazioni, esaminarne ogni possibile significato, ma questa volta era sicuro di non volerlo fare.
Se avesse osato farlo, sapeva che la Luna, o qualsiasi cosa rappresentasse, avrebbe perso tutto il suo fascino.
Probabilmente era vero. Probabilmente certe cose non dovevano per forza essere capite, forse era sufficiente che fossero vissute.
Sì, ne era certo. In un mondo in cui tutto cambiava continuamente, ed in cui, di conseguenza, niente cambiava davvero, in quell'ordinato eppure caotico coacervo di apparenti e mutevoli contraddizioni...sì, la Luna era un meraviglioso punto fisso al quale affidarsi, sicuramente il migliore che avrebbe mai potuto trovare.
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Questo è bello lungo.. Mi ci vorrà del tempo! ^^

Ah glue, per quanto abbia trovato carino il racconto di Pan, gli manca qualcosa confronto agli altri.. Forse l'eccessiva prevedibilità, o forse il continuo ripetersi delle stesse frasi.

nessuna novità --> stanchezza --> ricerca sui libri --> dove si sarà cacciato il gatto?

EDIT: Se pubblicassi anche tu un capitolo alla volta con una cadenza regolare, la lettura potrebbe giovarne..
Sono sicuro che tutti hanno letto quello di Tanardo, ma quanti avranno letto quello della volpe?
 
Posts: 8292 | Luogo: Mod in sciopero | Registrato il: 30 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Sì, è vero, ma d'altro canto quel racconto l'ho scritto più che altro per passare il tempo, ispirato dai peculiari comportamenti del mio gatto, ed oltre alla ripetitività presenta notevoli correlazioni con lo schema usato anche nel racconto della volpe, senza contare che lo svolgimento è effettivamente abbastanza scontato.
Riguardo il postare un capitolo alla volta, sì, non è una cattiva idea, ma mi sembra una soluzione troppo dispersiva, preferisco mantenere il tutto compatto, anche se ciò dovesse significare che non verrà letto da nessuno Big Grin
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Come preferisci, lo scrittore sei tu..Smile
 
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quote:
Originariamente postato da capitanomiller:
Eccomi qua.. Il racconto della volpe già lo conosco, Pan lo leggerò oggi o domani..uiui
Ragazzi non fatevi spaventare dalla prolissità del nostro scrittore in erba, ne vale veramente la pena! ^^

Letto "Un buon posto per morire", scorre, ma forse è un pò troppo affrettato..mumble




Io quella la definirei più proficuità! dho
 
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bravo glue sei uno scrittore?
 
Posts: 1017 | Luogo: casa baker | Registrato il: 06 September 2008Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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No, scrivo nel tempo libero ed unicamente per diletto.
 
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gran bella passione ammirevole, se la porti avanti magari fruttera anche qualche soldo biggrin2
 
Posts: 1017 | Luogo: casa baker | Registrato il: 06 September 2008Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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quote:
Originariamente postato da Mr.Glue:
No, scrivo nel tempo libero ed unicamente per diletto.


fai bene,perchè se fosti uno scrittore ti dovresti porre troppe regole!
 
Posts: 966 | Luogo: "So much has happened,but now we are just getting started" Staff Sergeant Matt Baker | Registrato il: 18 July 2008Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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mi sto' dando al racconto...
gentilmente potrei avere notizie sul romanzo ufficiale?
 
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quote:
Originariamente postato da tanardo2008:

fai bene,perchè se fosti uno scrittore ti dovresti porre troppe regole!


Esatto, e peraltro io sono patologicamente insofferente a qualsiasi imposizione, quindi...
 
Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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glue se scrivo un racconto poi lo vorresti leggere mi aggiro a 500 parola anche meno pesi
 
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Se lo posti lo leggermo tutti!Smile
 
Posts: 8292 | Luogo: Mod in sciopero | Registrato il: 30 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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vedro' di darmi da fare ma non prometto nulla pesi pesi pesi
 
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ragazzi,ora sono molto impegnato,quindi per il 2o capitolo o mercoledì o il weekend,va bene?
 
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lo aspetto!
 
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CAPITOLO 2:NOVE GIORNI PRIMA
"quella mattina era il paradiso.quella notte
l'inferno..."
il sole cocente splendeva fuori dalle aperture ella tenda,un raro sole di una mattina inglese,che mai era stato così luminoso,con la strana caratteristica di riflettere l'umore dei solati. l'odore nella tenda era piuttosto forte, e sapeva di sudore e terra, disgustando i soldati che entravano dentro. c'erano due letti a castello,anzi,due brandine a castello,visto la "morbidezza" presentata dai materassi. Baker aprì gli occhi.sentiva la schiena,ancora coperta dalla cannottiera dell'uniforme,che si schiacciava contro la rete della brandina. sentiva una voce vicina,amica,che lo chiamava.presto aveva radunato tutte le idee,e si sentiva come un bambino che si ricorda che è il giorno di Natale.soltanto che il Natale era questa volta qualcosa di più grosso. "ehi,Baker,sempre così pigro?andiamo,vieni giù,sono le 0700,cavoli!".Baker volse lentamente e pigramente lo sguardo verso il ragazzo che lo strattonava,tirandolo giù dalla branda. "Risner!che diavolo ci fai qui?"pronunciò sonnacchiosamente Baker. Risner era andato via dall'aviotrasportata da 4 mesi ormai,ma era la prima volta che veniva a visitare Baker,sempre rintanato dentro la "salsiccia"(il nome dei campi in cui venivano tenuti i soldati alleati prima del D-Day),senza ossibilità di uscire in licenza.Baker scese lentamente da letto,sbadigliò sonoramente,si stirò i muscoli delle braccia e si mise a sedere sul letto."andiamo Baker,non ti ho mai visto così assonnato dai tempi del liceo!". Baker però non era solo assonnato.era anche ansioso di partecipare al D-Day,ma il buon senso gli imponeva di aspettare a scatenarsi finchè non si sarebbe infilato nell'imbracatura del suo T1."andiamo ,Baker!alzati!".Baker si alzò.si reggeva in piedi a stento.sentiva che doveva fare quella cosa,i nome della sua amicizia.doveva farla. "George,ti devo parlare"."cosa c'è,Baker?".la mano di Baker tremava,mentre entrava nella tasca dell'uniforme,cercando qualcosa."ecco qua"disse Baker.una fondina di pelle nera era spuntata dal tascone dell'uniforme,gonfiato,ma poi svuotato dal suo contenuto.<<è la cosa giusta da fare?>>pensò Baker,<<mio padre ne sarebbe contento?>>.ma bisognava rischiare.Baker tirò delicatamente
la linguetta che staccava il bottone per aprire la fondina.un "tac" risuonò dentro la tenda.<<Papà,perdonami,ma ora questa è la mia famiglia>>.la sua mano avvolse l'impugnatura scura e liscia di una pistola,e la estrasse dolcemente.era una pistola argentata,con l'impugnatura di plastica nera,che splendeva alla luce del sole filtrante dalla tenda."Risner,questa era di mio padre,vorrei regalartela,tienila e io sarò sempre a pararti il culo ovunque tu vada".Risner emise un risolino all'ultima frase,mentre guardava la pistola con la meraviglia negli occhi.il padre di Baker era morto ad Anzio,ed era stata spedita una lettera a Baker dall'attendente del padre,che aveva visto la morte del Colonnello Baker con i suoi occhi.
la lettera diceva: "3 Aprile 1944.Esimio Caporale Matthew Baker,vorrei comunicarLe una tragica notizia,a cui ho assistito personalmente.suo padre ed io eravamo grandi amici,e ci rispettavamo a vicenda.era un grande Leader per me, e mi ha salvato la vita più volte durante l'avanzata verso Roma.purtroppo,il Colonnello John Baker,non è più tra noi.eravamo in pattuglia nei dintorni di Cisterna,il 29 gennaio C.A.,e suo padre era con noi per osservare le sue truppe in azione ,quando una pattuglia nemica ci ha teso un imboscata appena fuori da Cisterna.Purtroppo suo padre venne ferito quasi subito,ed estrasse questa pistola che io ho allegato,uccidendo tre tedeschi e venendo poi ucciso dallo stesso cecchino che lo aveva già colpito.purtroppo non abbiamo avuto tempo per trovare il cecchino,visto che ci siamo ritirati in fretta.Spero solo che il sacrificio di suo padre non sia stato vano,e che finalmente gli alleati possano cominciare a schiacciare le forze dell'asse con valore. le mie condoglianze,
Capitano Jacob o'Donnel,3a Divisione di fanteria americana.
insieme alla lettera c'era la pistola con la fondina,e sulla fondina in pelle nera c'era scolpito "1914",anno della fabbricazione della pistola,una Colt M1911 .45,Officers series. suo padre gli diceva che l'aveva raccolta dal suo comandante,che era caduto,ferito mentre dava l'assalto nella terra di nessuno,nella battaglia della Mosa/Argonne.diceva che il suo comandante gli aveva detto che doveva tenere la pistola,che avrebbe preso Baker il comando,e che lo avrebbe nominato Capitano.così il Capitano Baker continuò l'assalto,conquistò le posizioni tedesche e fu incaricato di trovare il "battaglione perduto",della 77a divisione di fanteria americana. si guadagnò la "distinguished service cross",la medaglia inferiore solo alla Medal Of Honor.era un eroe di guerra,e Baker avrebbe dovuto emularlo di li a poco.Risner scacciò i pensieri di Baker"cazzo Matt,ma sei proprio sicuro?cioè,è di tuo padre,sei proprio sicuro di volermela dare?"."è tua George."."ah,matt non ci posso credere,grazie!".con la mano libera,Risner diede un pugnetto amichevole a Baker."falla finita,George!"Baker disse,divertito,"ho sentito che uno del 506o si è rotto la costola in un incontro di boxe,non vorrai che anche il 502o perda uno dei suoi ufficiali!","stavo semplicemente controllando se sei ancora un vero uomo!andiamo,ora,io ho una partita di baseball con quelli laggiù della compagnia Able,se vuoi puoi raggiungermi più tardi!".Risner lasciò la tenda,guardando attentamente la pistola,meravigliato dal luccichio prodotto dalla stessa.dei passi pesanti,di uno stivale da marcia entravano rumorosamente dentro la tenda."ciao Mac"disse Baker."ah,ciao Matt,ti devo parlare"la voce roca e forte,da vero soldato del sergente di plotone Gregory "Mac" Hassey aveva quasi rintronato Baker dall'entusiasmo che ne usciva."penso proprio che stasera vinceremo la guerra!ragazzi,non mi sono sentito così felice da quando andavo con la Guardia Nazionale di New York a caccia di gangster!diavolo,vinceremo Matt,ne sono sicuro!ricordati soltanto di tenerti gli uomini stretti,perchè non li devi abbandonare durante la battaglia,si fidano di te.ricordati che una volta a terra avremo i crucchi a portata di...piede!forza Matt,ci vediamo!devo andare a parlare con il Tenente Colonnello Cole!vai con i tuoi ragazzi ora!"."ok,ciao mac!".aveva sempre avuto molto rispetto per il sergente.Mac hassey era stato insieme a suo padre,mentre stabilivano un campo di addestramento per milizie a Panama.era sempre stato una guida per Matt, un secondo padre.Baker uscì dalla tenda,il sole che lo accecava.il campo era una tendopoli con casse di munizioni e bidoni di benzina sparsi qua è la,zaini e paracaduti ammassati negli angoli, e molti soldati che si trastullavano leggendo libri,parlando ,giocando a carte o scattando foto ricordo.molti soldati andavano dal"barbiere"e si facevano un taglio alla moihcana.Mccreary era seduto su una pila di casse di munizioni,guardando dal suo punto di osservazione Obrieski e Zanovich che giocavano a carte e parlavano delle loro case in Europa. Corrion e Hartsock stavano discutendo,seduti su due bidoni,di tattiche da usare contro le formazioni tedesche e delle famiglie. Muzza era seduto su una sedia,accanto a un tavolino e stava scrivendo una lettera,probabilmente a casa.Allen,Garnett e Leggett stavano discutendo sui fumetti che leggevano nel tempo libero.Rivas stava disegnando il campo d'aviazione seduto in terra,con la schiena appoggiata a una cassa di munizioni.Desola parlava con Courtland della partita tra i ST.Louis Cardinals e i New York Giants.<<è bello essere insieme>>pensò Baker.senza dargli il tempo di pensare,Mac urlò"radunarsi!,tutti nel cerchio di raduno davanti agli aerei!".di colpo tutti smisero di fare quello che stavano facendo.intanto qualcuno ne approfittava per continuare le conversazioni.Hartsock parlava di sua figlia,temendo che non l'avrebbe più rivista.Allen e Garnett invece parlavano di una cameriera inglese che avevano incontrato a Londra. davanti a loro però,c'era qualcosa di più importante.al centro del cerchio di raduno,c'era il Generale Supremo del Corpo di Spedizione Alleato,Dwight David Eisenhower.tutti si misero in cerchio intorno a lui.era molto rispettao,in quanto non si comportava da generale,ma da soldato, e in quel momento stava sfornando uno dei suoi famosi sorrisi.si volse verso Hartsock"salve figliolo,come ti chiami?""Caporale Maggiore Joseph Hartsock,signore!""hai un soprannome,figliolo?""sissignore,Red,signore!".i ragazzi lo chiamavano Red per via dei suoi capelli,che lo facevano sembrare un irlandese."Red?bè,non potevano essere più precisi i tuoi compagni! Sentiamo,hai paura figliolo?""un po' signore,ho una figlia,ma non demordo,signore!".un fotografo arrivò per immortalare la scena.Ike si volse verso di Baker,ma si rivolse a tutti i soldati alleati che stavano per partire per il D-Day:"vittoria totale,nient'altro!".poi il Generale lì congedò"Bene,potete andare!".

* * *

Notte.l'aria fredda e tagliente pungeva gli uomini nelle loro imbracature da lancio. Baker aveva 40 chili di equipaggiamento,tra cui un fucile M1,una carabina M1 smontabile di riserva,una bussola,una mappa,3 granate,tra cui 1a Gammon,granata anticarro al plastico,un'"ananas" e una Mk1 inglese,cinque scatole di razioni k e due di razioni d,cioè cibarie per una settimana,più o meno,uno zaino da lancio,con 10 caricatori da fucile M1 .303-06,4 di carabina M1,dello stesso calibro.aveva anche una borraccia da due litri che includeva una gavetta e una giberna da busto,contenente sei caricatori di fucile M1.i fucili e le granate erano posizionati nel "sacco da gamba",un sacco che doveva essere agganciato ad una gamba e tenuto durante il lancio.aveva sopra a tutto questo un paracadute T1 e il paracadute di riserva T1C. stava salendo sulle scalette dell'aereo,aiutato dai suoi commilitoni.gradino dopo gradino,la fatica e il peso lo trascinavano di sotto,insieme alla paura di una possibile disfatta personale davanti ai suoi commilitoni,durante l'operazione della normandia,ma riusciva a salire grazie all'entusiasmo,e anche un po' per i ragazzi che lo tiravano su.appena dentro notò che non c'era silenzio.era tutto un misto di entusiasmo e di nervosismo per l'operazione,ma era anche felicità per appartenere ad una categoria di giovani che avrebbe cambiato la faccia del mondo."Baker,non ti preoccupare,andrà tutto bene.".la voce roca di Mac si era fatta sentire ancora una volta.era piuttosto buio dentro l'aereo,ma si vedeva chiaramente tutta la baldoria che i ragazzi facevano.gli urli risuonavano dentro la carlinga dell'aereo.baker era contento e al tempo stesso preoccupato.pensava che molti ragazzi che vedeva felici dentro quell'aereo,non sarebbero mai più ritornati.a causa sua.prese posto accanto a Hartsock,e aspettò.i motori Pratt & Whitney rombavano in tutta la loro potenza,mentre le eliche iniziavano a girare vorticosamente.prima che venisse chiuso il portellone,però,McCreary si sporse dallo stesso,l'equipaggiamento più grosso di lui,si girò verso ovest, eprima che i motori potessero soprassedere la sua voce,urlò"OCCHIO HITLER,CHE ARRIVIAMO!".

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Letto il capitolo. Mi è piaciuto decisamente di più del primo, e noto che riesci elegantemente ad evitare la prolissità in alcune contingenze, cosa che a me non risulta affatto facile.

Visto che ci sono, posto l'incipit di un altro mio racconto, che non è ancora concluso. In questo caso, dunque, credo proprio che procederò anche io "a capitoli".

Ecco qui:


PROLOGO

1

Vermont, Winooski River, 2 giugno 1922

Questa volta, William si era ricordato dei lombrichi. Il sole era alto nel cielo, attorniato da sporadiche formazioni nuvolose che sembravano non osare avvicinarsi ad esso e interdire i suoi luminosi raggi, ma nonostante tutto William non aveva di che lamentarsi. La volta precedente, aveva dovuto sprecare gran parte della mattinata per riuscire a pescare un paio di dannatissimi Ciprinidi, e tutto perchè si era dimenticato dei lombrichi. Alla fine, sotto il sole cocente di mezzogiorno, si era rassegnato ed era andato imprecando in cerca di qualche verme, setacciando il terreno palmo a palmo per chissà quanto tempo. Quella sì che era stata una giornata da dimenticare, nonostante, secondo la sua logica, non avrebbe più dovuto affrontare una "vera" giornata da dimenticare, ora che lo aspettava una lunga e continua vacanza, destinata ad essere interrotta solamente dall'inevitabile conclusione della vita.
Ad ogni modo, quel giorno ci era andato molto vicino, all'inevitabile e naturale conclusione della vita. Dopo aver speso un'ora alla ricerca di una valida esca, spesa in verità a domandarsi perchè non ci aveva pensato prima di spingersi così lontano da Waterbury per una futile battuta di pesca, e solo apparentemente perlustrando il suolo fangoso in cerca di un movimento che tradisse la presenza di un magnifico anellide viscido e sporco. Alla fine, dopo un'esposizione prolungata ad un sole insolitamente inclemente e implacabile, William aveva sentito le sue forze prosciugarsi inesorabilmente, venire progressivamente meno e aveva creduto che sarebbe svenuto o peggio ancora morto. Aveva osato troppo, visti i suoi 64 anni, che pesavano tutti, dal primo all'ultimo, come sacchi pieni di pietre che doveva necessariamente portarsi sulle spalle dovunque andasse, un onere imprescindibile che presto o tardi si sarebbe fatto troppo pressante e l'avrebbe schiacciato. In un primo momento, quando l'età si era effettivamente fatta sentire prepotentemente, aveva provato dapprima sgomento e poi una vera e propria paura, ma alla fine aveva accettato la realtà con curiosa tranquillità, imputabile al fatto che aveva comunque avuto del tempo per prepararsi a quell'inevitabile destino.
Dopo il 6 ottobre del 1919, semplicemente, quella paura aveva improvvisamente smesso di assillarlo, si era dissipata senza lasciare alcuna traccia. Era stato da quando il Kaiser aveva abbandonato questa valle di lacrime, senza alcun dubbio. No, non Guglielmo II di Germania, ma piuttosto Guglielmina, o Guglielma, come, non senza una peculiare ironia, William soleva rinominarla nei suoi pensieri, senza aver mai avuto il coraggio di esternarli attraverso la comunicazione verbale. E, a ben pensarci, era stata probabilmente una fortuna. Guglielma la Boema, magari. Perchè no? Del resto, come la famosa guaritrice ed il suo bislacco movimento religioso, dei "Guglielmiti", era morta ed in seguito era stata condannata come eretica. In un certo senso, lo stesso era avvenuto con Mercy, questo il suo vero nome (ma di pietà, in verità, non ne aveva mai avuta molta), anche se non con le stesse modalità. E, ovviamente, non per le stesse motivazioni. Non che non fosse stata una persona carismatica, quella con la quale William aveva trascorso quasi 25 anni della propria vita, e sebbene non avesse fatto proseliti e non avesse creato una setta di fedeli seguaci, William non dubitava che, se avesse voluto, ci sarebbe tranquillamente riuscita. Non bella, decisamente poco femminile, bassa e di fianchi piuttosto larghi, per quanto non propriamente grassa, compensava le sue mancanze (e le sue sovrabbondanze) da un punto di vista fisico, con una smisurata, inesplicabile e spiazzante autorità. Non era semplicemente autoritaria, era dannatamente dispotica, il prototipo, l'archetipo di un dittatore in gonnella. William aveva così scoperto che, quanto lui era insicuro e fragile, tanto lei era decisa e solida nella sua determinazione (a dire il vero, la solidità era una delle poche caratteristiche che condivideva sia con la sfera psichica che con quella fisica). In un certo senso, era stato tutto quello di cui William aveva sempre creduto di aver bisogno, una figura autoritaria e affidabile che avrebbe sostituito l'immagine di sua madre. William non era mai stato in grado di delineare nel dettaglio questa sua intrinseca fragilità, ma aveva sempre attribuito la sua origine alle esperienze della prima infanzia, della quale sfortunatamente conservava un debole e tenue (oltre che poco attendibile) ricordo; il che non facilitava la sua ricerca delle motivazioni che l'avevano trasformato in un succubo, un succubo della sua moglie. Ed il peggio era che, almeno in un primo momento, aveva trovato questa sensazione di totale asservimento liberatoria, sinistramente ed inconfessabilmente piacevole. In un primo momento. Ma solo dopo la sua morte, con la cessazione definitiva di quella sorta di legame (o costrizione) che li aveva legati ambedue in maniera inusuale, William era stato in grado di sfogare, esternare ed "ascoltare" i suoi pensieri, come se anche essi fossero stati costantemente controllati, filtrati ed opportunamente censurati da quella sorta di grottesco König che era stata sua moglie. Solo allora, era incominciato il processo di demonizzazione, e l'insorgere di una nuova sensazione, che in realtà sembrava conservare un legame, per quanto vago, con quelle che aveva provato in seguito a quel morboso assoggettamento dopo il matrimonio. Aveva scoperto, senza in realtà troppo stupore, ma con un po' di genuino terrore, che la dipartita di sua moglie era stata in realtà vagamente, ma nemmeno troppo, contraddistinta da un sapore inconfutabilmente liberatorio.
In un primo momento, inutile negarlo, la comparsa di un nuovo elemento dal carattere forte, sul quale scaricare l'incombenza della responsabilità, che sapesse prendere iniziative e soprattutto decisioni senza lasciarsi divorare da dubbi e inopportune incertezze, era stato indubbiamente accolto con gratitudine ed un certo sollievo. Aveva significato il riaffacciarsi nuovamente di una tanto anelata opportunità, quella di separarsi di un odioso ed estenuante onere, quella di non dover più lottare perennemente contro se stessi, ed il tutto solamente per vivere ancora, e continuare a lottare, e ancora, e ancora, e ancora. Fino ad una conclusione, dopo tanto soffrire paradossalmente nemmeno bene accolta. Almeno per un po', tutto questo era sembrato non dover più continuare, e William aveva nuovamente potuto smettere di combattere contro le crepe e le profonde fenditure della sua volontà, che minacciavano costantemente di espandersi e di provocare un unico, definitivo collasso. Prendere decisioni era difficile, accidenti se lo era. Tutte quella variabili, tutte quelle possibilità, tutti quelle occasioni, quelle di sbagliare. Che senso aveva dunque agire? Qualsiasi cosa avesse fatto, non sarebbe di certo stata, in ultima analisi, la migliore tra le varie possibilità. Non avrebbe mai vinto, qualunque fosse stata la sua linea di condotta e, di nuovo dopo tanti anni, la cosa forse poteva perdere importanza. E così William era diventato nuovamente una creatura docile e malleabile, nelle mani di quella donna, che aveva sicuramente accolto con malcelata soddisfazione quel riconoscimento di autorità, almeno fino a quando la tubercolosi non l'aveva rimessa al suo posto, in un modo un tantino drastico, probabilmente, ma non per questo meno efficace. Forse non se ne era reso del tutto conto, ma in quel tempo William si era lentamente spento, prosciugato dalla sua vita inerte e piatta, dalla sua apatia, dalla mancanza dell'unico elemento che l'aveva tenuto in vita, l'unico sprone a continuare a vivere, senza limitarsi alla pura e semplice sopravvivenza. Se ne sarebbe reso conto solo dopo, ma senza ombra di dubbio, la sua insicurezza e l'incessante lotta contro di essa, erano la chiave di volta della sua esistenza. Non poteva, e non voleva nemmeno immaginare, cosa sarebbe potuto succedere se l'avesse lasciata ancora, anche solo per poco tempo, in mano a qualcun altro. Era un po' come se avesse venduto (beh, forse solamente ceduto momentaneamente) l'anima al diavolo, e come se avesse tratto un ingannevole piacere da ciò. Ma in seguito, tutto era cambiato. E, dopo tutto, decisamente in meglio.
Ogni tanto, a questo proposito, William pensava che forse avrebbe dovuto sposarsi prima, e sposarsi con una donna decisamente più simile a lui. La chiave era combattere insieme contro un problema comune, fosse la povertà oppure l'insicurezza, ora ne era certo. Se lo ripeteva spesso, ma erano comunque pensieri oziosi e sterili, data la sua età e il non trascurabile particolare che oramai stava bene anche da solo. Dannatamente bene; la sua vita era diventata in un certo senso l'apoteosi della libertà e della pace.
Al di là della sua insicurezza congenita e della sua stanchezza (più mentale che fisica) cronica, William era comunque un individuo robusto, anche se forse non propriamente atletico e di corporatura comunque piuttosto snella, e aveva se non altro avuto l'accortezza di non lasciarsi andare, negli ultimi anni, ma anzi aveva cercato di non trascurare l'esercizio fisico, ed era convinto che gli effetti si potessero facilmente constatare.
In verità, si sentiva da almeno un paio di anni costantemente ed insolitamente stanco, e doveva ammettere, in fondo, di non essere propriamente in forma. Del resto, la sua recente passione aveva sostituito le lunghe camminate mattutine di routine, eliminando una delle attività che riteneva più importanti per la salvaguardia del suo benessere. Non che le lunghissime e noiose per quanto affascinanti escursioni lungo il corso del fiume Winoosky gli mancassero più di tanto, a dire la verità, però lo infastidiva un po' il fatto che si fosse lentamente lasciato andare, che si fosse rammollito, e tutto solo per una momentanea quanto stupida passione.
Questa volta, diversamente dalla precedente e da chissà quante altre prima ancora, si era preparato con una certa lungimiranza e, cosa non trascurabile, con sorprendente anticipo, tutto il necessario per la sua dannatissima lunga mattinata di pesca.
Sì, questa volta ho i lombrichi.
Scese dal suo vecchio roadster pick up senza troppa fretta, e richiuse con delicatezza la portiera con la mano destra, mentre con la sinistra reggeva una vecchia canna da pesca e il manico di un cestino da pesca in legno rivestito di cuoio.
Davanti a lui, a meno di cinquanta metri, il Winoosky scorreva libero in direzione di South Burlington, con un flusso a suo modo armonioso, interrotto solamente da una diramazione minore, laddove un affluente si univa al suo eterno ed inesorabile fluire. L'affluente, solo di poco più stretto del fiume principale, si sviluppava invece verso sud, ovvero verso la sinistra di William, ora che era sceso dal suo veicolo e osservava con sguardo rapito quell'acqua in perpetuo movimento.
William abbassò lo sguardo, contemplando per qualche attimo il cesto e il suo contenuto: i lombrichi, riposti in una scatola di metallo, un paio di ami da pesca in acciaio , un catalogo di articoli da pesca dei fratelli Hardy e, ovviamente, il suo pranzo. Prima di ricominciare a muoversi, volse lo sguardo alla sua destra, quasi verso il punto in cui l'affluente si gettava nel Winoosky, dove si ergeva una modesta collina e dove, sul fianco che dava sul fiume, sorgeva, parallelo all'affluente, un grande edificio in stile coloniale, che sembrava essere piovuto dal cielo e aver, al momento dell'impatto, spianato tutto il terreno attorno a sé, creando una sorta di ripiano artificiale sul fianco della collina.
Non era la prima volta che vedeva quell'edificio, quella grande villa silenziosa in eterna contemplazione del fiume che scorreva indifferente davanti ad essa. L'aveva vista decine di volte, lungo il tragitto da Waterbury a South Burlington, anche se quella strada costeggiava la sponda nord del fiume principale, e dunque passava parallela al fianco est della villa, che era per gran parte coperto dalla folta vegetazione e, in parte, dalla collina stessa. Da quella strada, William aveva comunque potuto osservare senza grande difficoltà le finestre del terzo piano dell'ala est dell'edificio, dapprima simili a tre neri occhi rettangolari, poi, una volta più vicini, si rivelavano per quello che erano, ovvero tre finestre di modeste dimensioni in stile vittoriano, che si sviluppavano più in altezza che in larghezza, ed erano munite internamente di tendaggi neri, che, almeno per quello che William aveva potuto vedere, venivano sempre disposti affinché fosse impossibile, dall'esterno, vedere all'interno dell'edificio. In verità, le finestre del terzo piano erano comunque troppo in alto, rispetto alla strada, perché fosse possibile tentare di spiare all'interno, ma evidentemente quella precauzione aggiuntiva doveva essere sembrata comunque necessaria. Quel poco che era possibile scorgere dalla strada, rivestiva ancor di più quell'edificio di un'aura vagamente misteriosa e a tratti inquietante, e soprattutto alimentava la curiosità.
Ad un osservatore poco attento, uno di passaggio, per esempio, l'edificio sarebbe sembrato indiscutibilmente disabitato ed abbandonato a se stesso; da poco, magari, ma comunque abbandonato. William sapeva che non era così, anche se queste sue conoscenze supplementari non derivavano da un'osservazione più attenta e meticolosa, bensì perlopiù da informazioni ottenute da terzi, commiste ad una valanga di sciocchezze ed elementi del folklore locale. La sua fonte di informazioni principale, anche se William detestava ammetterlo, era l'osteria di Harry a Waterbury, un locale angusto che tra non molto tempo si sarebbe potuto definire fatiscente, frequentato da gran parte della cittadina e dai boscaioli, agricoltori e allevatori di pecore dei dintorni. In breve, il locale di Harry era il centro di diffusione delle notizie, attorno al quale si raccoglieva la comunità, almeno quella di bassa lega, per bere un bicchierino e chiacchierare in santa pace delle faccende altrui.
Inoltre, cosa non trascurabile, per Harry ed il suo locale il Proibizionismo sembrava non avere alcun significato.
William era un tipo solitario, e in effetti l'unica eccezione al suo comportamento eremitico era costituita dalle sue incursioni serali (spesso dopo le infruttuose battute di pesca) alla famigerata osteria. Non si può dire che apprezzasse più di tanto la compagnia, ma trovava comunque di conforto il confronto, seppur per non troppo tempo, con altri esseri umani. Il fatto che gran parte degli avventori del locale avessero da tempo superato i quaranta, beh, aveva contribuito a trasformare William in un cliente abituale, con grande felicità del buon Harry.
Harry gestiva il locale da almeno una ventina di anni, contraddistinti sempre da buoni affari, giustificati dal fatto che fosse uno dei pochi locali di tutta la cittadina. Aveva acquistato per pochissimi soldi quell'edificio a 2 piani, un capolavoro di negligenza e approssimazione edilizia, e a dispetto di tutte le previsioni, il suo investimento si era rivelato sufficientemente proficuo. Harry aveva 56 anni ed era un omaccione corpulento e segnato dalla sua passione per la birra, con una perpetua espressione gioviale sul volto, che nascondeva il suo carattere deciso e i suoi modi spesso scorbutici e arroganti. Nonostante non fosse particolarmente intelligente, William riconosceva che doveva quantomeno avere fiuto per gli affari.
Harry era comunque più sveglio di quanto non potesse sembrare in apparenza, di questo William era sempre stato persuaso, osservando in che modo annuiva e assecondava le storie assurde che giravano quotidianamente all'interno del suo locale, limitandosi solamente saltuariamente a dire la sua ed intervenire attivamente nelle discussioni. Quelle poche volte che lo faceva, William riconosceva nei suoi interventi rozzi e venati da una certa causticità, una razionalità non indifferente, e un'assennatezza difficilmente riscontrabile in individui di quel genere.
Ma dopotutto, William non era un profondo conoscitore del comportamento umano, che non aveva mai avuto su di lui una grande attrattiva.
Durante il giorno, soprattutto attorno al mezzogiorno, il locale cominciava a popolarsi e inevitabilmente incominciavano le conversazioni, che seppure con toni diversi e argomenti inizialmente dissimili, in breve tempo subivano una sorta di modulazione e si assestavano sulla sfera personale altrui, con periodiche immissioni di elementi folkloristici e scemenze di varia entità. Se già a metà giornata le discussioni sfociavano nell'assurdo e nell'inane più assoluto, era al calare del sole che la gente dava il meglio di sé. William avrebbe potuto stilare una lista pressoché infinita delle assurdità contenute nelle sterili speculazioni che suo malgrado aveva dovuto udire. Riguardavano qualsiasi argomento, dall'incidente giù alla segheria, alla sparizione del figlio di Graham, proprietario della fattoria a nord del Winoosky laddove riceveva le acque dell'affluente, passando per il rischio di un'alluvione dell'anno precedente e la fuga da casa della giovane Caitlyn a causa di un ragazzo, probabilmente quello squinternato del figlio di Adrian, che lavorava nella fattoria di Jacob o Jake, o qualcosa del genere, secondo la dubbia attendibilità di Jeffrey (o Jeffery, o qualcosa del genere), assiduo frequentatore del locale di Harry e lavoratore alla segheria giù al fiume, a metà strada tra South Burlington e Waterbury. Jeffrey preferiva Waterbury per la compagnia, così ripeteva sempre, ed era per questo che veniva a scolarsi una birra nella baracca di Harry (o Harvey, o qualcosa del genere), e non nelle bettole di quel mortorio di South Burlington (o Burligton, o qualcosa del genere). A dir la verità, Jeffrey non sembrava aver bisogno della birra di Harry, dato che pareva perennemente ubriaco, anche quando non aveva ancora bevuto nemmeno un goccio. Era proprio un caso cronico. Nonostante il suo cervello reso quasi in poltiglia dalla sua dipendenza dall'alcol, Jeffrey non sembrava risentirne, o comunque rendersi conto delle sue condizioni; e anzi, adorava intromettersi nelle conversazioni, per raccontare le sue "informazioni" che aveva ricevuto da altri che a loro volta le avevano ricevute da altri ancora. Ed ecco che l'incidente alla segheria era imputabile ad un tentativo del mansueto Henry di liberarsi per sempre di quell'idiota di Fraser (o Frazier, o qualcosa del genere), che, ed era assolutamente certo, si divertiva con la moglie di Henry da almeno 4 anni...o più probabilmente 5, anche 6 (o sette, o qualcosa del genere).
Oppure il figlio di Graham, che era stato senz'altro rapito da qualcosa, e tutti convenivano che "qualcosa" esisteva davvero, quel qualcosa che si nascondeva da tempi inenarrabili nei boschi e nelle verdi colline del Vermont, e che Earl (nessun dubbio sul nome, questa volta), di ritorno alla sua fattoria dopo una sera passata a dimenticare i dolori della vita nel locale di Harry, giurava di aver avvistato nei pressi del fiume. Una creatura, o magari una persona, non era stato in grado di dirlo, ma era sicuro che non assomigliava granché ad un essere umano, nonostante il buio di quella notte senza luna gli avesse precluso la possibilità di vedere di più. Ma forse, e questo l'aggiungeva sempre Jeffrey alla fine del suo racconto (che solo William aveva ascoltato come minimo una trentina di volte), era stato meglio così, meglio che fosse stata una notte senza luna.
E questo non era il peggio che si potesse ascoltare, no di certo, ma William sapeva che, a dispetto di tutto, si era sempre trovato bene in quella massa di ignoranti e superstiziosi.
Ad ogni modo, William aveva sentito Jeffrey, una sera, accennare a quella villa e ai suoi proprietari.
Secondo Jeffrey, l'edificio era stato acquistato da un tizio di città all'incirca una decina di anni prima, per pochi soldi. In seguito aveva fatto ristrutturare ed ampliare l'edificio, ma non si era mai trattenuto a lungo, perchè era un tizio di città, e capite, doveva essere pieno di impegni.
A sentire un amico di Jeffrey, ogni tanto, ma molto sporadicamente, arrivavano certe macchine, macchine di città, capite, tutte insieme, e allora certi tizi scortati da uomini armati si riunivano con il tizio di città, per discutere delle loro attività, probabilmente. Sicuramente non del tutto legali, capite, sicuramente losche, faccende nelle quali è bene non ficcare il naso. Come avesse fatto, questo amico di Jeffrey, a scoprire tutti questi dettagli, era un mistero, così come avesse fatto Jeffrey, in tutte le sue cinquanta repliche del racconto, ad attenersi a quella versione.
A William non importava. Era probabile, in effetti, che quella residenza fosse utilizzata dal proprietario solamente durante l'estate, certo, ma la faccenda si concludeva lì. Durante il resto dell'anno, probabilmente all'interno alloggiava il personale, giardiniere, maggiordomi, eccetera.
Se non li aveva mai visti a Waterbury, era semplicemente perchè ignoravano una così piccola cittadina, e probabilmente si recavano solamente a Burlington, e solo quando era assolutamente necessario. In quanto agli uomini armati, beh, Jeffrey non avrebbe saputo distinguere un fucile da una scopa.
Niente di strano in ciò, assolutamente niente.
Eppure...
Eppure quell'edificio aveva davvero un fascino sinistro, anche ora che William riusciva a scorgere solamente la facciata dell'ala ovest, dotata di tre finestre per ogni piano, del tutto identiche a quella che poteva facilmente scorgere dalla strada. Il fianco sud della collina era molto più basso, ed era possibile osservare tutto il fianco della villa, ed anche il terreno e una piccola stradina che si inerpicavano lungo il fianco ovest della collina, fino a raggiungere il trascurato giardino pieno di siepi cresciute a dismisura, poi un edificio in legno più piccolo, probabilmente la stalla, ed infine l'ingresso dell'edificio, varco verso quella dimensione misteriosa e segreta, che tutti, William compreso, avrebbero voluto poter attraversare. Nel suo caso, non si trattava di un desiderio intenso e incontrollabile, ma un disturbo di fondo, estenuante e inesorabile, che faceva sempre più fatica ad ignorare. Pubblicamente, aveva sempre manifestato un freddo entusiasmo ed uno scarso interesse per la villa e i suoi segreti; ma sapeva, nell'intimo, di desiderare come, forse anche di più, gli altri di poter esplorare, magari anche per una sola volta, quell'edificio che, anche se solo una volta, gli era comparso in sogno. Non ricordava i particolari, figurarsi, ma era certo che quella sinistra costruzione aveva avuto un ruolo essenziale. Sogno, o magari incubo, William non lo sapeva, ma non aveva nemmeno importanza. Voleva entrare lì, certo che lo voleva. Altrimenti perchè si trovava lì, così lontano da casa? Così lontano dai luoghi dove soleva abitualmente andare per cimentarsi in una delle poche discipline nelle quali il perdere tempo, l'ozio, si potesse definire altrimenti (pescare)?
William rabbrividì.
Mosse un passo, poi un altro, in seguito un altro ancora, e poi...poi si rese conto che stava di nuovo contemplando l'architettura precisa e ordinata del fianco di quell'edificio, quello che non gli interessava minimamente, quello che non aveva in nessun modo contribuito nel farlo arrivare fin qui, oggi.
Scosse la testa, come per scacciare qualche pensiero in particolare, poi continuò a camminare e, finalmente, scorse dietro alcuni cespugli quello che aveva visto dalla strada e che l'aveva convinto del tutto a fermarsi lì.
A meno di 200 metri dalla villa, poteva scorgere un pontile in legno.
La sua realizzazione pareva abbastanza rozza, ed il pontile si estendeva fino a quasi metà della larghezza del fiume, nonostante non paresse per niente solido. La corrente non era molto forte, ad ogni modo. William arrivò fino alla prima asse di legno della struttura, poi si fermò e gettò in terra canna e cestino.
Si voltò ancora una volta verso la villa, e poi nuovamente verso il pontile. Niente da fare, non riusciva a togliersi dalla testa le parole di Jeffrey.
"E allora certi tizi scortati da uomini armati si riunivano con il tizio di città, per discutere delle loro attività probabilmente. Sicuramente non del tutto legali, capite, sicuramente losche, faccende nelle quali è bene non ficcare il naso. Per evitare di perderlo, capite? Ahahahaha"
Non del tutto legali, sicuramente losche.
A cosa poteva servire quel pontile? Una via di fuga?
E come? Una barca a motore? William ne aveva sentito parlare, ma non ne aveva mai visto una, non di piccole dimensioni, se non altro.
Però era possibile. Certo, viste le condizione della struttura, quel pontile non era mai stato utilizzato da un bel po' di anni, e visto che non vedeva nessuna barca, probabilmente non sarebbe stato utilizzato nemmeno nel prossimo futuro. Ma indubbiamente era stato realizzato da chiunque avesse acquistato la villa, su questo concordavano sia Harry che Padre Gregory, che erano attendibili ed risiedevano lì a Waterbury da prima che l'edificio venisse ampliato.
Fuggire, d'accordo, ma da cosa? E perchè, poi?
Per via delle loro attività. Non del tutto legali, sicuramente losche.
Tizi scortati da uomini armati.
Tutto d'un tratto, il bizzarro edificio sembrava acquistare una valenza differente, sensibilmente più inquietante, e questo a William non sfuggì.
Non si trattava più solamente di curiosità, e nemmeno del semplice disagio che la villa poteva ispirargli, no, questa volta si trattava anche di paura, di una sensazione di pericolo, pericolo imminente.
Non sarebbe dovuto venire lì, non si sarebbe dovuto avvicinare a quella villa o a quel pontile, e non avrebbe mai dovuto osservarli, mai, nemmeno per un secondo. William se ne rese conto così, all'improvviso, e così all'improvviso seppe che era vero.
Ma era troppo tardi, no? E allora, al diavolo! Al diavolo quella villa, al diavolo il suo proprietario misterioso, e al diavolo i tizi scortati da uomini armati, o da un plotone di giardinieri e domestici con delle micidiali scope.
William scrollò le spalle, a beneficio di chiunque lo stesse osservando da una di quelle dannate finestre, e poi raccolse la canna da pesca ed il suo cestino.
Mentre attraversava il pontile, notando che mancavano diverse assi di legno, e che la struttura era in condizioni peggiori di quanto avesse immagino poco prima, non riuscì però a scrollarsi di dosso quella sensazione, quella stupidissima sensazione, quella della scrollata di spalle, quella di essere osservato.
Al diavolo tutto!
Ora si rendeva conto di sfiorare l'isteria, almeno nel suo atteggiamento mentale. Quel posto l'avrebbe fatto impazzire. Una cosa era certa, non ci sarebbe mai tornato, per nessun motivo al mondo.
Però, però doveva ammettere che quella giornata era davvero atipica. Fu costretto a pensarci, mentre si sedeva all'estremità del pontile, le gambe che penzolavano nel vuoto, quasi a contatto con la superficie dell'acqua, mentre apriva il cestino e guardava all'interno.
Lo era davvero, una giornata atipica. In primo luogo, non si era mai avventurato così lontano da Waterbury, nemmeno durante le sue camminate mattutine. Inoltre, questa volta si era preparato in anticipo, aveva pianificato l'uscita ed infatti aveva tutto il necessario, vermi compresi. Lui non lo faceva mai, proprio mai. Aveva scoperto che gli era molto difficile pensare "avrei potuto fare così" e tormentarsi per le occasioni sprecate, mentre era per lui fin troppo facile perdere delle ore intere in pensieri del tipo "come potrei fare? Certo, così si potrebbe fare, ma non sarebbe forse meglio agire in questo modo? Oppure...". Dunque, lui non pianificava più nulla, in assoluto. Era un modo come un altro per combattere contro la sua insicurezza. A quanto pareva, il risultato delle sue scelte non gli interessava più di tanto, una volta che esse erano state prese. Dunque, non pianificava. Eppure, questa volta l'aveva fatto, e piuttosto bene, anche. Perchè questa volta l'aveva fatto? E perchè non ricordava di aver avuto alcun dubbio, mentre sceglieva con oculatezza cosa era il caso di portarsi dietro? Perchè, a differenza delle altre volte, quando era partito sapeva già dove si sarebbe recato, invece di scegliere sul momento, lungo la strada?
E i perchè erano potenzialmente infiniti. Era davvero una giornata speciale, in qualche modo.
Ed ora era solo. Anzi, non proprio solo. C'era lui, William, e c'era anche lei, la villa.
In effetti c'era anche il sole, ma William sospettava che esso non avrebbe avuto grande importanza, in questo frangente, mentre era indubbio che la villa l'avrebbe avuta, grande importanza. Forse anche troppa.
Ma, accidenti, si era perso nuovamente in questi patetici pensieri oziosi, privi di scopo almeno quanto la vita delle trote iridee che si apprestava a pescare. O almeno a provarci.
Di trote, nel Winoosky, ce n'erano a dir poco un'infinità, eppure, e William lo aveva appreso ben presto, ciò non significava che pescarle sarebbe stato facile.
Innanzitutto, bisogna avere le esche giuste. Nei suoi pochi successi, William si era reso conto che i pesciolini più piccoli che frequentavano il fiume erano forse la migliore tra le varie possibilità. William li chiamava Ciprinidi, anche se non sapeva realmente se facessero parte di quella famiglia.
Ad ogni modo, a prescindere dal tipo e dal nome (o qualcosa del genere, avrebbe detto Jeffrey), quei pesciolini erano un'ottima esca. La migliore.
Ed erano anche facili da pescare? Ovviamente no, e William non sapeva se avesse faticato più per cercare di pescare una trota oppure uno stupidissimo ciprinide. Anzi, alle volte si era detto che il gioco non valeva la candela.
Eppure, oggi come anche le altre volte, tenterò inutilmente di pescarne qualcuno. Ma questa volta ho i vermi.
Con i lombrichi, la pesca al ciprinide non era poi troppo ostica, ma necessitava comunque di una buona dose di pazienza, pazienza che William non era sicuro di possedere. Pazienza, del resto era l'unica attività nella quale si fosse cimentato, che fosse riuscita a estraniarlo dal mondo e dalle preoccupazioni ad esso correlate, che fosse riuscito, almeno per un poco, a farlo sentire in pace con se stesso.
Fino a quel giorno, William aveva creduto che, mentre stava lì, paziente (o almeno cercando di esserlo), ad attendere che qualcosa abboccasse, nulla sarebbe riuscito a turbarlo (nulla tranne quelle stupide trote, probabilmente).
Ora cominciava a credere che si fosse sbagliato. Questa volta era decisamente turbato, e tutto perchè aveva deviato dalla normalità. Per l'ennesima volta, William si ripeté che non sarebbe dovuto essere lì. Avrebbe potuto andare in uno dei soliti posti e...Oh merda! L'aveva fatto! Aveva pensato ai risultati di una sua scelta.
Cominciò, sentendosi improvvisamente spaventato e anche molto stupido, a domandarsi se fosse realmente lui, quello che oggi avrebbe cercato di pescare qualche trota su quel pontile pericolante, a pochissima distanza da un edificio che aveva il potere di scuoterlo nel profondo e di demolire tutte le sue certezze, oppure se semplicemente William non si conoscesse abbastanza bene.
Aveva importanza? Si costrinse ad ammettere di no, e piuttosto aprì il contenitore dei vermi, ne prese uno e lo fissò con perizia sull'amo.
Poi, dopo aver gettato una rapida occhiata al suo mulinello, un magnifico esemplare "Perfect" della Hardy, si preparò a lanciare.
Dopo neanche venti minuti, si rese conto che la pazienza l'aveva già abbandonato. L'inquietudine invece no, nemmeno un po'.
Nella sua carriera di pescatore, se così si poteva chiamare, William aveva ottenuto pochi successi, decisamente pochi, e per lo più non erano nemmeno stati in grado di regalargli qualche soddisfazione.
Era così dalla prima trota che aveva pescato, da quando l'aveva vista dibattersi in terra, incapace di rassegnarsi alla sua sorte. Dopo pochi secondi, William non aveva visto più una trota, ma aveva visto invece sua moglie Mercy dibattersi in terra. Nonostante il suo destino fosse segnato, e la tubercolosi pleurica avesse ormai fatto il suo dovere, sua moglie continuava a contorcersi, senza che le fosse possibile accettare l'idea di essere giunta al termine della sua esistenza, continuava a dibattersi, e a fissare William, come se lo ritenesse responsabile di quanto era accaduto. E, cosa ancor più assurda, William non era convinto che avesse del tutto torto.
Così, da quella prima volta, William non era più così smanioso di avere successo. Del resto, non lo faceva per mangiare, né tantomeno come mestiere, era un'attività rilassante e basta, a prescindere dall'esito, che anzi era decisamente irrilevante. Eppure, quel giorno William era deciso a riuscire nell'impresa. Avrebbe pescato una trota, si fosse trattato di sua moglie Mercy o anche, addirittura, di sua madre, William l'avrebbe osservata contorcersi sulle assi di legno del pontile. L'avrebbe osservata e poi, beh, poi un sorriso si sarebbe fatto finalmente strada sul suo vecchio volto.
Dopo una, forse due ore (o qualcosa del genere), ancora nulla. Non un ciprinide, non una fottutissima trota iridea. A quel punto, la pazienza, se mai William ne aveva avuta, se n'era decisamente andata a fare un giro, stufa almeno quanto lo era lui.
Incastrò la canna da pesca nel varco tra due delle assi di legno che costituivano il pavimento del pontile, poi infilò la mano nel cestino e cercò il catalogo.
Era stata una vera impresa, farselo spedire in un luogo remoto come Waterbury, ma grazie al cielo la cittadina era stata raggiunta dalla "Central Vermont Railroad" nel 1849.
Rimase disteso sulle assi del pontile, a osservare i meravigliosi articoli del catalogo Hardy Bros, una pietra miliare nel mondo della pesca, per almeno un'ora. Poi, senza nemmeno accorgersene, si assopì. Qualcuno lo stava osservando, ma non da una finestra della villa. Dalla collina.



2


Massachussets, Boston , 2 giugno 1922

Una Ford Huckster svoltò l'angolo, laddove la Wellington Road veniva tagliata perpendicolarmente dalla Church Road, seguita poco dopo da una modello A coupe e dopo ancora da un camion Ford AA. Poi passò un taxi e, un minuto dopo, un'altra Huckster di colore diverso, ma per Gary, almeno per il momento, il mondo si era ridotto all'interno della Chrysler 60 nella quale era seduto da meno di 5 minuti. Non era la sua macchina, una B-70 decappottabile, parcheggiata a 2 isolati di distanza, ma se questo l'aveva infastidito, almeno inizialmente, adesso se n'era decisamente dimenticato.
Ora invece passò una Oldsmobile, che rallentò per un attimo, per lasciare il tempo al guidatore di osservare perplesso, solo per qualche istante, quell'uomo snello e occhialuto, all'interno di quella Chrysler, che si guardava attorno con un'espressione rapita, come se non sapesse bene dove si trovasse, né perchè, ma trovasse la situazione comunque gradevole, in un modo morboso e inquietante.
Gary, invece, non si rese conto di nulla. E anche se si fosse accorto che qualcuno lo stava osservando, non l'avrebbe dato a vedere e non se ne sarebbe nemmeno curato. Non ora.
A qualcun altro sarebbe potuto sembrare che l'occhialuto stesse ammirando gli interni di quel portento della tecnologia del Michigan, ma a dire il vero, Gary non era nemmeno del tutto conscio di trovarsi all'interno di un'automobile. Dato il suo obiettivo, era del tutto ininfluente.
Non sapeva bene cosa cercare, e nemmeno cosa aspettarsi, ma sapeva di doverlo fare.
Poteva essere una bomba, poteva non essere nulla; ma, in ogni caso, la prudenza non era mai troppa.
Con tutte le persone che facevano lo stesso mestiere di Gary, che però sulla faccenda della prudenza non erano altrettanto convinti, i vermi avevano abbastanza di che mangiare. E a Gary non piacevano i vermi. Inoltre, cosa non trascurabile, il suo lavoro lo costringeva comunque ad averci spesso a che fare, con i vermi. Certo, quelli erano del tutto simili ad esseri umani, sia nell'aspetto sia nel comportamento, ma ciò non poteva cambiare quello che realmente erano, vermi. Puoi mettere un costume da lupo ad un agnello, ma resterà sempre e comunque un agnello, giusto?
I clienti con i quali avrebbe dovuto trattare quel giorno, invece, con ogni probabilità non erano vermi, il che rendeva quella giornata lavorativa dannatamente interessante.
Nonostante i compromessi, oggi si sarebbe divertito, pensava Gary, mentre le sue mani andavano ad esplorare il sottosedile del posto del passeggero, e...trovavano qualcosa.
Una scatola. Di modeste dimensioni, apparentemente una semplice confezione in cartone di cioccolatini Guittard, in realtà conteneva tutt'altro. Cosa si trovasse al suo interno, al momento non era importante. Quasi con noncuranza, Gary gettò la scatola sul sedile del passeggero, poi si massaggiò le tempie e rimase immobile per qualche istante.
Riesaminò la situazione fin dal principio, con calma innaturale, date le circostanze, e senza alcuna fretta. La prima cosa che aveva fatto, dopo aver constatato che la macchina c'era, ed era parcheggiata davanti al bar, sull'altro lato della strada, come da programma, e dopo esserci entrato, era stato fissare le vetrate del bar, i muscoli tesi mentre valutava con sorprendente rapidità le possibili vie di fuga, aspettando pazientemente per quasi 5 minuti. Non era successo niente, ma, neanche a dirlo, la prudenza...
Aveva temuto un'imboscata, e invece niente. Anzi, non aveva temuto, aveva previsto. Gary non credeva di essere capace di provare paura, almeno non nel senso convenzionale del termine.
Beh, ora basta, non gli restava che un'ultima verifica, e poi avrebbe saputo se le fonti erano state affidabili quanto promettente era sembrato il compenso.
Afferrò il contenitore e lo esaminò nuovamente reggendolo con entrambe le mani. Ma solo per qualche secondo, poi sorrise e l'aprì.
Dentro, una Colt M1911A1, modello recentissimo della pistola resa famosa dalla prima guerra mondiale, ed un primitivo silenziatore Maxim, modello del 1910, oltre ad un caricatore, pieno, con i suoi 7 proiettili calibro .45 ACP. Uno, l'ottavo, era già incamerato.
Allora, soddisfatto?
Eccome se lo era. Si trattava della conferma definitiva che tutto quanto gli era stato detto corrispondeva al vero. Tutto quanto. Gary dovette faticare per reprimere l'entusiasmo, del tutto fuori luogo, e restare freddo e calcolatore quanto bastava.
Difficile, però, resistere alle prospettive che si delineavano all'orizzonte, se avesse avuto successo.
Non si trattava dei soldi, o almeno, non solamente dei soldi; si trattava di qualcosa di più, qualcosa che Gary aveva inseguito, pur sempre saperlo, per tutta la sua vita. E ora, a 22 anni suonati, la sua attesa era quasi giunta al termine. Vi erano solo due cose che Gary trovava di suo gradimento, due soli interessi. Uno riguardava il suo lavoro, tutto sommato, ed era uccidere. L'altro era costituito da una passione che aveva scoperto solo di recente (ma che, ne era sicuro, lo accompagnava dalla nascita) per tutto quanto concerneva l'occulto. Gary riteneva che fosse per questo che l'uomo si era rivolto a lui e non ad altri. L'uomo, perchè al momento era l'unico che significasse qualcosa per Gary, era un individuo misterioso, almeno quanto lo erano i suoi obiettivi. In circostanze normali, la cosa non sarebbe stata minimamente interessante, per Gary, ma questa volta la situazione pareva essere leggermente diversa.
Innanzitutto il fascino ed il magnetismo che pervadeva ed emanava quell'uomo. Un carisma che prescindeva dall'abbigliamento, dall'aspetto fisico e dal comportamento, sembrava quasi avvolgerlo come un'aura. In secondo luogo, le conoscenze che dichiarava di possedere e di essere disposto a condividere, a lavoro concluso. Cognizioni così chimeriche e superiori, che promettevano di ridefinire la concezione della vita, del mondo e dell'universo. E soprattutto, prove tangibili di queste conoscenze. Prove tangibili. Ed inoltre, ancora più assurdo, Gary non poteva fare a meno di credergli. Come si poteva dubitare di un uomo così serio, così persuasivo? Come ignorare quanto diceva, dato che era così giusto?
Prove tangibili. Roba da non credere.
Era stato questo a spingere Gary ad accettare, anche se forse la scelta era stata obbligata ancora prima che venissero esposte le informazioni circa il compenso e gli obiettivi, e questa era una sensazione che Gary non riusciva proprio a rimuovere.
Un po' come un'altra sensazione, decisamente più vecchia, quella riguardava l'evento che aveva cambiato radicalmente la sua vita, quella che gli suggeriva che tutto quanto era successo era troppo artificiale, troppo guidato, per essere vero. La sensazione che lo obbligava a domandarsi come si sarebbero evolute le cose se lui non l'avesse fatto, come avrebbe vissuto se non avesse ceduto, quel giorno, a quella...quella cosa? Bella domanda. A quell'impulso, a quel desiderio.
O qualcosa del genere.
Gary, originario del Maine, aveva perso i genitori all'età di 6 anni, ed in seguito era vissuto a Boston con suo zio Stephen, fondatore, insieme al padre (morto nel 1912) del "The Brick Department Store", che non sarebbe però sopravvissuto ancora a lungo.
Non che Stephen non fosse un buon genitore, anzi, tutt'altro, ma nonostante la sua dedizione nel mestiere di padre, e l'affetto che provava per il figlio di suo fratello, "il piccolo mite Gary", c'era un piccolo problema di fondo, le cui conseguenze sarebbero apparse solamente in seguito, in modo devastante e imprevedibile.
Il problema era che Stephen possedeva un department store, e allo stesso modo lui apparteneva alla famiglia di Gaspare Messina (in seguito conosciuta come la famiglia dei Patriarca). Da diverso tempo, ormai.
Dal 1916, la famiglia di Messina ricavava gran parte dei suoi proventi tramite il contrabbando (gioco d'azzardo e prostituzione sarebbero arrivati solo in seguito), e la proprietà di Stephen era diventata una dei suoi magazzini. Non aveva potuto rifiutarsi, tutti quei soldi...e poi, all'epoca la famiglia di Messina era ancora piuttosto debole, e aveva assolutamente bisogno dell'aiuto di gente come Stephen. E l'avrebbe ottenuto comunque, checche' ne pensasse e qualunque fosse la sua opinione in merito. E Gary non poteva perdere nuovamente la sua famiglia, non meritava un simile destino. E poi, tutti quei soldi...
Non aveva avuto scelta, no di certo.
E non aveva avuto scelta nemmeno dopo, quando nel 1917 la famiglia di Messina era diventata sufficientemente potente da crearsi dei nemici. E Stephen aveva finito per finire in mezzo ad una guerra, ed aveva anche avuto l'onore di essere una delle prime vittime.
A quanto pareva, la famiglia dei fratelli Morello (all'epoca al potere erano i fratelli Terranova, per essere precisi), vagamente contrariata dall'entrata in gioco di una nuova famiglia, aveva mandato un semplice messaggio, massacrando Stephen e altri associati alla famiglia. Del vero nucleo centrale della famiglia, nessuno era stato toccato, ma i collaboratori l'avevano pagata cara. E in termini finanziari, anche la famiglia di Messina, a dire il vero.
E così, dieci anni dopo, Gary si era trovato di nuovo solo. O almeno, questo sarebbe stato il suo futuro, se non fosse stato avvicinato da un uomo dei Messina. Quell'uomo gli aveva fatto una semplice proposta, quell'uomo che lavorava per le persone che avevano decretato la condanna a morte di suo zio. E Gary, senza nemmeno sapere il perchè, aveva accettato.
E così era stato fino al 1919, all'alba del Proibizionismo.
Gary si era rivelato incredibilmente versatile, a dispetto del suo carattere apparentemente mite e debole.
Aveva trasportato alcolici, in diverse occasioni, oppure altro materiale di contrabbando. Aveva minacciato, riscosso denaro, e gli avevano anche sparato addosso, una volta. Tutte quelle esperienze non sembravano aver intaccato il suo animo, ed era sempre rimasto lo stesso tipo, mansueto e silenzioso, ma non per questo meno pericoloso.
Nonostante lavorare per la famiglia di Messina non gli dispiacesse, e i soldi esercitassero una forte attrattiva, Gary cominciava a sentirsi annoiato, e soprattutto sentiva di essere obbligato a fare qualcosa, qualcosa che poteva forse chiamarsi vendetta. Ma forse anche no, perchè la vendetta sembrava un qualcosa dal quale bisognasse trarre soddisfazione, mentre Gary sapeva che non ne avrebbe provata nemmeno un po'. Era più che altro la necessità di far quadrare i conti, si trattava fondamentalmente di giustizia. Nessun rancore.
Quando aveva incominciato a lavorare per Messina, a Gary era stata regalata una pistola, una Smith & Wesson (il modello 10, poi adottato anche dall'esercito e dalla polizia). Ed era con quella pistola, che il 20 marzo 1919 si era recato da uno dei membri della famiglia, che gestiva gli scambi con il Canada (soprattutto liquori).
Keaton Lombardo l'aveva salutato, e Gary aveva contraccambiato piantandogli un .38 special in mezzo alla fronte. La stessa sorte era toccata alla guardia fuori dalla porta. Il giorno dopo, uno dei fratelli di Messina era stato ucciso con due colpi di pistola mentre usciva dalla sua abitazione giù, in periferia.
Fino al 1920, la famiglia aveva inutilmente cercato di eliminare Gary, poi, preso atto della sua vera abilità e del suo talento, l'aveva ingaggiato. Questa volta faceva un lavoro che gli piaceva, e i conti erano stati saldati.
Era senza alcuna sorpresa e senza disagio, che Gary si era reso conto di provare piacere nel togliere la vita alle persone. Non un piacere incontenibile, ma piuttosto una lieve ondata di benessere e una tenue sensazione di potere, che lo facevano rilassare e che distruggevano sul nascere qualsiasi segno di rimorso. Qualcuno si rilassava e dimenticava le preoccupazioni pescando (o almeno provandoci), Gary lo faceva uccidendo. E poi c'erano i soldi, sempre bene accetti, che in breve tempo erano stati investiti nella ricerca di qualsiasi cosa avesse a che fare con l'occulto.
Ricordava nitidamente come era accaduto, come aveva compreso quale oscuro sapere si nascondesse in antichi tomi latini, in opere blasfeme che sembravano essere più vecchie dell'uomo stesso.
Quella volta si era occupato di un vecchio professore, che per lungo tempo aveva insegnato ad Harvard. Gary non sapeva perchè fosse scomodo a qualcuno, e del resto, come al solito, la cosa non gli sembrava minimamente interessante. Il professore aveva alloggiato in uno squallido albergo nella zona periferica di Boston, e sembrava accingersi a partire, destinazione: Vermont. Gary se ne era dovuto occupare prima che potesse partire. Ci era riuscito, il cliente giaceva in terra, mentre il suo cervello era sparso un po' da tutte le parti.
Su uno sbilenco comodino in rovere color mogano, a fianco del letto sul quale stava una valigia aperta, Gary aveva trovato un libro. O almeno, una frazione di un libro.
Era un estratto, una minima parte del "De Vermis Mysteriis". Sembrava interessante, in un modo magnetico, che a Gary in seguito avrebbe sarebbe parso molto simile a quello che lo faceva a sentire a suo agio con l'uomo, quello delle conoscenze e delle prove tangibili.
Gary si azzardò a sfogliarlo, mancavano apparentemente moltissime pagine, e quelle che rimanevano erano in condizioni pietose, che testimoniavano l'antichità del tomo.
Era tutto scritto in latino, salvo qualche grossolana ma inquietante illustrazione di creature orribili e contorte. Il vecchio professore, però, ne aveva tradotto alcune parti, e così Gary scoprì che il libro conteneva varie formule magiche ed antichi rituali, oltre a velati accenni a creature molto più antiche e potenti dell'uomo, divinità di altri pianeti, di altri universi, entità invincibili che rispondevano a leggi fisiche completamente diverse, creature che sembravano essere presenti nel mondo percettibile e reale solo in minima percentuale. Il libro accennava ad altre dimensioni, altri mondi, altri universi, freddi, alieni e dannatamente affascinanti. Gary era rimasto letteralmente rapito dal contenuto di quell'opera blasfema, e alla fine l'aveva portata con se.
Da quel momento, la passione per l'occulto l'aveva divorato con sorprendente rapidità, rendendo la perversa soddisfazione che provava durante il suo lavoro un qualcosa di assolutamente inane, che aveva ormai perso gran parte del suo fascino.
Era riuscito ad ottenere la versione integrale del "De Vermis Mysteriis", e poi anche una versione incompleta del Necronomicon e una traduzione di parte del "Unaussprechlichen Kulten" di von Juntz.
E ora, ora gli si prometteva molto di più. Avrebbe potuto mirare lo splendore delle scritture Ponape, oppure i terribili segreti degli antichissimi manoscritti Pnakotici.
E molto di più. Questa volta avrebbe potuto vedere, avrebbe potuto toccare con mano. Prove tangibili.
Sì, ne valeva decisamente la pena, nonostante le circostanze gli imponessero di seguire un certo iter, su questo l'uomo era stato molto chiaro, e vincolassero la sua mente creativa.
Solitamente era lui a mettere a punto i dettagli, con la sola indicazione dell'obiettivo.

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Posts: 4406 | Luogo: "Il general Cadorna ha scritto alla regina: se vuol veder Trieste la guardi in cartolina" | Registrato il: 18 March 2005Rispondi QuotandoModifica o Cancella il PostSegnala questo Post
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Questa volta invece era diverso, poco male, del resto la sua era un'abitudine manifestatasi casualmente, poteva anche cambiare modalità, per una volta.
Inserì il caricatore nella Colt, poi avvitò il silenziatore, che sembrava piuttosto superfluo, dato che le poche frazioni di unità di trasmissione (di lì a poco rinominate "bel", la cui decima parte avrebbe assunto il nome di "decibel") che poteva attenuare parevano a Gary del tutto trascurabili.
Insomma, avrebbe fatto comunque un bel casino. E non era necessariamente una brutta cosa.
Col silenziatore, non poteva inserire la Colt nella fondina ascellare, dove teneva solitamente la sua Smith & Wesson, che utilizzava da quel fatidico giorno di vendetta, o più propriamente di giustizia.
Infilò allora la Colt nella cintura dei pantaloni, tanto sarebbe stata coperta dalla giacca in Harris Tweed. Detestava l'idea di separarsi dalla Smith & Wesson, dunque verificò che fosse carica e la sistemò nella fondina ascellare. Fatto ciò, riteneva di essere quasi pronto. Diede una rapida controllata alle lenti dei suoi occhiali, che comunque aveva appena pulito, poi trasse un profondo respiro e spalancò la portiera. Dentro il bar, i suoi clienti attendevano. Meglio non farli aspettare.



3


Era decisamente una bella giornata, oh se lo era. Il sole era appena appena coperto da una formazione nuvolosa che però non minacciava pioggia, e il cielo non era comunque completamente coperto. Questo poteva facilmente appurarlo anche dalle grandi vetrate del bar.
Non che fosse il tempo ad avere tutta questa rilevanza. In verità era eccitato all'idea di concludere un affare, no, non un affare, quell'affare, per conto dell'Organizzazione. E che affare!
Senza bisogno di rifletterci molto su, Norman Butler sapeva che questo era senz'altro il giorno più fortunato della sua vita. Da che lavorava per l'Organizzazione, oramai 3 anni, non gli era mai capitato di concludere una trattativa così importante. Solitamente si era occupato di attività secondarie, minima fonte, senza dubbio, degli introiti dell'Organizzazione, e quindi comunque importanti, ma decisamente più ordinarie, se confrontate con quelle che avrebbe gestito d'ora in avanti, se la trattativa avrebbe avuto buon esito. Il fatto che dovesse concludere l'affare con tre affiliati di una delle famiglie più potenti di New York, quella dei fratelli Morello, non lo turbava minimamente.
Del resto, Norman si era occupato, per gran parte della sua carriera, di attività che necessitavano di sporcarsi le mani. Aveva ucciso, in un paio di occasioni, e non provava il minimo rimorso. Però quella non era la vita che faceva per lui. Quella che invece si profilava all'orizzonte, beh, quella invece sembrava essere proprio la vita che aveva inseguito da sempre, ed ora era lì, a portata di mano.
I tre uomini dei Morello non erano particolarmente importanti, secondo la modesta opinione di Norman, e dovevano essere lì semplicemente perchè erano i più vicini. Nessuno dei tre, nemmeno quello che sembrava essere il capo, contraddistinto da dei ridicoli baffi castani, sembravano essere molto svegli. Tutti e tre erano armati, e non avevano fatto il minimo tentativo per nasconderlo, segno evidente che erano dei novellini, o comunque criminali di bassa lega. Era sorprendente che pochi anni al servizio dell'Organizzazione avessero potuto cambiare così tanto le capacità di valutazione di un tipo come Norman. Non era particolarmente atletico, ordinario in tutto, a partire dai lineamenti, era uno dei classici tipi dei quali ci si dimenticava cinque secondi dopo averli visti.
Questa sua particolarità non l'aveva mai infastidito e, anzi, ora la riteneva una vera e propria benedizione. Era anche per quello che aveva fatto carriera all'interno dell'Organizzazione.
Anche per Norman, che pure ci aveva a che fare da un bel po' di tempo, l'Organizzazione restava un mistero. Sapeva che era molto ramificata, che contava centinaia di membri, ma ignorava del tutto i suoi obiettivi e chi si trovasse al vertice. Conosceva solamente un paio di contatti, i quali a loro volta ne conoscevano altri ai quali facevano rapporto, ma nessuno dei membri con i quali Norman aveva avuto a che fare potevano vantare una conoscenza seppur minima dell'organigramma dell'Organizzazione.
Pagava bene, ad ogni modo, e la sua segretezza poteva anche essere una buona garanzia per l'incolumità degli associati. Ma soprattutto, pagava bene.
In quanto ai suoi interessi, Norman sapeva bene che ai vertici dell'Organizzazione qualcuno stravedeva per l'esoterismo. Sapeva che l'Organizzazione era in continua ricerca di libri proibiti e rarissimi, manufatti dalle dubbie origini, e in alcuni casi addirittura persone. In effetti, Norman aveva anche organizzato qualche rapimento. In un caso si trattava di un giovane studioso dell'università, in un altro l'obiettivo era stato un reduce della prima guerra mondiale, un tedesco stabilitosi in seguito in america, il quale aveva con sé un libro scritto in caratteri incomprensibili, ma di indubbio interesse per l'Organizzazione. E tanto bastava.
Ed era proprio di questo genere, l'affare che stava per concludere. Riguardava alcune tavolet te ricoperte di ideogrammi rinvenute in Polinesia, che chissà come erano finite in mano alla famiglia Morello, la quale aveva qualche rapporto con i vertici dell'Organizzazione, evidentemente.
Il suo contatto abituale, un avvocato di New York che si era stabilito a Boston solo momentaneamente, gli aveva assicurato che quelle tavolette venivano considerate estremamente importanti dai vertici dell'Organizzazione, e Norman sospettava che non fosse solo per il valore matierale delle stesse. Non sapeva bene dire perchè, ma la cosa lo inquietava un poco.
Non quanto lo esaltasse la prospettiva di concludere quell'affare, comunque.
Si trattava di uno dei cosiddetti bar "speak-easy", dove si potevano tranquillamente trovare alcolici (della cui fornitura si occupava saltuariamente anche l'Organizzazione, seppur con maggiore discrezione delle altre organizzazioni criminali presenti sul territorio).
Seduti al tavolo di fianco alla porta d'ingresso, Norman ed i tre uomini dei Morello stavano immobili in contemplazione di una bottiglia di whisky canadese e i 4 bicchieri, tutti ancora pressoché pieni. A rompere quello stallo, quell'immobilità, fu Norman, che prese in mano il bicchiere e buttò giù un piccolo sorso, prima di riprendere a parlare.
<<Allora, mi pare di capire che siamo d'accordo>> appoggiò il bicchiere, sorridendo soddisfatto <<non è così?>>
Il tizio baffuto, quello che "comandava" il gruppo, sembrò fare fatica ad elaborare quella frase ed il suo significato. Poi, dopo qualche interminabile secondo, si protese leggermente verso Norman e annuì con il capo.<<Immagino di sì. Come da accordo, lo scambio avverrà al porto, luogo e ora come convenuto precedentemente...>>
Norman, che dava la schiena all'entrata del bar, quasi trasalì quando udì dietro di se una specie di cigolio, quello della porta che si apriva.
Entrò un giovane snello, avvolto quasi fosse un'armatura nella sua giacca, un paio di orribili occhiali e un cappello nero che stonava con il grigio chiaro della giacca. Si mosse con lentezza, e a guardarlo sembrava parecchio a disagio. Si guardò nervosamente attorno, poi incrociò per un attimo gli occhi di Norman, che nel frattempo si era voltato.
Norman inquadrò immediatamente l'individuò che aveva davanti. Sostenne il suo sguardo e si limitò a sorridere. Il giovane distolse immediatamente lo sguardo e si diresse verso il tavolo all'angolo, lontano da quello occupato da Norman, il più velocemente possibile.
Norman dovette compiere uno sforzo non indifferente per non scoppiare a ridere. Conosceva il tipo.
Doveva aver paura del mondo intero, ed era sorprendente che avesse avuto addirittura il coraggio di entrare in un locale che poteva essere frequentato, vista l'ora, da una moltitudine di persone. Ma evidentemente gli era andata piuttosto bene, perchè oltre a Norman e i tizi con i quali stava per concludere l'affare della sua vita, c'era solamente un altro cliente.
Eh, già. Sarebbe potuta andargli molto peggio.
Norman osservò ancora per qualche istante il giovane, mentre ordinava timidamente, e rischiando di balbettare in maniera indecorosa, un semplice caffè.
Poi si voltò nuovamente verso i suoi 3 amici, che attendevano una risposta.
<<Perfetto, allora siamo d'accordo. Luogo e ora come pattuito, perfetto>>
Una volta di più, sorrise. Perfetto.

Gary poteva decisamente ritenersi soddisfatto. Aveva dato esattamente l'immagine che voleva, e sembrava che avesse avuto successo. In quei pochi attimi in cui aveva osservato i tre mafiosi e il quarto tizio, il quale l'aveva fissato negli occhi per qualche istante, Gary aveva rapidamente appurato che i tre erano tutti quanti armati. Il rigonfiamento che aveva la giacca di uno di essi, all'altezza della spalla era inequivocabile, come anche il calcio della pistola che spuntava dalla giacca scura dell'altro. Per quanto riguardava il quarto, non ne era sicuro. Se era armato, lo sapeva nascondere piuttosto bene. Poco male, l'avrebbe scoperto ben presto.
Mentre sorseggiava il caffè, con inusitata calma e tranquillità, vide il quarto uomo stringere la mano ad uno degli altri tre, quello con i baffi. A quanto pareva, l'affare era stato ormai concluso. Sarebbe stato Gary, comunque, a formalizzare definitivamente la conclusione.
Prese dalla tasca un pacchetto di sigarette, e ne estrasse una, rischiando volutamente di farla cadere sul tavolo. Poi si voltò e fissò nervosamente il gruppo di bersagli attorno al tavolo. Ad un tavolo dietro, sempre vicino all'ingresso, qualcuno stava leggendo il giornale di oggi. Chissà, forse si trattava di un individuo annoiato che mentre leggeva le disgrazie quotidiane si chiedeva quanto invece poco esaltante fosse la vita da impiegato in una banca.
Ebbene, oggi avrebbe avuto pure lui la sua dose di disgrazie. Del tutto gratuitamente.
Poi ovviamente c'era il tipo al bancone, il quale stava pulendo un paio di bicchieri, e ogni tanto distrattamente gettava una rapida occhiata ai 4 tipi attorno al tavolo.
8 colpi? Sarebbero bastati.
Finalmente il quarto tipo, quello che forse non era armato, si voltò nuovamente e si accorse di Gary. Con un'espressione indecifrabile sul volto, sostituita poi da un sorriso di circostanza, il tizio fece cenno a Gary di raggiungerlo al tavolo.
Mentre si avvicinava, cercò di capire se anche questo tizio, che di sicuro non era un verme, nascondeva un'arma, da qualche parte.
<<Vieni, ho io da accendere>>
Gary riprodusse con perizia un sorriso sforzato
<<Beh, g-grazie. Non so come ringraziarla>>
<<Lasciamo perdere>>
Gary infilò la mano nella tasca destra della giacca.
<<No, no, insisto. Ecco, le do qualcosa per...il d-disturbo>>
La sua mano cominciò a perlustrare la tasca e...bingo! Improvvisamente la mano del quarto tizio saettò in maniera almeno idealmente discreta sotto il tavolo.
E va bene, e così tu hai la pistola attaccata sotto il tavolo, con del collante, forse.
Notò con piacere che, quando finalmente la sua mano emerse dalla tasca con un portafogli, l'espressione di tensione sul volto del quarto uomo si distese immediatamente, per poi accogliere l'ennesimo sorriso, questa volta però assolutamente sincero.
<<Senti, non occorre che tu...>>
Gary lasciò cadere in terra il portafogli.
<<Oh, m-merda.>> e si chinò per raccoglierlo, mostrando la schiena ai suoi quattro bersagli. Mentre si rialzava in piedi, la mano destra strinse il calcio dell Colt e l'estrasse con fulminea rapidità. Si voltò con una certa calma, e piantò un proiettile nell'incredula faccia del quarto uomo, la cui testa sussultò violentemente mentre il proiettile gli asportava una buona porzione della parte destra del cranio, per poi trascinare tutto il corpo in terra, insieme alla sedia. Sparò poi al tizio con i baffi, colpendolo al collo, poi in testa al secondo dei tre tizi ed infine al petto dell'ultimo.
Uno dei bossoli colpì la bottiglia di whisky, che rovinò a terra rompendosi in una miriade di frammenti.
Il tizio con i baffi cadde a terra insieme alla sua sedia, il secondo rimase seduto, quello che rimaneva della testa che pendeva interte dal collo e rischiava di trascinare il corpo sul tavolo, mentre l'ultimo si accasciò sul tavolo, arrivando ad assomigliare a qualcuno che avesse bevuto un po' troppo e poi si fosse addormentato lì, sul tavolo. Ora si voltò verso il tizio con il giornale, che l'aveva abbassato e stava osservando la scena con un'espressione confusa sul volto, che perdurò anche dopo che il proiettile sparato da Gary ebbe quasi scoperchiato il suo cranio.
A questo punto si diresse verso il bancone, dove il barista stava disperatamente armeggiando con qualcosa dietro il bancone di mogano, lasciandosi sfuggire qualche strozzato <<Oh, Cristo!>>.
Gary non perse nemmeno tempo a parlare, esplose un altro colpo, che raggiunse il bersaglio sopra il naso e, spargendo cervella da tutte le parti, si conficcò nel muro dopo aver attraversato e distrutto una bottiglia di birra.
Gary si voltò nuovamente verso il tavolo dei quattro bersagli, e fece pigramente un passo verso il tizio con i baffi, che ancora si contorceva in terra con le mani che stringevano freneticamente la ferita alla gola, mentre il sangue schizzava beffardo un po' da tutte le parti. Esplose gli ultimi due colpi, e poi tutto era fatto.
Guidato da una strana pulsione, Gary raggiunse il tavolo accanto a quello dei 4 simpaticoni e si sedette. Rimase così per qualche istante, ad osservare lo spettacolo che aveva combinato come avrebbe potuto farlo un osservatore esterno, un cliente qualsiasi del locale. Poi, un po' malvolentieri, appoggiò entrambe le mani sul tavolo, sospirò e...


...si alzò. Il sole stava ormai tramontando, e stava per scomparire all'orizzonte in direzione del mare. Le formazioni nuvolose sembravano convergere tutte quante sopra lo spettrale edificio sulla collina, che a quell'ora sembrava ancora più spettrale ed inquietante, a maggior ragione ora che sembrava incombere un diluvio universale.
William si guardò attorno, attonito e piuttosto confuso. Aveva dormito un poco, solo un pochettino, ma ora...merda!
Aveva riposato fin troppo, e ora dovevano essere almeno le sette di sera!
E, tanto per cambiare, non aveva pescato niente. Ma al momento non era di certo quello, a preoccuparlo. Gettò un'altra occhiata alla collina, sentendosi sempre più inquieto, e gli parve di vedere qualcosa che non aveva mai notato prima, una sagoma scura sulla cima della collina, che si intravvedeva appena tra la vegetazione. Poteva trattarsi forse di una specie di monolite, che forse designava un luogo di sepoltura indiano. William cominciava a provare qualcosa di più di semplice inquietudine, un terrore totalmente irrazionale ma impossibile da dominare.
Doveva andarsene da qui, e doveva farlo immediatamente.
Certo, ma senza lasciarsi prendere dal panico. Non sussisteva alcun motivo che giustificasse una fuga precipitosa. Era tardi, si sentiva a disagio, se ne sarebbe andato via con calma e tranquillità (con dignità), come tutte le volte.
Ma questa non era "come tutte le volte", ormai lo sapeva fin troppo bene.
E la villa, che sembrava osservarlo con uno sguardo beffardo, da tutti i suoi innumerevoli occhi che solo in apparenza potevano venire scambiati per comuni finestre. Da quei neri buchi, aperti su una dimensione oscura e incomprensibile, trasudava un odio profondo e ancestrale. Un odio per tutte le forme di vita.
Era in pericolo, ora è più che una sensazione, era una certezza.
Mentre raccoglieva la canna e il cestino, dopo aver rimesso al suo posto il catalogo e la scatola dei vermi, William si rese conto di sentire la mancanza di suo fratello Jim. Suo fratello, quello a cui, in fondo, doveva più di quanto fosse disposto ad ammettere.
Jim, il primogenito, aveva ereditato la gestione dell'impresa del padre, dopo la sua morte.
Si trattava della "Vermont Steel Company" con sede a Montpelier, il cui fatturato era sicuramente difficile da ignorare.
Loro padre era morto nel 1868, e da quel momento Jim, allora ventenne, aveva preso il suo posto. Una delle sue prime preoccupazioni, oltre al mantenimento della famiglia in generale, era stata quella inerente l'istruzione di William, che all'epoca aveva appena compiuto 10 anni. Fu Jim, a permettere a William di continuare gli studi, e di frequentare l'università del Vermont, nei pressi del lago Chaplain.
Dopo l'iter universitario di William, coronato dal successo "cum laude", gli effetti della gestione poco oculata e negligente del fratello avevano però cominciato a farsi sentire. Nel frattempo, William, dopo il suo successo scolastico, era riuscito seppur momentaneamente, a vincere la sua insicurezza, o comunque a tenerla sotto controllo, e aveva deciso, in realtà a scopo più terapeutico che nel tentativo di conseguire un obiettivo preciso, di avventurarsi nella produzione dello sciroppo d'acero, con la fondazione, insieme ad Audrey Coburn, che aveva conosciuto all'università, di un'azienda, la "Coburn & Blake Maple Syrup" con sede a Waterbury. Incredibilmente, i due sembravano avere successo, successo che William non avrebbe potuto condividere con la madre, che era morta poco prima della sua decisione di diventare imprenditore.
Nel frattempo era diventato ormai chiaro che l'impresa del padre di William era destinata a fallire, e che dopo l'intervento di Jim, le cose erano andate senza mezzi termini a puttane. Jim, forse per solidarietà nei confronti della sua impresa, aveva fatto lo stesso, e ciò non aveva contribuito alla sua immagine pubblica, probabilmente.
Ad ogni modo, così come William e il socio stavano salendo, così Jim stava sprofondando in un baratro, dal quale non pareva esservi via d'uscita.
William aveva più volte offerto un aiuto economico al fratello, ma Jim aveva sempre testardamente rifiutato, fino a che, un giorno (perchè di certo non lo si sarebbe potuto definire "un bel giorno", o qualcosa del genere) non aveva deciso, dopo essersi piazzato di fronte alla finestra della sua abitazione che dava sulla una della strade principali di Montpelier, di dar spettacolo e di mandare il proprio cervello a spiaccicarsi contro lo spesso vetro della finestra, con sommo piacere di chiunque stesse attraversando la strada in quel momento.
William era rimasto sconvolto dalla morte del fratello, e così, dopo meno di 2 anni, aveva abbandonato il socio e, forte di una situazione economica che gli avrebbe permesso di vivere, seppur in modo spartano, per tutto il resto della vita, si era permanentemente stabilito a Waterbury, dove aveva conosciuto Mercy. Dopo meno di sei mesi, l'aveva sposata. Si era sposato tardi, a 40 anni, in puro stile "ancien regime", e in effetti le garanzie da un punto di vista economico erano state essenziali per convincerlo a fare il grande passo.
Ora era nuovamente solo. E aveva paura.
Dopo aver raccattato tutto quanto, si voltò e si diresse con una fretta del tutto ingiustificata verso il suo pick up.
Dopo aver superato di poche centinaia di metri la collina e il suo terribile edificio, il motore del pick up di William si era improvvisamente fermato sbuffando.
Che succede adesso? Vaffanculo.
Ed adesso era fermo, in mezzo ad una strada poco frequentata, ad almeno 8, forse 9 (o qualcosa del genere) chilometri da Waterbury.
Alla sua sinistra, si estendeva a perdita d'occhio una fitta foresta, da un punto della quale, però, sembrava possibile scorgere quella che doveva necessariamente essere una luce.
Una fattoria! Non poteva essere altrimenti. William si sentì invadere da una gratitudine e da un sollievo difficili da spiegare.
Mosse qualche passo all'interno della foresta, che gli ispirava una repulsione inquietante almeno quanto la foresta stessa.
Poi riguadagnò un po' di coraggio, ed aumentò il passo, nonostante gli facessero male i muscoli della gambe, e si sentisse immensamente ed incommensurabilmente stanco.
William, stai davvero invecchiando.
La foresta sembrò chiudersi dietro William, che continuava ad avanzare, circondato da quel buio che si faceva sempre più totale. Ad un tratto si fermò e si guardò attorno, mortalmente spaventato. Era prigioniero in una gabbia nera, nera d'oscurità, oramai non vedeva più nemmeno i cespugli o gli alberi, nonostante fosse ancora sicuro di camminare su un terreno accidentato e ricoperto di erbacce.
Con il cuore in gola, sostenuto solo dal pensiero che avrebbe presto raggiunto la fattoria (nonostante non vedesse più la luce), William si immerse nell'oscurità.

Gary aveva appoggiato la Colt scarica sul tavolo, come gli era stato ordinato, poi era uscito dal locale (nessuno aveva sentito gli spari, dunque il silenziatore era servito, alla fine) e aveva percorso in tutta tranquillità i due isolati che lo separavano dalla sua macchina.
Ora era in viaggio verso uno degli Hotel che appartenevano ai fratelli Morello, dove l'uomo e le prove tangibili lo stavano aspettando.
L'hotel era uno dei punti nevralgici del giro d'affari di prostituzione dei Morello, ed era un edificio piuttosto squallido, nonostante tutto il luogo ideale per l'uomo ed i suoi segreti, che presto avrebbe condiviso con Gary.
Parcheggiò subito fuori dall'edificio, poi entrò all'interno, cercando nuovamente di dominare l'eccitazione, poi salì le scale fino al primo piano, e da lì procedette verso la stanza 6, dove lo aspettavano le risposte a tutte le sue domande.
Fece per bussare, ma la porta si aprì improvvisamente. E dietro c'era l'uomo, che indossava un pastrano nero e un cappello del medesimo colore. Quella sua aura intrisa di magnetismo era forte come se la ricordava, e il fascino ed il mistero evocati da quell'individuo erano, se possibile, ancora più intensi.
Per alcuni secondi, Gary si scoprì incapace di proferire parola.
Fu l'uomo a farlo per lui.
<<Ti stavamo aspettando. Hai avuto successo, immagino. Anzi, lo so.>>
Gary annuì ed anche questo gli sembrò incredibilmente difficile.
<<Ora...ora potrò entrare in possesso delle tue conoscenze? Mi hai parlato di prove tangibili, e di conoscenze che avrebbero spalancato al mio cervello nuovi orizzonti.>>
L'uomo si limitò a reagire con un sorriso appena accennato.
<<Sì, qualcosa del genere. Ora entra, ho degli amici che sono impazienti di fare la tua conoscenza.>>
Lo disse con un tono che non ametteva replica, e che non tollerava esitazioni.
E Gary entrò. La porta si richiuse alle sue spalle.

Sophie aveva appena finito di "lavorare", il cliente se n'era andato da meno di 5 minuti. Non aveva sentito la porta della camera affianco richiudersi, e nemmeno quelle voci, poco prima. Ma non le fu possibile non udire le due secche detonazioni. Difficile confondere quel suono, qualcuno aveva sparato.
Si precipitò vicino alla porta, spaventata a morte e indecisa sul da farsi. Appoggiò l'orecchio contro la porta, cercando di cogliere qualche rumore. Con orrore udì la porta riaprirsi sul corridoio, poi, dei passi ovattati. Passi che si facevano più intensi, passi che si avvicinavano.
Sophie avrebbe voluto urlare, ma la sua parte razionale, per quanto debole, l'avvertiva che sarebbe stato un suicidio. Chiunque fosse uscito nel corridoio, ora era fermo.
Fermo davanti alla porta. La porta della camera di Sophie.
Prima che potesse reagire in alcun modo, quel qualcuno bussò alla porta.
Sophie, spaventata a morte, esitò per qualche istante, atterita dall'impulso inquietante ed irresistibile che la spingeva ad aprire quella porta.
Se c'era qualcosa, delle prediche di quell'iperprotettiva di sua madre, che da tempo riposava in Paradiso, oppure, come pensava spesso Sophie, con un certo divertimento, magari all'Inferno, era che non è mai prudente aprire la porta agli sconosciuti, soprattutto dopo che sono rimasti coinvolti in una sparatoria.
<<Chi...chi è?>> Quasi sussurrò alla porta, con una voce debole che stentava a riconoscere come propria.
Nessuna risposta.
Ora Sophie si rese conto che non sarebbe resistita a lungo, anzi, stava già cedendo, oppure aveva già ceduto al fascino ipnotico che esercitava in lei quella porta o chiunque si trovasse dietro di essa.
Senza riuscire a reprimere un infantile singhiozzare, Sophie aprì la porta.
 
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